Ferrara celebra Italo Balbo, squadrista e colonialista

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Il tentativo di riabilitazione del fascismo passa, spesso, non per uno sfacciato elogio del duce e dei suoi scagnozzi, ma per un tentativo di inserire i gerarchi neri nell’identità italiana, normalizzandoli. È ciò che viene fatto – con Italo Balbo – in occasione della 12ª edizione del “Festival delle Città Identitarie” in programma nel Municipio (e piazza annessa) di Ferrara il 2, 4 e 5 luglio. Tra i nomi di ferraresi illustri di cui si parlerà vi sono Ludovico Ariosto, Florestano Vancini e Carlo Rambaldi; ma spicca l’evento della prima serata, con il direttore del Festival, Edoardo Sylos Labini che – scrivono gli organizzatori – «ci porterà in viaggio dalla corte estense rinascimentale fino al grande cinema del ‘900: da Lucrezia Borgia passando per Italo Balbo fino a Michelangelo Antonioni». Insomma, uno squadrista, gerarca e colonialista viene presentato come un ferrarese da ricordare, e sullo stesso piano dell’antifascista Vancini (regista, fra l’altro, de La lunga notte del ’43).

Ma chi fu Balbo? Nato a Quartesana, nel Ferrarese, nel 1896, partecipa alla guerra 1915-18 come ufficiale degli alpini e poi come comandante di un reparto di arditi. Nel ’20 entra nel fascio ferrarese e concorre poi a fondare quello padano, con continue spedizioni che distruggono Camere del lavoro, sedi del Partito socialista e delle leghe contadine. Da qui inizia la sua carriera politica: diviene quadrumviro della marcia su Roma, membro del Gran consiglio del fascismo, comandante generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, sottosegretario (1926), poi ministro (1929-33) del Ministero dell’Aeronautica; in questa veste promuove e guida diverse crociere aeree. Nel 1934 viene insignito del grado di Maresciallo dell’aria e nominato governatore della Libia, assoggettata come colonia dal regime fascista. Il 28 giugno 1940 il suo aereo viene abbattuto per errore nel cielo di Tobruk dalla contraerea italiana.

«Balbo è stato senza dubbio un grande ferrarese, questo va riconosciuto», disse Alberto Balboni, senatore di Fratelli d’Italia, nel 2020 (su ilgiornale.it). Parole riprese in queste settimane da assessori della giunta di centro-destra ferrarese: il figlio di Balboni, Alessandro (che è anche vicesindaco), ha sponsorizzato così il festival identitario: «È nostro compito valorizzare, diffondere e sostenere la conoscenza delle personalità che hanno portato Ferrara in alto nel corso dei secoli». «Siamo felici di promuovere un evento – ha spiegato poi l’assessore alla Cultura Marco Gulinelli – che metta in luce le figure che hanno reso grande Ferrara. Iniziative di questo tipo sono fondamentali per coinvolgere ferraresi di tutte le generazioni e guidarli alla scoperta dei maestri che un tempo camminavano per le strade della nostra città […] è nostro compito ricordarli e omaggiarli». Parole chiare, che ricordano quelle di Vittorio Sgarbi nel 2020 – quando paventò la possibilità di dedicargli una via e una mostra a Ferrara: Balbo – disse – rappresenta «una dimensione di italiano totalmente positiva» (ilgiornale.it).

Il festival identitario è organizzato dalla Fondazione “Città Identitarie ETS”, a sua volta fondata da “CulturaIdentità”, associazione creata da Sylos Labini. Proprio a Balbo è dedicato l’ultimo numero della rivista CulturaIdentità (maggio-giugno 2026), dal titolo “Le ali d’Italia”. Qui, Sylos Labini firma l’articolo “Italo Balbo, il Maresciallo dell’Aria”. Nella presentazione sul sito, Balbo viene descritto anche come «fascista critico», «fegataccio». Insomma, un eroe romantico, un impavido, «uno dei gerarchi più fascinosi e discussi del Fascismo italiano». Nel numero di aprile 2020 di CulturaIdentità Giovanni Vasso scriveva: «Mussolini lo spedì in Tripolitania e Cirenaica dove l’Aquila Volante, che rispolverò dalle sabbie del deserto i tesori antichi della grecità e della romanità, riuscì a lavorare per la modernizzazione del Paese, a richiamare con successo le famiglie di coloni italiani e a tessere finalmente un dialogo con le popolazioni locali». Sempre il sito di CulturaIdentità nel giugno 2017 pubblica un articolo di Giacomo Petrella“In Libia ci vorrebbe un nuovo Italo Balbo” – uscito su Il Giornale Off, in cui l’autore scrive in riferimento a Balbo Governatore: «La Libia italiana fu […] esperimento più alto dell’ottocentesco bisogno di espansione coloniale. Fu la riaffermazione di una pace classica, diversamente intesa: la pace non come superficiale assenza di conflitto, dunque, ma come fondazione di Stati e Civiltà». Insomma, la volontà e l’autodeterminazione del popolo libico non sono nemmeno prese in considerazione. Candidamente si sostiene che ciò che porta l’invasore “buono” (Balbo) è solo per la felicità dei libici. Laddove c’era il male, si porta il bene. Laddove c’era il vuoto, si porta la vita e il benessere. Il paternalismo razzista trionfa. Balbo viene presentato come “colonialista buono”, “fascista buono”. Uno sfacciato tentativo di chiudere la dialettica politica dentro il recinto del ventennio e dello spirito che lo animò. Spirito di morte, di sottomissione, spirito di per sé violento e manipolatore, intriso d’odio verso ogni forma di democrazia, di dissenso, di fragilità, di autentica condivisione.

Ma lo storico Piervittorio Milizia spiega il ruolo di Balbo nell’occupazione della Libia: «L’adesione di Italo Balbo all’ideologia imperialista coincide esattamente con quella al fascismo [Guerri 1984], ragion per cui si può ragionevolmente affermare che la sua visione dell’impero fosse motivata in primo luogo dal nazionalismo razzista e dall’idea che gli stati europei avessero il diritto ad espandersi oltremare. […] Nei suoi sei anni di governatorato della Libia […] il gerarca ferrarese fu particolarmente libero di plasmare il territorio a suo piacimento negli ambiti più disparati» (“Il manuale coloniale di Balbo. Il governatorato della Libia attraverso l’archivio privato del gerarca”, in E-Review, n. 11, 2024). È lo stesso Balbo nella sua relazione del 1938 “La politica sociale fascista verso gli arabi della Libia” – conservata in sei copie nell’archivio Balbo dell’ISCO di Ferrara – a distinguere la popolazione sahariana, a cui sarebbe necessario approcciarsi facendo affidamento a una «politica coloniale di carattere paternalistico», dagli abitanti della costa «di razza superiore influenzata dalla civiltà mediterranea», che ha bisogno di essere assistita mediante un «complesso di provvidenze dirette alla loro elevazione morale e alla loro evoluzione civile».

E il Balbo colonialista è logica evoluzione del Balbo picchiatore nei primi anni Venti. È lui stesso, nel 1932, nella prefazione al suo “Diario” del 1922 a scrivere, parlando di sé in terza persona: «quando si congedò, quasi contemporaneamente, dalla caserma e dalla università […], non portò con sé che il suo pugnale di ardito e un tascapane di bombe a mano, trafugate in un deposito […]. Erano un cimelio della guerra passata, ma potevano diventare l’arma della guerra futura». La guerra fascista, quella guerra di classe che iniziò nel ’21 contro chiunque si opponesse all’orda nera. Nel ’21 Balbo diventa segretario del Fascio di Ferrara e comandante dello squadrismo, al soldo degli agrari; scrive al riguardo: «A chi mi chiedeva quale fosse il segreto di una organizzazione volontaria così perfetta, rispondevo […]: esaltazione della violenza come il metodo più rapido e definitivo per raggiungere il fine rivoluzionario». Violenza e cieca ideologia: «Sono così sicuro di essere nella verità che non so come potrei non esser fascista […]. Mi pare assurdo che gli altri non pensino come me», scrive nel suo Diario il 1° gennaio 1922.

Come spiega lo storico Emilio Gentile in un’intervista nell’aprile 2023 (su legrandcontinent.eu), vi era la «convinzione, da parte di Mussolini e dei fascisti, che all’apocalisse [della Grande Guerra] doveva seguire una apocatastasi, cioè un nuovo ordine della nazione, rigenerata dalla guerra, in cui si era forgiata una nuova aristocrazia di giovani superuomini, destinati ad assumere il potere per costruire uno Stato nuovo per una nuova grande Italia imperiale». Così si sentiva Italo Balbo, quel picchiatore e dominatore di popoli oggi addolcito ed esaltato, perlopiù con soldi pubblici (500mila euro all’anno – dal 2025 – dati dal Ministero della Cultura al Festival di Sylos Labini). Balbo superuomo, dunque, per la narrazione tossica di oggi: figura tra mito e realtà che vola alto in cielo dispensando saggezza e ricchezza, spirito libero, immune dalle miserie umane. Ma dietro quest’aura romantica c’è un mondo pervaso dalla logica del dominio, della sottomissione nei confronti di tutto ciò che è cura, diversità e comunità.

Ieri come oggi. Ieri, i luoghi di solidarietà e mutualismo dei lavoratori, gli squadristi li chiudevano col fuoco e col sangue; oggi vengono spostati o chiusi legalmente (e continuamente delegittimando chi della solidarietà fa un principio di vita): così è a Ferrara, con sedi interculturali (ad es. dell’Associazione “Cittadini del mondo”) costrette a spostarsi, o altre, come il centro sociale “La Resistenza”, costrette alla chiusura; i poveracci, gli ultimi, i lavoratori e i sottoproletari, fatti sgomberare con la forza dalle loro case al Grattacielo.

E oggi, con Vannacci, torna anche il culto dei generali; non è un caso se durante un incontro elettorale nel 2024, l’allora esponente della Lega citò il motto che nel ‘31 Balbo e Mussolini fecero scolpire nell’atrio del Ministero dell’Aeronautica: «Chi vola vale, chi non vola non vale, chi vale e non vola è un vile». Nulla di più anticristiano, nulla di più antitetico alla fede nel Dio dileggiato, crocifisso, morto e risorto per amore, nel Dio dei poveri. Quei poveri, quegli invisibili guardati dai trasvolatori di ieri e di oggi dall’alto al basso, reietti non previsti nella storia dei potenti.

Gli autori

Andrea Musacci

Andrea Musacci, giornalista, collabora, tra gli altri, con “Avvenire” e con il settimanale “La Voce di Ferrara-Comacchio”

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