Rovesciare i termini: il merito della scuola

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La nuova dicitura del Ministero dell’Istruzione, con l’inserimento del riferimento al “merito” ha suscitato discussioni e alimentato polemiche (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/11/11/limbroglio-della-meritocrazia/). Tuttavia, a me piace rovesciare i termini della questione, e la mia non è solo una metafora: perché invece di scrivere di “scuola del merito”, io vorrei parlare del “merito della scuola”.

Infatti, nonostante tutti gli avvicendamenti politici e nonostante le innumerevoli notizie di una società che sembra avviata al declino piuttosto che alle “magnifiche sorti e progressive”, la scuola resta un punto fermo in ogni tempesta, come una roccia nel mare, corrosa dalle onde e dalle intemperie ma pur sempre un punto fermo per i naufraghi. Perché la scuola in Italia ospita ogni giorno centinaia di migliaia tra insegnanti e studenti che si ritrovano assieme per dar vita a uno spirito di comunità che oggi appare come un gesto straordinario nell’epoca delle comunicazioni social e delle relazioni da remoto.

La scuola è un presidio insostituibile per far fronte alle carenze di una società ormai priva di veri e propri centri di aggregazione in presenza e ai disagi di tante famiglie attanagliate dalla crisi economica e turbate dai mali di una società ormai reputati endemici, come la violenza sulle donne e la perdita del lavoro dopo la pandemia.

La scuola è il luogo per eccellenza dove si ritrova l’“essere di parola”, come ha scritto recentemente lo scrittore-insegnante Alessandro D’Avenia sul Corriere della Sera. Perché la scuola resta quella fucina insostituibile all’interno della quale le parole mantengono il proprio valore generativo di salute e di cura dei nostri mali, in quanto «innescano gli stessi meccanismi dei farmaci, e in questo modo si trasformano da suoni e simboli in armi che modificano il cervello e il corpo di chi soffre» (D’Avenia, Essere di parola).

La scuola è un argine contro la dispersione e la rinuncia ai talenti delle nuove generazioni; seppur nella fatica quotidiana del confronto mai facile tra docenti e allievi, tra generazioni sempre più incompatibili, la scuola cerca di frenare quella deriva pericolosa che è l’abbandono delle lezioni da parte di tanti giovani (dispersione esplicita) o di colmare quei vuoti morali ed emotivi di chi resta in classe ma solo “per scaldare il banco”, conseguendo un diploma valido sulla carta ma sterile in futuro nel mondo del lavoro e soprattutto nella dimensione personale di ogni individuo (dispersione implicita).

La scuola è il luogo dove avviene lo scontro tra la tecnica e l’umanesimo, nella quale si cerca di trovare rimedio alla sciagura delle “due culture”, come l’ha chiamata recentemente Ivano Dionigi per indicare una separazione tra sapere umanistico e sapere tecnico-scientifico, con il primato riconosciuto a quest’ultimo nel momento in cui l’uomo ha innalzato la tecnica da strumento a «protesi che supera e perfeziona l’uomo e la natura» (I. Dionigi, Prometeo non salva).

La scuola, di ogni ordine e grado, di ogni città o paese, di qualsiasi dimensione e in qualsiasi ubicazione regionale, vede schierate ogni giorno file di insegnanti che si rimettono in discussione. Uomini e donne che ripensano i propri cardini culturali e le proprie certezze didattiche per cercare di scovare un codice comunicativo capace di farli dialogare in modo convincente con le nuove leve di giovani sempre più sperduti e disorientati, perché a nessuno interessa il loro parere. Questi docenti, a costo di fallimenti se non di mortificazioni vere e proprie, ribaltano le proprie certezze consolidate in tanti anni di studi e fatiche per costruire quel “ponte” di dialogo irrinunciabile con chi ne dovrà prendere il posto domani. Un ponte che spesso non si riesce mai a erigere per davvero.

Quanto appena esposto, non viene evidenziato a sufficienza dai più. Non solo. Basta fermarsi ad analizzare quanti professionisti ci sono al giorno d’oggi che, come gli insegnanti, devono di continuo rimettersi in discussione come professionisti ed educatori per essere davvero credibili al cospetto di generazioni contraddistinte da un cambiamento così frenetico che porta quasi all’esaurimento delle lettere dell’alfabeto per etichettarle di volta in volta. Alla fine di tutto questo, e proprio per questo, ritengo in tutta sincerità e “con merito” di dover insistere più sul merito della scuola che su una scuola del merito. Almeno per tributare agli attori del mondo della scuola quel riconoscimento mai richiesto in modo esplicito, ma sempre più doveroso in questa nostra travagliata società, e non solo come forma di rivendicazione di tipo retributivo.

Gli autori

Michele Canalini

Michele Canalini insegna in un istituto professionale e tecnico della Lunigiana. Si occupa principalmente di scuola, tema su cui ha pubblicato due libri: "L’insegnante di terracotta. La Buona Scuola… e poi?" (Mimesis, 2018) e "La ricreazione a distanza. Una manica di studenti alle prese con quei pezzi di insegnanti" (Kimerik, 2021). Ha lavorato come docente di lingua italiana presso l’Università del tempo libero del comune di Carrara. Antifascista per educazione e convinzione, ha collaborato con l'Anpi di Pesaro e Urbino. Appassionato di cinema, ha scritto per il sito di divulgazione cinema4stelle.it e per il sito di informazione culturale idranet.it.

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One Comment on “Rovesciare i termini: il merito della scuola”

  1. Grande Canalini: cambia l’ordine di due parole e – argomentando capoverso dopo capoverso – riporta la tematica ai termini reali, demolendo le fanfaronate destrorse , che però giustamente vanno considerate seriamente. E anche chi attualmente non è direttamente coinvolto nel settore Scuola può trovare nelle righe del suo intervento validi spunti di riflessione.
    Un altro importante tassello dal Laboratorio di VOLERE LA LUNA.

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