L’identità come arma. Il caso esemplare di Ferrara e Italo Balbo

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Una delle parole che la destra utilizza maggiormente per il proprio progetto di dominio culturale è certamente: identità. Ormai è un mantra, la ritrovi ovunque: dalle delibere amministrative della Regione Marche, che vietano di vendere i kebab nei borghi storici, agli statuti e programmi di associazioni e festival, alle politiche pubbliche. C’è una identità per tutto. Identità del territorio, della nazione, dei borghi, del paese. In nome della identità in molte città si rispolverano e si inventano tradizioni medievali o rinascimentali che vedono tranquilli cittadini e cittadine vestirsi da armigeri o donzelle e sfilare in cortei scanditi da tamburi e trombe che ripetono ossessivamente il medesimo tema musicale. Da quando l’amministrazione di destra si è insediata a Ferrara abbiamo scoperto che la città è portatrice di una sua specifica forma di “civilizzazione” e l’assessorato alla cultura, che in città vanta una nobile tradizione, è stato rivisto in chiave identitaria, così oggi la città ha un assessorato “alla cultura e alla civiltà ferrarese”. Una civiltà talmente identitaria che non ha impedito al sindaco leghista e alla sua amministrazione in questi mesi di mettere sulla strada, da un giorno all’altro, senza alcuna assistenza, più di cinquecento persone, tra cui molti anziani, bambini e famiglie immigrate, per una vicenda legata alla sicurezza di un complesso abitativo noto come “il Grattacielo”. Fortunatamente il volto reale della “civilizzazione” ha tante facce e la società civile e l’associazionismo, in città molto forte, ha cercato di gestire la situazione, ovviamente con le difficoltà evidenti di una realtà che vede il “pubblico” girarsi dall’altra parte. Il comune cinicamente disinteressato al dramma di queste famiglie, anzi felice di liberarsi della componente etnica, extra-identitaria, delle famiglie, la regione diciamo disattenta o meglio non sufficientemente presente per surrogare un mancato intervento del comune su una eclatante emergenza abitativa.

Perché “identità” è un termine che deve risuonare rassicurante, quasi neutro ma che proprio per questo funziona come una trappola linguistica. Rifiutarlo significherebbe mettere in discussione o voler negare l’esistenza stessa delle comunità, delle storie, dei luoghi. Come se il valore, o l’identità, fossero categorie fisse, immutabili, e non invece il risultato di processi continui di trasformazione, ibridazione e contaminazione. Questo modo di spiegare il mondo attraverso semplificazioni e appartenenze grossolane finisce per mascherarne la complessità. E forse varrebbe la pena ricordare, anche a chi oggi rivendica con enfasi primati culturali o identità “pure”, che senza il contributo del mondo arabo non solo non avremmo i numeri, ma nemmeno gli spaghetti.

Ma se la parola identità ha un senso, il significato è molto più complesso di quello che la destra contrabbanda, provocatoriamente o per convinzione. Nel 1998 Amin Maalouf, scrittore libanese emigrato in Francia, cristiano di lingua araba, pubblicò Les identités meurtrières, tradotto in italiano come Identità assassine (La nave di Teseo, 2021). La sua tesi è semplice nella forma e complessa nella sostanza: ogni persona è fatta di molteplici appartenenze – la lingua, il paese d’origine, la religione, la famiglia, le esperienze vissute, le scelte compiute – e nessuna di queste appartenenze esaurisce l’altra. Il pericolo non sta nell’avere un’identità, ma nel ridurla. Quando una sola dimensione – la nazione, la stirpe, la tradizione, la famiglia – viene assolutizzata fino a soffocare tutte le altre, l’identità smette di essere una risorsa e diventa un’arma per difendersi da chi ritieni di essere diverso da te. Maalouf lo sapeva per esperienza diretta, ogni qualvolta gli si chiedeva se si sentisse “più francese o più libanese”, e lui rispondeva: l’uno e l’altro, perché è precisamente quella doppiezza – quelle due lingue, quei due paesi, quelle diverse tradizioni culturali – a definire ciò che lui è. Negare una delle sue appartenenze sarebbe mentire. La sua identità non era una sottrazione, era una moltiplicazione. Edgar Morin, che ci ha lasciato recentemente, amava dire che lui era francese di patria, mediterraneo di “matria”, “giudeo-gentile” di cultura, cosmopolita per vocazione. Resistente antifascista, poi comunista, poi ex comunista, poi pensatore della complessità. Del resto per lui la “matria” non è semplicemente un luogo dove convivono culture diverse. È uno spazio – il Mediterraneo – in cui l’identità nasce proprio dalla relazione tra le differenze, non dalla loro cancellazione né dalla ricerca di un’origine comune e pura. Insomma, una vita spesa per andare oltre la riduzione. L’antropologo italiano Francesco Remotti, nel suo Contro l’identità — libro pubblicato nel 1996 per Laterza e attualissimo — sostiene una tesi radicale: l’identità non è un dato, è una finzione. O meglio: è una costruzione, sempre! Come ha ribadito in anni più recenti, l’identità viene rappresentata come “il nocciolo duro, il fondamento perenne e rassicurante” di individui e collettività, ma questo fondamento non esiste in natura: viene scelto, ritagliato, nominato. Definire l’identità di una città, di una nazione, di un popolo significa sempre decidere cosa includere e cosa escludere, quali attributi trattenere e quali lasciar cadere nell’ombra. Ritornando al Comune di Ferrara, la gestione della vicenda del “Grattacielo” è coerente con la rivendicazione identitaria che si identifica con l’istituzione di un assessorato alla “civiltà ferrarese” perché questa non contempla famiglie e persone di origine africana, pakistana o altro e questo viene enfatizzato nel rifiuto di un aiuto, nella scelta di ostacolare l’assegnazione di case popolari a famiglie non identitarie, quindi non inquadrabili nell’idea di civiltà che la destra associa alla città estense. Del resto in tutte le pratiche coloniali – e la destra ferrarese vanta “identitariamente” un famoso transvolatore fascista, Italo Balbo, colonizzatore d’Africa di cui ora parleremo – per secoli le popolazioni indigene africane, e non solo, non sono state considerate nemmeno essere umani, ma trattati alla stregua di animali. Si discuteva addirittura se avessero un’anima.

L’identità per la destra è dunque una questione di selezione, non di scoperta, non di intreccio. E ogni selezione è già, inevitabilmente, un atto politico. Perché l’identità non è mai un fatto già compiuto che aspetta di essere messo in scena, ma è una “produzione” mai completa, sempre in processo, come sostiene Stuart Hall, il grande teorico culturale giamaicano-britannico. Chi pretende di raccontare l’identità di una città, portandola su di un palco per consegnarla al pubblico come fosse un oggetto finito, sta compiendo una scelta di potere, vestendosi da custode della tradizione, costruendo una frontiera con un dentro e un fuori, un noi e un loro. Queste sono le frontiere del nazionalismo che in Europa stanno risorgendo, dei meccanismi che costruiscono un’identità nazionale per farla prevalere su tutte le altre appartenenze, fondandosi strutturalmente sul principio dell’esclusione. La frontiera non è solo geografica: è culturale, simbolica, morale. Stabilisce chi appartiene davvero al racconto e chi ne è escluso.

Queste riflessioni ci aiutano a leggere quanto è capitato a Ferrara nei giorni 2-5 luglio 2026, con lo svolgimento del Festival delle Città Identitarie, di cui in queste pagine già si è parlato. Si tratta di una iniziativa avviata alcuni anni fa dall’Associazione Culturaidentità che ha poi dato vita alla Fondazione Città Identitarie ETS che ha pubblicato un “Manifesto delle Città Identitarie” che inquadra ideologicamente l’intero progetto (firmato tra gli altri da Vittorio Sgarbi, Marcello Veneziani, Maria Giovanna Maglie, Carlo Cracco).

L’obiettivo della edizione di Ferrara era quello di celebrare figure identitarie della città come Lucrezia Borgia, Italo Balbo, Michelangelo Antonioni, Florestano Vancini, Carlo Rambaldi e l’Orlando Furioso di Ariosto. Il problema nasce se la categoria di “identità” trasforma personaggi molto diversi in elementi equivalenti di un patrimonio condiviso. Che Italo Balbo faccia parte della storia ferrarese è fuori discussione, ma il punto è un altro: che cosa significa costruire un’identità attraverso una selezione di figure storiche? Perché proprio questi personaggi? Perché vengono accostati nello stesso pantheon simbolico il fascista Balbo e gli antifascisti Antonioni e Vancini? E quale idea di Ferrara viene costruita attraverso questa sequenza? Mettere Balbo nello stesso elenco di Antonioni e Vancini non equivale semplicemente a ricordarlo; significa collocarlo dentro una narrazione positiva della città, nella quale tutti diventano “espressioni dell’identità – e civiltà – ferrarese”.

Balbo viene presentato come “figura scomoda ma straordinaria”. Presumo scomoda per il trascorso violento da fascista, straordinaria per le sue grandi qualità di aviatore. Ma Italo Balbo non fu un eccellente aviatore che per caso si trovò dalla parte sbagliata, fu uno dei fondatori dello squadrismo ferrarese, uno dei protagonisti della violenza organizzata con cui il fascismo nascente distrusse le organizzazioni sindacali, i partiti democratici, le camere del lavoro, la stampa libera. Fu responsabile politico dell’uccisione di Don Minzoni, di Natale Gaiba, favorì la persecuzione di Alda Costa. Balbo dialogò amichevolmente con Hitler.

Avallò in Africa il mitragliamento dagli aerei dei civili in fuga, scrivendo la prefazione, nel 1933, al libro memorialistico dell’aviere Vincenzo Biani, Ali italiane sul deserto dove l’aviere con tono compiaciuto scrive le seguenti parole:

“Gli equipaggi, navigando a pochi metri da terra, poterono seguire le piste dei fuggiaschi e trovarono finalmente sotto di sé un formicolio di genti in fermento; uomini, donne, cammelli, greggi; con quella promiscuità tumultuante che si riscontra solo nelle masse sotto l’incubo di un cataclisma; una moltitudine che non aveva forma, come lo spavento e la disperazione di cui era preda; e su di essa piovve, con gettate di acciaio rovente, la punizione che meritava. Quando le bombe furono esaurite, gli aeroplani scesero più bassi per provare le mitragliatrici. Funzionavano benissimo. Nessuno voleva essere il primo ad andarsene, perché ognuno aveva preso gusto a quel gioco nuovo e divertentissimo. E quando finalmente rientrammo a Sirte, il battesimo del fuoco fu festeggiato con parecchie bottiglie di spumante” (V. Biani, Ali italiane sul deserto, Firenze, Bemporad, 1933, p. 25).”

Riabilitare Balbo non è revisionismo storico: è riabilitare il fascismo con fondi del Ministero della Cultura e della città, quindi di tutti noi. Colpiscono, tra l’altro, in questa ricostruzione di un pantheon ferrarese identitario – di cui non si sente l’esigenza – un’associazione e una mancanza. L’associazione riguarda Balbo con Vancini e Antonioni. Il primo con il film “La lunga notte del ‘43” ha raccontato una tragedia civile, uno sterminio fascista vero che ha riguardato Ferrara e che ogni anno viene ancora ricordato. Antonioni è uno di quegli artisti che nascono in un luogo e quasi immediatamente lo trascendono, che appartengono alla storia del cinema mondiale prima che alla storia locale. Rivendicarlo come figura identitaria è paradossalmente una riduzione: lo si provincializza per potersene vantare. Antonioni è partito da Ferrara per raccontare il mondo e il grande cinema nasce sempre da un luogo, da una lingua, da una cultura specifica ma la sua grandezza sta nel renderla universale. Il cinema “identitario” diventa folklore, propaganda o cartolina. L’assenza riguarda Giorgio Bassani. Lo scrittore è la figura che più di ogni altra ha costruito l’immagine culturale di Ferrara nel mondo e ha raccontato il rapporto della città con il fascismo, le leggi razziali e la persecuzione della comunità ebraica, mentre da presidente di Italia Nostra ha promosso anche la valorizzazione del suo straordinario patrimonio urbano e paesaggistico identificato nelle mura storiche. La sua esclusione dal nucleo simbolico della manifestazione appare significativa, perché priva l’idea di identità di una delle sue voci più profonde e critiche. Del resto, Bassani come Maalouf o Morin è la testimonianza evidente dell’identità composta da molteplici appartenenze, che la destra rifiuta. Se si ragiona in termini di costruzione dell’identità urbana, Bassani non rappresenta soltanto un autore celebre: rappresenta una delle poche personalità che hanno lasciato un’impronta concreta e durevole sulla forma della città contemporanea e indentificata con una “quarta addizione” fondata sul paesaggio e sul verde anziché sull’edificazione. Questa intuizione diventerà scelta urbanistica e trasformerà la campagna a ridosso delle mura nord in un grande parco urbano ricco di vegetazione e biodiversità, un parco che l’amministrazione di destra in questi anni sta trasformando in una area di eventi musicali rock.

C’è una logica che accomuna queste due vicende, apparentemente separate, della Ferrara di destra: la trasformazione del Parco Urbano Giorgio Bassani in arena per grandi eventi di massa, in aperto contrasto con l’idea che lo scrittore aveva trasmesso e la città recepito, e la riabilitazione simbolico-identitaria di Italo Balbo attraverso il Festival delle Città Identitarie. Prese singolarmente sembrano scelte diverse. In realtà rivelano una riscrittura sistematica, retoricamente orchestrata, dell’identità civica della città, potremmo dire per sottrazione e per sostituzione. Per sottrazione: il Parco Bassani – 1.200 ettari di ecosistema urbano concepito come opera di rinaturalizzazione – trasformato in sede di concerti da 50-70.000 spettatori l’uno. Il risultato, dopo Springsteen e Vasco Rossi ci mostra un parco letteralmente devastato. Come affermò la sezione ferrarese di Italia Nostra erano stati «infangati i nomi di chi quel parco l’ha inventato e voluto, come lo stesso Bassani, Cederna, Ravenna e Pizzetti». Non si tratta di un incidente ma la volontà di trasformare il parco, esito di una grande stagione urbanistica della città, in un’arena per spettacoli. Per sostituzione: al parco dedicato allo scrittore che raccontò al mondo la Ferrara del fascismo e delle leggi razziali si contrappone ora un festival che celebra Italo Balbo – uno dei costruttori di quella stessa stagione – come figura identitaria della città, con tanto di saluti istituzionali del vicesindaco in piazza Municipio e festival dedicato. Il cortocircuito mi sembra evidente: si degrada un simbolo che associa memoria antifascista e valori ambientali e paesaggistici e si riabilita una delle figure simboliche del Ventennio che associa fascismo, razzismo e violenza. Bassani ridotto a nome su un cartello mentre il suo parco viene calpestato; Balbo elevato a «figura straordinaria» con fondi pubblici. La figura di Bassani viene così marginalizzata due volte. Materialmente, quando il parco che porta il suo nome viene progressivamente trasformato da grande progetto di rinaturalizzazione in arena per eventi di massa. Simbolicamente, quando il principale costruttore della memoria critica di Ferrara lascia il posto, in un ipotetico pantheon identitario, a Italo Balbo. In entrambi i casi non cambia solo l’uso di uno spazio o la scelta di un protagonista: cambia l’idea di città che si vuole trasmettere, si agisce per ridisegnare il paesaggio simbolico di una comunità.

Per gli antifascisti la risposta non può essere solo l’indignazione morale, ma deve essere essa stessa culturale e politica: contro-narrazione, presenza pubblica, proposta alternativa. Lo abbiamo vissuto tutti insieme la sera del 2 luglio, nella piazza della Cattedrale, mentre nella piazza Municipale si celebrava il mitico trasvolatore, ucciso dal fuoco amico. Due “principi identitari” a confronto, quella sera, nelle due piazze: da una parte un’identità ben salda, che non ha bisogno di dimostrarsi: l’antifascismo della città ribadito come valore non negoziabile; dall’altra un’identità che cerca affannosamente e autoritariamente di legittimare la propria “civiltà” (sic!), in nome di una identità irrisolta. Anche se il rischio più grande è che la città – e il paese – cadano in mano agli ignavi di dantesca memoria.

In homepage immagine generata tramite AI  ispirata al dipinto “La decalcomania” di René Magritte, 1966

 

Gli autori

Romeo Farinella

Romeo Farinella è professore di Progettazione urbanistica nel Dipartimento di Architettura della Università di Ferrara.

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