Il senso e l’attualità del 25 aprile

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Non amando le celebrazioni fini a se stesse, il 25 aprile abbiamo preferito interrogarci su cosa resta della stagione culminata, nella primavera del 1945, con la Liberazione. E, poi, su come rendere attuali il messaggio e la lotta di quei giorni in un tempo in cui la destra manifesta in modo sempre più evidente il suo volto aggressivo e fascista.

Ci hanno aiutato, in questa riflessione, Marco Revelli, Tomaso Montanari, Moni Ovadia, Carlo Smuraglia, Domenico Gallo e Alessandro Portelli.

C’è un punto, nell’appassionato intervento di Carlo Smuraglia, che resta fondamentale anche oggi. È quello il cui l’ultimo presidente dell’ANPI venuto dalla Resistenza sottolinea come «non sarebbe esatto dire che chi ha combattuto per la libertà combatteva solo per questo: nei partigiani era chiaro che l’obiettivo era duplice e riguardava, insieme, libertà e democrazia. Ben pochi giovani sarebbero stati disposti a prendere le armi e cacciare i fascisti solo per tornare allo Statuto Albertino (quello in cui il sovrano concedeva, di sua iniziativa, i diritti al popolo)». Colpisce l’assonanza, addirittura letterale, con quanto affermava, settant’anni fa, Emilio Lussu dicendo che nessuno avrebbe fatto la Resistenza per la «cartapecora di Carlo Alberto», cioè per il vecchio Statuto Albertino dell’oligarchia.

Da qui occorre partire anche oggi. Lo sottolinea Tomaso Montanari scrivendo che «allo stesso modo dei partigiani di allora nessun giovane innamorato del 25 aprile combatterà Salvini per la visione del mondo di un Calenda. E, viceversa, il consenso della Lega è figlio della mostruosa ingiustizia costruita dai governi precedenti, anche da quelli di centrosinistra: solo combattendo l’ingiustizia sociale, si combatte il consenso al nuovo fascismo». La conseguenza è chiara e sta nel dovere di «disobbedienza costituente a leggi e autorità ingiuste», una disobbedienza analoga a quella «da cui è nata la nostra nuova legge fondamentale, una Costituzione fatta da uomini (finalmente) liberi per uomini (universalmente) liberi». Lo sottolinea Marco Revelli che prosegue sottolineando la necessità di ricordarlo oggi «quando il fantasma dell’inumano è tornato ad aggirarsi per l’Europa, e sciaguratamente in Italia, dove infesta le sale del Governo, occupa ministeri importanti, vitali, a cominciare da quello dell’Interno ridiventato “di polizia”, chiude porti, costruisce muri, pronuncia bestemmie pretendendo di tornare a separare “uomini e no” e a ri-proclamare nefasti primati (“prima gli italiani”), spietate messe al bando, reiterati apartheid».

Passato il 25 aprile abbiamo raccolto articoli e interventi in una TALPA. Perché, scavando, ci aiuti ancora a lungo nella riflessione, nella ricerca, nella definizione di prassi e progetti politici.


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