Contenuti e incongruenze di una legge incostituzionale

La legge elettorale della destra, approvata in via definitiva l’8 ottobre, è tesa a impedire la vittoria della parte avversa ed è guidata dall’idea che le elezioni devono servire a eleggere non il Parlamento, ma il Governo, dotandolo di una maggioranza assoluta non scalfibile. A questo vizio di fondo si aggiungono numerosi profili di irrazionalità, incongruenze e incostituzionalità.

C’era una volta la democrazia rappresentativa

La nuova legge elettorale ci pone fuori dalla democrazia rappresentativa. Fuori da tutto: dai princìpi della politica moderna, dalle sue regole non scritte, dalle norme scritte con rilievo costituzionale, dal comune senso del pudore nel campo dei comportamenti politici e istituzionali. Un ulteriore passo verso quel regno del caos nei confronti del quale la migliore riflessione contemporanea ci invita a provare un “sacro timore”.

Gli aspiranti stregoni che vogliono tutto

In Svezia tra il 1865 e il 1911 i cittadini avevano il diritto a un numero variabile di voti a seconda del censo. Oggi il generale Vannacci ipotizza di riconoscere ai genitori il diritto di votare anche per i figli minorenni. La nuova legge elettorale si muove in una direzione non così lontana, manomettendo il meccanismo di trasformazione dei voti in seggi e ponendo ostacoli alla presentazione alle elezioni di forze non presenti in Parlamento.

La manomissione della rappresentanza

Il modo in cui si raccolgono le candidature, si ammettono le liste, si disegnano i collegi, si distribuiscono i seggi e si individuano gli eletti definisce il rapporto tra cittadini e Parlamento e, dunque, la democrazia rappresentativa. I dispositivi introdotti con la nuova legge elettorale (premio di governabilità, presentazione delle liste, disciplina delle preferenze etc.), manomettendo la rappresentanza, deformano la democrazia.

Il premierato surrettizio

Il progetto della destra di inserire il premierato in Costituzione è naufragato, ma la volontà di concentrare il potere e di imprimere un svolta autoritaria al sistema permane. Si inserisce in questo quadro la nuova legge elettorale che, con il premio di governabilità e l’indicazione del candidato presidente del Consiglio in sede di presentazione del programma, introduce in modo surrettizio il premierato perduto.

Un caso parallelo: gli Stati Uniti, dove il potere non può perdere

Il “caso Stati Uniti” è esemplare. Nonostante l’allentamento dei vincoli della democrazia liberale, c’è ancora una “democrazia elettorale”, cioè la possibilità che l’opposizione possa vincere, rovesciando chi governa. È contro questa possibilità che si sta scagliando, con varie misure, Trump, all’insegna dell’impostazione che “il potere non può perdere”. Comincia così un vero e proprio cambio di regime.

La scuola della destra e quella che vogliamo

Dietro i provvedimenti del ministro Valditara c’è un disegno: riportare indietro le lancette dell’orologio e restaurare la rigorosa selezione di classe e la scarsa democrazia che hanno caratterizzato per decenni la scuola. Molti i temi implicati. Alcuni su tutti: la questione dell’autonomia, l’assetto della scuola secondaria di secondo grado, la repressione del dissenso, gli effetti del calo demografico, l’inclusione.

Dalla scuola dell’autonomia alla scuola per il mercato

L’autonomia scolastica nasce nel 1997, evocando “scuola autonoma” in grado di autogovernarsi e di decidere come realizzare il proprio progetto educativo. Ma le buone intenzioni sono state presto frustrate e, dopo quasi 30 anni, possiamo affermare che hanno prevalso esigenze più forti, provenienti dal mercato del lavoro, dalla riduzione della spesa pubblica e dal prevalere di una visione utilitaristica e strumentale del sapere.

Rendere la scuola della Costituzione il futuro della scuola

Negli ultimi decenni i provvedimenti per la scuola sono stati eterogenei e finalizzati a renderla funzionale al mercato del lavoro. È una linea da ribaltare. Una scuola che rinuncia a fornire una formazione culturale alta per tutti fa un passo indietro nello sviluppo di una società democratica. Quel che occorre fare è non diminuire la durata dei cicli di studio e prevedere percorsi di formazione professionale solo dopo i 16 anni.

Scuola delle discipline e scuola del disciplinamento

Con il Governo della destra, nella scuola convergono la nostalgia per il passato e una crescente repressione verso i ragazzi che in qualche modo, anche con comportamenti impropri, evocano il futuro. La scuola delle discipline si trasforma così in scuola del disciplinamento, in un processo di cui è segno evidente il rilievo attribuito al voto di condotta che fa media con gli apprendimenti e può provocare la bocciatura a prescindere.