Meloni al Quirinale, dove sta il tabù

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Giorgia Meloni è ambidestra. Mentre con una mano bombarda il Quirinale con una legge elettorale che toglie al Presidente della Repubblica il potere di nomina del Presidente del Consiglio, con l’altra mano si lancia alla conquista dell’alto colle annunciando che l’ora è venuta perché il suo prossimo inquilino sia finalmente uno, o una, di destra. Mossa win-win, come si dice adesso; o ndo’ cojo cojo, come si dice da sempre a Roma. Purché destra sia, a Chigi e al Quirinale, dopo ottant’anni di sinistra al vertice dello Stato.

Sinistra? I conti sono presto fatti. Dei dodici Presidenti della Repubblica italiana solo due, Sandro Pertini (1978-‘85) e Giorgio Napolitano (2006-‘15) sono ascrivibili alla sinistra, socialista il primo, comunista (migliorista) il secondo. Enrico de Nicola (1946-‘47) era un liberale destrorso, Luigi Einaudi (1948-‘55) un liberale anticomunista. Giuseppe Saragat (1964 -‘71) era il leader del PSDI, un piccolo partito con un nome improprio che all’epoca occupava la posizione più moderata e atlantista dell’allora centrosinistra. Carlo Azeglio Ciampi (1999-2006) veniva dalla Banca d’Italia e fu fortissimamente voluto da Walter Veltroni per far capire a tutti che il PDS-DS-PD non era più un partito precisamente di sinistra. Oscar Luigi Scalfaro (1992-‘99), passato alla storia come sinistrissimo anti-berlusconiano, fu eletto in realtà in quanto democristiano tradizionalista. Altrettanto democristiani erano stati Giovanni Gronchi (1955-‘62) e Giovanni Leone (1971-‘78), nonché Antonio Segni (1962-‘64), sostenitore del “Piano Solo” allestito contro i comunisti dal suo amico golpista generale De Lorenzo, e quell’altra anima candida di Francesco Cossiga (1985-‘92), che contro i comunisti diresse la struttura paramilitare segreta della NATO “Gladio”, e che la sinistra dell’epoca – quella vera, extraparlamentare – chiamava con ottime ragioni Kossiga con la K. Democristiano doc, infine, certamente di centrosinistra ma altrettanto certamente non di sinistra, è l’attuale bis-presidente Sergio Mattarella: sono gli effetti collaterali tutt’altro che nominalistici del centrosinistra “senza trattino” voluto da Veltroni (sempre lui) & soci, che dàlli e dàlli fra il centro e la sinistra ha fatto sparire, con il trattino, la differenza.

Di tutti i suddetti inquilini del Colle solo due, Leone e Segni, furono eletti anche con i voti dell’MSI di Giorgio Almirante, ma nemmeno loro hanno messo in discussione l’antifascismo come valore cardinale della Repubblica. Dunque quando Giorgia Meloni dice che è arrivato il momento di superare “il tabù del Presidente della Repubblica non di centrosinistra”, intende dire con ogni evidenza che è arrivato il momento di portare al Quirinale l’unica area politica che finora ne è rimasta esclusa, cioè non quella di destra, che come abbiamo visto l’ha a lungo abitato, bensì quella neo-fascista. O se preferite, quella anti-antifascista. Quella, insomma, barrata dalla Costituzione, che com’è noto è – o sarebbe – fondata sulla pregiudiziale antifascista.

Non la si può certo accusare di incoerenza, Meloni. Da ben prima di conquistare Palazzo Chigi, e come sa chiunque ne abbia letto la illuminante autobiografia, la sua strategia di lungo periodo è cocciutamente sempre la stessa: riabilitare il fascismo e il neo-fascismo come una componente fra le altre, e non l’ultima, della storia nazionale. Normalizzarla democratizzandola, e democratizzarla senza costituzionalizzarla. Ovvero, farla rientrare in un “normale” gioco democratico non zavorrato dalla pregiudiziale della Carta del ’48. E questa sì che sarebbe finalmente la vera Seconda Repubblica, altro che quella di Silvio Berlusconi.

La strategia cocciuta ha avuto finora due potenti alleati. Il primo è il variegato fronte sovranista internazionale, unito di qua e di là dall’Atlantico dalla medesima intenzione di de-costituzionalizzare le democrazie. Il secondo è il variegato fronte liberale interno, unito dal desiderio di normalizzare il post-neo-fascismo dandolo per ormai democratizzato sol perché passa l’esame delle urne, cioè gode della legittimazione popolare pur se glissa sul fondamento antifascista della legalità costituzionale. E non si sa quale dei due alleati sia più pericoloso, o più cieco. Adesso però ne spunta un terzo, che si chiama Roberto Vannacci. Gonfia il petto e mostra i muscoli da maschio alfa, e da apparente rivale potrebbe utilmente trasformarsi in solida sponda. Come? Diventando un portatore di voti dirimente per la conquista del Colle. Sarà pure uno che (per ora) le vota contro in Parlamento, ma Vannacci come tutti i militari è un uomo d’onore, e figurarsi se si sottrarrebbe all’onore di portare al Quirinale un/a rappresentante della tradizione fascista cui orgogliosamente rivendica di appartenere. E non solo di quella. Da De Lorenzo a lui in fondo è un attimo: anche i generali golpisti fanno parte della storia gloriosa della Nazione.

L’articolo è tratto, in virtù di un rapporto di collaborazione, dal sito del CRS

 

Gli autori

Ida Dominijanni

Ida Dominijanni è giornalista, saggista e filosofa. Dal 1982 al 2012 ha lavorato al quotidiano “il manifesto”, dapprima alla sezione culturale e poi come notista politica ed editorialista. È stata docente di filosofia sociale presso l’Università Roma Tre. Collabora attualmente con il Centro per la Riforma dello Stato (CRS). Ha scritto, tra l’altro, “Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi” (Ediesse, 2014).

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One Comment on “Meloni al Quirinale, dove sta il tabù”

  1. In questi giorni sono emerse letture diverse della situazione politica, alcune più caute e altre più nette, ma tutte mostrano un elemento comune: la maggioranza non riesce più a presentarsi come un blocco solido e prevedibile, e i passaggi parlamentari hanno evidenziato una fragilità che riguarda la capacità di tenere insieme un progetto politico. Le opposizioni, pur con sensibilità differenti, hanno dimostrato che quando la questione riguarda la qualità della democrazia è possibile mantenere una linea condivisa. Questo va assunto senza contrapporre le posizioni, perché sono parti di un quadro che ci riguarda tutti. La costruzione di un fronte costituzionale democratico e antifascista richiede di evitare identarismi e isolamenti che indebolirebbero una forza comune. La coesione nasce dal riconoscere un fondamento condiviso che parte dalle condizioni materiali del Paese: diseguaglianze crescenti, lavoro fragile, servizi pubblici in crisi, concentrazione del potere economico, distanza tra istituzioni e cittadini. Da qui si costruiscono proposte concrete per ridurre le diseguaglianze, ampliare le opportunità, rafforzare la partecipazione, proteggere i beni comuni, rendere più equo il sistema fiscale, garantire diritti sociali e civili effettivi.

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