Scuola delle discipline e scuola del disciplinamento

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L’anno scorso mentre ero sul tram per tornare a casa sono saliti accanto a me cinque ragazzi in età da scuola superiore. Parlavano a voce alta fregandosene beatamente dei presenti accanto a loro. Il vocabolario era un turpiloquio all’ennesima potenza, in piena coerenza con la volgarità delle frasi sulla t-shirt di uno di loro che elencava le cinque ragioni per cui una birra gelata è meglio di una ragazza. Gli sguardi che gli adulti gli lanciavano erano la condanna senza attenuanti di quella gioventù oggettivamente fastidiosa e maleducata. La tolleranza nei loro confronti derivava solo dalla certezza che a breve sarebbero scesi e tornati invisibili, estranei ed esterni al mondo in cui viviamo.

Estraneo ed esterno sono vocaboli che derivano dal latino “extraneus” che è la base etimologica di “straniero”. E in effetti gli adolescenti sono vissuti da un mondo adulto accecato dalla paura come stranieri, ancora più pericolosi perché non si accalcano alle frontiere e non si possono far andare alla deriva (quando va bene) in mare, sono gli «stranieri interni», quelli che non arrivano oggi e domani vanno altrove, ma «che oggi vengono e domani rimangono» (Georg Simmel). Se la politica sceglie di trasmettere questa visione, non stupisce che l’adolescenza sia giudicata una minaccia per la conservazione del sistema così com’è. Si capisce anche perché l’abbia colpita attraverso nuove norme penali. Col decreto Caivano sono intervenuti 14 nuovi reati e 20 nuove circostanze aggravanti: la conseguenza è che oggi è prevista la custodia cautelare negli istituti penali minorili (IPM) per reati che precedentemente erano gestibili con la “messa alla prova” (che prevedeva la frequenza obbligatoria della scuola), una soluzione normativa che ha rappresentato un motivo di orgoglio in tutto il mondo per il nostro sistema minorile. Oggi il 68,5% dei minori negli IPM è detenuto in attesa di giudizio. È la conseguenza della narrazione falsa di una delinquenza minorile in crescita esponenziale, come se le baby gang fossero un problema nazionale, mentre i dati pubblicati nell’VIII rapporto di Antigone ci dicono che i reati commessi da giovani sono in calo da anni e che l’Italia ha un tasso di criminalità minorile che è quasi la metà della media europea. Eppure alla fine del 2025, grazie al decreto Caivano, i minori reclusi negli IPM erano in crescita del 35% senza che nessuno si sia posto la domanda se siano davvero cresciuti i reati oppure solo le denunce, sotto la pressione mediatica di una delinquenza crescente: una ricerca del Ministero dell’ottobre 2022 ha rivelato che gli articoli sulle gang giovanili sulla stampa italiana nel 2017 erano 612, mentre nel 2022 sono saliti a 1.909.

L’adolescenza va tenuta sotto controllo, resa compatibile con le condizioni del presente, normalizzata più che educata, ma è un obiettivo difficile da raggiungere: i ragazzi oscillano costantemente e naturalmente sulle linee di confine, per conoscere il valore del limite devono sperimentare il suo superamento. E soprattutto sono impregnati di futuro: il presente per loro è solo il tempo della rincorsa per il salto in ciò che sarà. Per loro stessa natura incarnano una domanda di cambiamento che spaventa, e quindi, a maggior ragione spaventa una scuola che li affianchi e sostenga nella rincorsa invece di frenarla. Per questo la scuola sta diventando il campo d’eccellenza dove il governo applica i due segni maggiormente distintivi della sua politica: la retrotopia (termine coniato da Bauman) e la repressione. La retrotopia rappresenta l’utopia di un passato glorioso a cui si vorrebbe tornare, all’Italia, popolo di santi, di navigatori, di eroi, quella da Film Luce e della memoria luminosa dei sussidiari del primo dopoguerra. Di retrotopia sono intrise le “Indicazione 2025”, soprattutto, ma non solo, nei redivivi “programmi” di storia. Ed era largamente prevedibile che la scuola non restasse esente dai provvedimenti repressivi che si sono succeduti in questi anni di governo della destra. Non bisogna scordarsi che il primo decreto sicurezza ha colpito i rave, eventi musicali destinati ai giovani, nonostante l’assenza di reati connessi minimamente rilevanti. Tutto deve essere messo a norma, ogni devianza e diversità va colpita, e quale luogo è più adatto a questa operazione di controllo della scuola? La scuola decide cosa e come si deve studiare; i professori al vertice del ministero hanno parlato senza alcuna remora del valore pedagogico ed educativo della coercizione, eppure per la Treccani significa «obbligare a fare o non fare una cosa, usando la forza o minacciando di usarla»; il vocabolario De Mauro aggiunge «costringere […] contro la propria volontà». Quindi la repressione non si è espressa solo fuori delle aule, andando a colpire il diritto costituzionale di manifestare e protestare pacificamente di ogni cittadini di ogni età, ma anche nella forma di scuola che si vuole si svolga in aula, con la restaurazione dell’autorità del magis a prescindere dalla sua autorevolezza. D’altra parte nelle Indicazioni recenti per il primo ciclo la radice “rispett-” (rispetto, rispettoso, rispettare, rispettato ecc.) ricorre 123 volte (da notare per comprendere l’impronta complessiva del documento che invece “pace” ricorre una sola volta, come componente della parola “ca-pace”).

È chiaro che la volontà repressiva è stata messa in azione ad ogni livello, per trasformare la scuola delle discipline in quella del disciplinamento e a questo scopo si è dato nuovo risalto alla valutazione del comportamento degli studenti con il voto di condotta che farà media con gli apprendimenti e il cinque sarà bocciatura a prescindere. Gli episodi di violenza a scuola non vanno minimizzati, sono un campanello d’allarme di un malessere che cresce. Ma dietro ogni atto, da punire senza se e senza ma, c’è un ragazzo o una ragazza che hanno una famiglia che non ha fatto attenzione, amici sbagliati ma da cui è difficile staccarsi pena essere esclusi, un paese o una città che non offre risorse. Non significa minimizzare le responsabilità individuali, è riconoscere sempre accanto ad esse le nostre.

Questa non è più la scuola della Costituzione, non è più lo strumento per superare gli ostacoli ma un ostacolo in più da superare per costruire la propria identità. L’istruzione democratica è quella che garantisce il tempo e l’aiuto necessario perché ciascuno trovi la sua strada. Un alunno nel laboratorio di chimica aveva scritto sul bancone di porcellana “ogni bambino nasce gemello, quello che è e quello che vuole essere”. La scuola democratica deve far sedere ai banchi entrambi, prendersi cura del bambino che è e insieme far crescere nei dettagli quello che vuole essere, perché sarà lui che trainerà la crescita. L’apprendimento non è un’impresa individuale ma un’avventura collettiva: l’io si definisce se c’è un noi più grande a cui si appartiene. È in fondo, la stessa necessità che spinge il bambino piccolo a toccarsi il naso per identificarsi nel gruppo dei compagni. Oggi, nel dilagare delle connessioni, la scuola ha quasi l’esclusiva di un contatto quotidiano che coinvolge più generazioni. È una possibilità straordinaria che resta e anche una enorme responsabilità.

Certo è curioso che le competenze chiave europee siano declinate in termini di autonomia e responsabilità, mentre a scuola per gli studenti sono pratiche entrambe proibite. Non hanno nessuna responsabilità, se non quella di seguire le indicazioni e nessuno spazio di autonomia, se non quello conquistato contro le regole, occupando o autogestendo. Da qui si dovrebbe ripartire. La democrazia si apprende solo sperimentando nel quotidiano forme concrete di democrazia, ha scritto Dewey. Allora occorre ripensare la scuola creando spazi all’interno dei curricoli a libera scelta degli studenti; attività che vedano loro protagonisti nei quali gli insegnanti siano solo la guida adulta indispensabile (lo è sempre). La valutazione preziosa e fondamentale è quella che si fa autovalutazione: conoscenza dei propri punti di forza e di debolezza e orientamento alle scelte future.

Praticare democratica quotidiana significa che gli studenti devono avere voce, non solo alla lavagna. Si scopre un universo quando ci si mette in loro ascolto. Sanno pensare in grande anche se lo fanno usando parole semplici. Una quindicenne ha definito la scuola come “una prigione in cui si insegna la libertà”; gli studenti di un professionale hanno scritto ai professori un volantino che diceva “Voi dateci la cultura che il lavoro ce lo scegliamo da soli”. Nonostante siano capaci di fare cose sbagliate, hanno un senso quasi naturale di ciò che è giusto e di ciò che è ingiusto. Quando prendono il coraggio di parlare liberamente (quasi sempre fuori dell’aula) fanno capire che se anche studiano poco le materie studiano molto gli insegnanti che hanno davanti. Ma non sono loro a dover trovare il coraggio di parlare, è la scuola che deve avere quello di ascoltarli.

Gli autori

Giuseppe Bagni

Giuseppe Bagni, insegnante, è stato membro del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione e presidente nazionale del Cidi - Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti. Al mondo della scuola ha dedicato i saggi “Insegnare a chi non vuole imparare” (2005) e “Suonare in caso di tristezza” (2021).

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