Al G8 di Genova non avevo ancora tre anni…

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“Genova libera! Genova libera!”. È questo uno dei primi slogan politici che ricordo di aver cantato, a poco meno di tre anni, nell’autunno del 2001, pur senza comprenderne il significato: mio papà era da poco tornato da Genova, dove, come avvocato del Genoa Legal Forum, aveva assistito alle manifestazioni del 20 e del 21 e all’assalto alla scuola Diaz. Con le parole adatte a spiegare quello che è stato un punto di svolta e una dolorosa ferita nella recente storia nazionale e internazionale a una bambina di due anni e mezzo, i miei genitori mi hanno spiegato ciò che era successo. È stato così che sono entrata per la prima volta in contatto con il G8 di Genova.

La mia percezione di bambina, pur evidentemente impossibilitata a comprendere tutte le complessità che questo evento ha rappresentato, ne ha colto il carattere fuori dall’ordinario e lo ha inserito, sin da subito, nelle lenti attraverso cui interpretare il mondo e la società. Ed è indossando queste lenti che, mesi dopo, andando verso l’asilo, ho inaspettatamente chiesto a mia mamma di attraversare il marciapiede per non passare davanti a un commissariato di polizia: l’ingenuità dei tre anni mi aveva portata a temere che le forze dell’ordine potessero esercitare gratuitamente violenza, così come accaduto alla Diaz, anche su una bambina che, col suo zainetto e per mano alla mamma, stava andando a scuola.

È stato dal ricordo di questo aneddoto che sono nate, negli anni del liceo e dell’università, le prime riflessioni su quello che ha rappresentato il G8: quanto può essere considerato normale che una bambina di tre anni abbia paura delle forze dell’ordine? Quanto quell’evento ha modificato la percezione delle istituzioni e della possibilità di manifestare il dissenso agli occhi di chi ne è stato testimone, di chi ha vissuto le violenze e di chi le ha viste attraverso le lenti dei media o, come nel mio caso, dei racconti mediati? Come l’impiego di diverse narrative ha modificato e continua a modificare questa percezione? Sarebbe stato lo stesso se avessi sentito parlare del G8 non dai miei genitori, da sempre impegnati politicamente, ma da un telegiornale? Da questi interrogativi e dal confronto con i coetanei è scaturita, durante il primo anno del corso di laurea magistrale in Scienze Internazionali, una domanda più vasta, che mi sono stupita di non essermi posta prima: come è possibile che un accadimento di questa portata, che ha avuto conseguenze a livello socio-culturale, politico e mediatico di cui vediamo segni evidenti ancora a 25 anni di distanza, sia quasi totalmente mancante da quanto viene insegnato alla mia generazione? Il G8 è un grande assente tra i banchi di scuola: troppo recente, per la generazione di fine anni ‘90-inizio anni 2000, per essere inserito nei programmi di storia, troppo trasversale, forse, per trovargli un posto nei programmi delle altre materie. Ed è così che i giovani, per entrare in contatto con il G8, devono scontrarcisi quasi per caso, come è successo a me sin da piccola, o interessarsene autonomamente, facendo ricerca, leggendo, ascoltando.

Fortunatamente, siamo aiutati, in questo, da chi, prima di noi, ha scelto di dedicare del tempo a diffondere informazione su ciò che è accaduto: penso, per esempio, ad alcuni dei testimoni della Diaz, che, dopo anni di processi, interviste e documentari, trovano ancora oggi il tempo – e la forza – di raccontare la loro esperienza, come hanno fatto con me Mark Covell e Mina Zapatero, che ho avuto la fortuna di intervistare nel corso della redazione della tesi magistrale. Ho scelto, infatti, come molti altri coetanei prima e dopo di me – basti pensare a quanti lavori popolano lo spazio NarrAzioni- Studi sul G8 del Comitato Piazza Carlo Giuliani – di provare a rispondere a quelle domande che, con l’ingenuità di bambina prima e una maggiore consapevolezza poi, mi sono posta negli anni, cercando, al tempo stesso, di provare a intervenire, nel mio piccolo, su quella grande assenza che, come accennato prima, è spesso il G8 di Genova per la mia generazione. Mi sono quindi chiesta, scrivendo una tesi dal titolo “Don’t clean up this blood: strategie discorsive nella rappresentazione della violenza alla scuola Diaz tra stampa, materiale audiovisivo e testimonianze”, quanto la memoria dei fatti della scuola Diaz – che, insieme all’omicidio di Carlo Giuliani, rappresenta il grande momento di rottura e di crisi della democrazia durante il luglio del 2001 – sia inquinata da narrazioni distorte, mediate e parziali, che, in alcuni casi, compartecipano a una sistematica invisibilizzazione dell’evento.

La costruzione della memoria, nei giorni immediatamente successivi alle giornate di luglio 2001 così come negli anni a venire, in occasione degli anniversari, delle conclusioni dei processi e dei – purtroppo – numerosi episodi di repressione che tanto ci ricordano le strategie del G8, ha dovuto fare i conti con la difficoltà dei mezzi di comunicazione di massa stessi di raccontare e rappresentare un evento così fuori dall’ordinario, che vede nella posizione dei carnefici una pletora di attori istituzionali. Si costruiscono così diverse narrazioni del medesimo evento, che, scontrandosi tra loro, ne aumentano la complessità, facendo troppo spesso prevalere quella rappresentazione dominante che vuole deresponsabilizzare forze dell’ordine e istituzioni a scapito dei manifestanti. È in questo senso che muove, per esempio, l’evoluzione narrativa di quanto accaduto alla scuola Diaz. Se in un primo momento si è cercato di accusare chi si trovava all’interno dell’edificio di far parte del Blocco nero – oggetto anch’esso di una misrappresentazione volta ad amplificarne le dimensioni percepite come pericolose dall’opinione pubblica – scegliendo quindi di nascondere la violenza delle forze dell’ordine, si è poi cercato di strumentalizzare la condizione stessa delle vittime, la cui sofferenza (fisica e psicologica) è stata spesso utilitaristicamente impiegata per creare un fittizio contrasto tra dimostranti ingiustamente divenuti vittime e dimostranti meritevoli della violenza, ovvero coloro che sono rimasti feriti durante le manifestazioni del 20 e del 21 luglio. È evidente, quindi, quanto sia difficile, tanto per chi leggeva i giornali e guardava la televisione nel 2001 quanto per chi, anagraficamente, non ha potuto farlo, ricostruire ciò che è accaduto senza i filtri inevitabilmente imposti. È stato fondamentale, nel fornire alle più giovani generazioni una rappresentazione il più possibile scevra da tali manipolazioni, la verità processuale: basti pensare alla condanna alcuni tra cui i vertici delle forze di polizia coinvolte nel blitz alla scuola Diaz, o alla definizione, da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, dei fatti di Bolzaneto come “tortura”.

Conoscere e comprendere quanto accaduto per le strade di Genova, alle scuole Pascoli e Pertini e alla caserma di Bolzaneto attraverso rappresentazioni il più possibile vicine alla verità, per le quali, come già suggerito, è doveroso un ringraziamento ai testimoni delle violenze, è di imprescindibile importanza per i giovani che, oggi, vedono contrapporsi alla loro politicizzazione una repressione sempre più brutale. Ed è anche nel G8 di Genova che getta le sue radici questa repressione: conoscere la storia di Carlo Giuliani, di Mark Covell, di Lorenzo Guadagnucci, di Arnaldo Cestaro e di tutti e tutte coloro che hanno subito violenza a Genova ci aiuta a comprendere le storie di chi, dopo di loro, è stato vittima – dove, utilizzando questo termine, non si vogliono privare i soggetti della propria agency, quanto più che altro sottolineare un sopruso riconoscendo la responsabilità istituzionale e un abuso di potere – di quella che possiamo definire a tutti gli effetti violenza di Stato. È guardando una mappa di Genova e vedendo come una parte di corteo è rimasta intrappolata tra il bastione e il mare in corso Italia e sottoposto a ripetute cariche, per esempio, che è possibile capire, attraverso lenti diverse e più consapevoli, le cariche contro giovani e giovanissimi studenti intenti a manifestare contro il genocidio in Palestina a Pisa nel febbraio del 2024. È leggendo della “caccia all’uomo” – così definita da Giulietto Chiesa – occorsa alla manifestazione del 21 luglio che possiamo interpretare con più coscienza, anche storica, gli scontri avvenuti a Torino il 31 gennaio del 2026, in occasione della manifestazione contro lo sgombero di Askatasuna. Ma è anche guardando alla narrativa costruita intorno all’uccisione di Carlo Giuliani, depersonalizzato se non, nel peggiore dei casi, costruito come un nemico pubblico, che possiamo criticamente contestare le narrative successivamente diffuse in merito all’omicidio, otto anni dopo, di Stefano Cucchi, per mano della stessa violenza di Stato operata dalle forze dell’ordine.

È evidente, quindi, che Genova non appartiene al passato: sono proprio le generazioni più giovani, che hanno conosciuto quella violenza dai racconti di chi c’era, che hanno bisogno di avere accesso alla memoria collettiva di ciò che è successo e al processo di costruzione di tale memoria, così da poter comprendere il presente e da cercare una risposta a tutti quegli interrogativi che, come suggerito in apertura, una giovane ragazza di poco meno di trent’anni si è posta sin da quando, a quasi tre anni, ha visto nelle forze dell’ordine non la protezione che dovrebbero rappresentare, ma il pericolo che diventano senza un intervento che ne riformi le radici e, soprattutto, la cultura sottostante.

Gli autori

Annalisa Vitale

Annalisa Vitale è laureata in Scienze Internazionali presso l’Università di Torino. Appassionata di tematiche di genere, repressione e contrasto alla discriminazioni, si è concentrata su questi temi nei suoi studi e nelle sue ricerche.

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