Inattualità del Primo Maggio?

La democrazia del lavoro si reggeva sulla necessità del capitalismo di estendere la società dei consumi e di “addomesticare” le rivendicazioni sociali dei lavoratori. Quando al capitalismo tutto questo non è servito più il compromesso è stato abbandonato. E allora? Chi siamo noi oggi? Quelli che vedono nella democrazia del lavoro un esperimento del passato? O quelli che scendono in piazza per difendere ancora i diritti sociali?

È festa d’aprile

La grande festa d’aprile ci riconsegna intatta, ogni anno, la gioia e la fatica della Liberazione. Oggi intorno a noi crescono il razzismo, l’odio per la diversità, la pretesa della superiorità della propria cultura, l’egoismo sociale. Ma non dobbiamo arrenderci. La storia della Repubblica è appena incominciata, e tanto lavoro ci resta da fare. Continuiamo a camminare sulla strada della Liberazione e della Costituzione.

Il corpo come campo politico

Oggi il corpo è il primo manifesto politico. In un tempo in cui i linguaggi sono saturi, e la parola pubblica è screditata, è sul corpo che si imprimono i messaggi. Il saluto romano non ha bisogno di spiegazioni. Il manganello agitato non ha bisogno di retorica. La camicia nera non ha bisogno di rivendicazioni. Il corpo è campo di dominio, ma può anche essere campo di liberazione. Di disobbedienza. Di contro-narrazione.

25 aprile 2025: la posta in gioco

Senza ripudio della guerra e rifiuto del riarmo, senza solidarietà e accoglienza dei migranti perseguitati nei loro paesi, senza una ferma opposizione alle limitazioni delle libertà di riunione e di manifestazione, senza una difesa intransigente dell’assetto costituzionale non c’è 25 aprile, non c’è festa della Liberazione. C’è, al contrario, una svolta autoritaria. Guai a dimenticarlo o sottovalutarlo.

Dopo il 25 aprile: fuori dalle convenzioni e dai riti

È stato, a Milano, un grande 25 aprile. Persino la questura ha dovuto pronunciare, a denti stretti, il numero di 100mila. C’erano ampie rappresentanze delle organizzazioni sindacali, sociali e politiche, ma a fare da traino erano gruppi eterogenei, uniti da slogan e striscioni inusuali e inediti, inneggianti all’anti-fascismo militante e al sostegno alla Palestina. Non è stato un déjà vu: bisogna saperlo e volerlo leggere.

È festa d’aprile

Ha senso, a oltre 70 anni dal 1945 e quando il pensiero dominante è lontanissimo dai valori della Resistenza, celebrare il 25 aprire come festa nazionale, con cerimonie, celebrazioni, gonfaloni e bande musicali? Sì, ha senso. Ma a condizione che si tratti, certo, di una festa, ma, ancor più, di un’occasione di mobilitazione e di lotta politica.