È festa d’aprile

image_pdfimage_print

C’è una domanda che, in modo più o meno esplicito, ci poniamo tutti alla vigilia del 25 aprile. Ha ancora senso, a più di 70 anni dalla Liberazione, considerarlo una festa nazionale, con celebrazioni ufficiali, cerimonie, gonfaloni, generali in alta uniforme, sindaci con fascia tricolore e bande musicali? O non sarebbe meglio consegnare la Liberazione alla storia, e ai suoi ineludibili insegnamenti? Il Paese sembra assai poco a quello immaginato dai protagonisti della Resistenza, come ha riconosciuto addirittura un ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, che, quattro anni dopo la fine del suo mandato, nel 2010, pubblicò un libro dall’inequivoco titolo Non è il Paese che sognavo. Ha senso dunque, in questo contesto, continuare a celebrare la «Festa d’aprile», cantata con commossa emozione nel 1948 da Sergio Liberovici e Franco Antonicelli? Pur non amando anniversari e ricorrenze, credo di sì. Ha ancora un senso. Ma a una condizione: che la si viva come un giorno, certo, di festa, ma, ancor più, di mobilitazione e di lotta politica. Cioè, in altri termini, che si attualizzi la Liberazione. Ma come?

Parto da due considerazioni.

Primo. Celebrare il 25 aprile è dire che l’antifascismo non è un optional ma il fondamento della Repubblica. C’è chi, anche nelle commemorazioni ufficiali, lo dimentica e si spinge ad affermare che il passare dei decenni ha attenuato differenze e divisioni e impone una generale e indifferenziata pacificazione. È una posizione pericolosa, ma soprattutto, sbagliata. Non ha nessun senso dire che deve esserci una pacificazione. E quale pacificazione poi? Come ci ricorda Carlo Smuraglia (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/04/24/il-mio-25-aprile-e-la-grande-utopia-della-resistenza/), c’è stato chi ha combattuto per mantenere una dittatura nefasta e razzista e chi lo ha fatto per cambiare le regole della convivenza e renderle coerenti con valori fondamentali di libertà, di uguaglianza, di emancipazione sociale. E quello scontro si è concluso con la vittoria di chi aveva scelto la libertà. Se si accantona questo profilo non c’è alcun nuovo Stato, anche solo promesso. Il 25 aprile non è un simbolo di pacificazione ma di divisione: non tra persone, ma tra diverse visioni del mondo, degli uomini e delle donne, della politica. Se lo si dimentica o, per calcoli politici, lo si accantona, allora è meglio evitare celebrazioni inutili e ipocrite. La cosa vale soprattutto in questi anni, che vedono la reiterata presenza al governo (nazionale o locale) di epigoni del fascismo e rigurgiti squadristi, favoriti anche dall’affermazione diffusa che il vecchio fascismo è finito e rappresenta solo un residuo del passato. C’è, in quella affermazione, del vero ma fermandosi ad essa non si coglie la pericolosità del fascismo del “terzo millennio”, cioè di quello che vorrebbe sostituire alla nostra democrazia in crisi un uomo solo al comando. È questa, a ben guardare, la nuova faccia del fascismo. La situazione di crisi economica e sociale e di cattiva politica crea un clima favorevole allo sviluppo di idee alternative alla democrazia e all’affermarsi di governi autoritari che predicano e praticano nazionalismi, egoismi, razzismi. Difficilmente la storia si ripete nello stesso modo. Ma le cose si possono ripresentare con caratteri che vanno riconosciuti, denunciati e contrastati per tempo. Il nuovo pericolo è, appunto, quello di uno Stato autoritario.

Secondo. Il 25 aprile non arrivò per caso. Fu il frutto di una scelta o, meglio, di tante scelte individuali e di una scelta collettiva. Il 25 aprile 1945 – annota Marco Revelli (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/04/24/25-aprile-quando-siamo-ridiventati-uomini/) – cominciò poco meno di due anni prima, l’8 settembre del 1943 quando lo Stato si disfece e tutto crollò. Allora – mentre il re, la sua corte e il governo fuggivano precipitosamente e ingloriosamente verso il sud – i generali, i colonnelli, i comandanti di reparto si strappavano i gradi e si mettevano in borghese. E le prefetture, gli uffici pubblici, i magazzini militari venivano abbandonati. Le istituzioni caddero in pezzi. Ogni autorità pubblica venne meno. L’Italia ufficiale – un’intera classe dirigente, quella che “sta in alto” – crollò. E qui cominciò il 25 aprile. Ognuno – in basso – restò solo, a scegliere. Se l’esercito si sfasciava, se generali e colonnelli mancavano alla prova, se con i reparti regolari non si poteva concludere nulla, allora gli antifascisti scelsero di fare da sé. E fu quella scelta che determinò un nuovo inizio. Poi ci furono le bande partigiane, le operazioni militari, la resistenza. Ma alla base di tutto ci fu una scelta etica, morale, politica. Forse per la prima volta nella nostra storia unitaria si affermò un’etica condivisa. Questo continua a insegnare il 25 aprile: senza scelte radicali non c’è possibilità di cambiamento.

Veniamo, dunque, all’attualità. Oggi non solo lo Stato, anche il pensiero dominante (che vorrebbe diventare unico) è molto lontano dai valori del 25 aprile e della Costituzione, che ne è figlia e continuazione. Anche per questo è, di nuovo, tempo di scelte su questioni fondamentali. Attualizzare il 25 aprile significa – come ci ricorda Tomaso Montanari – inverare i valori della resistenza con riferimento alla realtà odierna (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/04/24/come-dare-senso-oggi-al-25-aprile/). Del resto, per tutti quelli della mia generazione (e non solo), il 25 aprile più bello e intenso degli ultimi decenni è stato quello del 1994 quando in un milione a Milano, sotto una pioggia battente, si mise in campo un’Italia diversa da quella che le elezioni politiche del marzo avevano consegnato alla destra, alla Lega e agli eredi della Repubblica sociale: fu un segnale che cambiò, sia pur solo per un breve periodo, la politica. Il senso del 25 aprile non può che essere questo. E c’è, per dargli effettività, una strada maestra. Abbiniamo, ogni anno, la festa della Liberazione a un diritto fondamentale irrealizzato o contrastato; rendiamolo visibile con iniziative in tutto il Paese; chiamiamo a raccolta, come testimonial a sostegno, intellettuali, artisti, giovani, sportivi, gente comune; creiamo una rete di supporto che, lungo tutto l’anno successivo, monitori la situazione e assuma iniziative conseguenti. C’è, qua e là, chi già lo sta facendo. Generalizziamolo! Un esempio per questo 25 aprile? Ce lo dà la sezione ANPI Sette Martiri di Venezia con il progetto #ANPIsaleaBordo (https://www.anpive.org/wordpress/2021/02/11/anpisaleabordo-anpi-sette-martiri-insieme-a-mediterranea-sulla-rotta-della-solidarieta/), lanciato, insieme a Mediterranea, per consentire alla nave Mar Jonio di riprendere il mare per il salvataggio dei migranti: un progetto che sta coinvolgendo, tra l’altro, numerosi artisti in una sorta di galleria d’arte militante (https://rottasolidarieta2021.org/galleria-opere). È una rotta di solidarietà coerente con i valori di uguaglianza ed emancipazione della Resistenza e della Costituzione (il cui art. 10 prevede che «lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge»). Eppure si tratta di valori disattesi al punto che molti, in Italia e nel mondo, vorrebbero sostituire l’accoglienza con muri e fili spinati (reali o metaforici) e respingendo i migranti persino con le armi. Per dare un senso al 25 aprile occorre rimetterli al centro della scena: perché, anche oggi, è tempo di scelte.