Dopo il 25 aprile: fuori dalle convenzioni e dai riti

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Da tempo non si vedeva tanta gente a Milano. Non so dire quanti eravamo il 25 aprile ma il senso di una cosa imponente era palpabile e avvertito da tutti, mentre, a due ore dall’inizio della manifestazione eravamo ancora fermi al nastro di partenza, bloccati dalla quantità dei manifestanti che si accalcavano verso piazza Duomo. Persino la questura ha dovuto pronunciare, a denti stretti, il numero di 100mila. Manifestazione imponente, dunque, e insieme, in gran parte, spontanea. C’erano – certo, e fortunatamente – ampie rappresentanze delle organizzazioni sindacali, sociali e politiche, ma erano presenze tra le altre, non l’elemento trainante. A riempire le strade e la piazza erano, uniti da slogan e striscioni inusuali e inediti, gruppi disparati ed eterogenei, chiamati a raccolta da un appello del manifesto (di nuovo, dopo anni, capace di iniziativa politica) a cui pochi avevano inizialmente creduto. Quel che si dice una manifestazione intensa e non convenzionale: per questo è utile tornarci su.

Primo. Molti, anche in campo progressista, hanno archiviato il 25 aprile pontificando, con infastidita sufficienza, sul fatto che «tanto non serve a niente» e che «anche nel 1994 il corteo è stato imponente, ma poi le cose sono andate sempre peggio». Non è così. E non solo perché – come avrebbe detto il mitico Catalano della “banda Arbore” – è sempre meglio essere in tanti piuttosto che in pochi. Il numero non è tutto, ma una mobilitazione massiccia, pur non aprendo automaticamente prospettive utili, è tuttavia, per esse, una precondizione ineliminabile: non cambia il mondo e neppure la politica, ma rinsalda dei legami, produce sensazioni nuove, stimola voglia di cambiamento, fa vivere il territorio come luogo della politica (oggi troppo spesso relegata a realtà virtuale, demandata ai social e ai dibattiti televisivi). Il cambiamento non è dietro l’angolo ma non c’è altra strada che partire dalla mobilitazione. Soprattutto se è inattesa, intergenerazionale, plurale, dura e senza stucchevoli buonismi celebrativi. Può essere solo una fiammata, ma, intanto, c’è e conviene partire da lì.

Secondo. Conviene partire, in particolare, dal rinnovamento dei contenuti dell’antifascismo. Un rinnovamento evidente fin dalle parole d’ordine e dagli slogan del corteo in cui erano esplicite la contestazione radicale del Governo (finalmente percepito per quel che è: non l’espressione di una semplice alternanza ma un trampolino per voltare pagina rispetto alla democrazia costituzionale e allo stato di diritto) e l’appoggio senza se e senza ma alla causa della Palestina (questione in cui si materializza il senso di una “liberazione” che non può essere ridotta a un solo Paese e consegnata unicamente alla storia). Questa saldatura tra passato e presente – inevitabilmente divisiva, proprio come è stata la Resistenza – ha allarmato l’establishment inducendolo a chiedere, provocatoriamente, cosa c’entra la Palestina con il 25 aprile. Domanda impropria, dimostrativa della lontananza siderale della classe dirigente da una realtà nella quale la Palestina assume sempre di più il ruolo che fu del Vietnam degli anni ‘70-80 (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/04/30/stati-uniti-le-universita-la-palestina-e-un-nuovo-maccartismo/). Per molte ragioni concorrenti. Anzitutto perché quella della Palestina è una lotta di liberazione – risalente, ma acuita negli ultimi decenni – dal moderno colonialismo dell’Occidente e dello Stato d’Israele (evidenziato, finanche sotto il profilo terminologico, dal fatto che i protagonisti degli insediamenti in Cisgiordania, in violazione delle risoluzioni dell’Onu, sono universalmente noti come “coloni”). Poi perché la lotta di liberazione palestinese riproduce (come, 50 anni fa, quella del Vietnam) un conflitto tra Davide e Golia e provoca, anche a livello emotivo e soprattutto nei giovani, una sorta di identificazione con la parte più debole. E, ancora, perché a Gaza oggi non è in atto una guerra (sia pur asimmetrica) ma un massacro unilaterale di proporzioni epocali che ha come vittime – non collaterali, ma programmate e pianificate – civili, bambini, donne e malati. Per questo insieme di ragioni, e per altre ancora, la resistenza palestinese è vissuta come omologa a quella partigiana e porla al centro della mobilitazione del 25 aprile è non già un fuor d’opera o una forzatura bensì una scelta coerente e del tutto giustificata.

Terzo. Ma – dicono all’unisono politici, intellettuali e commentatori – i giovani che si mobilitano per la Palestina (il 25 aprile e non solo) spesso non conoscono la storia di quel tormentato Paese e, in ogni caso, mettono in campo una violenza (verbale o addirittura fisica) impropria, inaccettabile e gravemente destabilizzante per l’ordine pubblico. Dimenticano, quei censori, che la conoscenza e la pratica politica procedono necessariamente di pari passo: da dimostrare che i giovani non sappiano nulla della Palestina, resta comunque fermo il rilievo di Norberto Bobbio in un’assemblea di fine anni ‘60 – per me indimenticabile lezione politica – secondo cui «chi manifesta per il Vietnam magari ne ignora la storia e la geografia, ma se continua a manifestare un giorno forse le conoscerà, mentre in caso contrario non le conoscerà mai». Ma soprattutto, quanto alle modalità della protesta, quei commentatori (spesso immemori del loro stesso passato) alterano clamorosamente la realtà che è oggi, in Italia, quella di una protesta e di un conflitto di bassa intensità, lontani le mille miglia da quelli che hanno caratterizzato ampi periodi della storia nazionale (dalla sommossa di Genova del luglio 1960 e successivi fatti di Reggio Emilia alle manifestazioni del 1962 in piazza Statuto a Torino, dalla “battaglia” di Valle Giulia del marzo 1968 a Roma alla rivolta di corso Traiano del 1969, ancora a Torino, o ai moti di Reggio Calabria, organizzati dal movimento dei “boia chi molla” che, tra il 1970 e il 1971, paralizzarono la città per sei mesi: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/01/25/una-diversa-idea-di-ordine-pubblico/) e che caratterizzano tuttora, per esempio, la scena della vicina Francia. In realtà oggi, in Italia, non c’è nessuna seria minaccia all’ordine pubblico e le violenze di piazza (di minima entità e pressoché esclusivamente verbali) sono del tutto fisiologiche in un mondo dominato dalle guerre (con un bambino ucciso ogni 10 minuti, tutti i giorni, nella sola striscia di Gaza: https://volerelaluna.it/mondo/2024/04/24/genocidio-quando-il-crimine-estremo-e-parte-della-normalita/) e da ingiustizie e disuguaglianze macroscopiche. Un mondo – merita aggiungere – in cui il quotidiano teatrino di finte risse verbali nei talk show televisivi si accompagna all’esclusione dal palcoscenico istituzionale e da quello mediatico di ogni posizione realmente alternativa al pensiero dominante. Senza contare che la cosiddetta violenza di piazza (quando c’è) non è una realtà statica, studiata a tavolino, ma il prodotto di un sistema di relazioni, a cominciare dall’operato della polizia che, per usare un eufemismo, non brilla certo per capacità di dialogo e duttilità… Non si tratta di sottovalutare (o, peggio, giustificare) la violenza ma di guardare i fatti per quel che sono. Anche di questo ci parla il 25 aprile di Milano.

Quarto. Non si può, infine, omettere un cenno ai media, protagonisti indiscussi della deformazione dei fatti e delle strumentalizzazioni in corso. È accaduto anche per la manifestazione milanese: i maggiori quotidiani nazionali e le emittenti televisive si sono rincorsi in un esercizio stucchevole di servitù volontaria (per usare una felice espressione di Gastone Cottino) nel quale non si sa se sottolineare maggiormente i silenzi sull’entità della manifestazione o l’enfatizzazione di alcuni limitati e circoscritti momenti di tensione. Non è una novità ma l’ennesima tappa di una deriva autoreferenziale e di una crescente inutilità, quotidianamente certificate dalla caduta verticale di vendite e di ascolti.

Non sono pochi gli stimoli e le indicazione che vengono dal 25 aprile (e dalle molte altre manifestazioni di questi giorni). Bisogna, semplicemente, saperli leggere…

Gli autori

Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, dirige attualmente le Edizioni Gruppo Abele. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).

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