L’imbroglio della meritocrazia

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Ha fatto molto discutere la scelta della Presidente del Consiglio di rinominare il ministero all’istruzione in chiave “meritocratica”, associando istruzione e merito in un unico dicastero. La motivazione è stata spiegata direttamente da Giuseppe Valditara, nominato Ministro dell’Istruzione e del Merito: non demonizzare il merito, valorizzare i talenti e le capacità degli studenti a prescindere dalle condizioni di partenza. Tali affermazioni non suonano nuove. Al contrario, si inseriscono all’interno di una narrazione sul merito e sulla meritocrazia consolidata e diffusa, che nel tempo ha raccolto consensi tanto in ambienti di destra, quanto tra le file della sinistra liberale, presentandosi come ideologicamente neutra e facendo leva sull’importanza di garantire a ogni persona le stesse opportunità di “eccellere” e veder premiati i propri meriti. Dietro a tale narrazione, tuttavia, si celano dinamiche profondamente anti-egualitarie. Se apparentemente può sembrare che l’enfasi sul merito corrisponda all’intenzione di azzerare i vantaggi ereditari, scendendo in profondità si può invece osservare come i discorsi intorno alla meritocrazia sottendano una nuova legittimazione delle diseguaglianze.

Innanzitutto, bisogna notare che per quanto possano essere forti gli appelli a favore di un assetto sociale maggiormente meritocratico, è molto raro che il significato da attribuire al termine “merito” venga esplicitato con precisione. Quali attributi fanno sì che una persona possa essere definita “meritevole”? Le risposte potrebbero essere molte e molto diverse tra loro (ad esempio il talento, lo sforzo, l’impegno, la capacità di raggiungere determinati risultati o il tempo impiegato nel farlo ecc.) al punto che il concetto di merito potrebbe assumere differenti significati e generare così diversi impatti sulla società. Non bisogna dimenticare, inoltre, che qualora si raggiungesse un accordo valido una volta per tutte sulla definizione di merito, sarebbe ancora più complesso rispondere alla domanda su come individuare e giudicare i meriti di ciascuna persona. Generalmente queste domande non trovano risposte puntuali e il “merito” resta un concetto vago e imprecisato. Ciò nonostante, alcune retoriche tendono ad associare la valorizzazione dei meriti a qualcosa di intrinsecamente giusto, in nome di assetti sociali più equi e più efficienti, secondo una narrazione che attribuisce al merito un valore e un potenziale quasi salvifico. Eppure, il termine meritocrazia (letteralmente “potere dei meritevoli” o “potere del merito”) è stato coniato con l’intenzione di rappresentare scenari tutt’altro che auspicabili e le critiche che si possono sollevare sulla desiderabilità di sistemi maggiormente meritocratici non sono poche.

Uno degli aspetti più controversi riguarda il rapporto tra merito e uguaglianza. La promessa di chi sostiene che una maggiore applicazione del criterio del merito permetta una transizione dell’assetto sociale esistente verso nuovi scenari, in cui i percorsi di vita dei singoli siano svincolati dalle loro condizioni di partenza, appare illusoria. In primo luogo, restando sul piano prettamente teorico, se con “premiare il merito” si intende l’idea di offrire maggiori opportunità di “successo” (anche questo concetto andrebbe definito) alle persone più talentuose sotto determinati profili, si rischia di favorire la nascita e la legittimazione di nuove diseguaglianze inaccettabili. Infatti, la distribuzione dei talenti e delle doti personali è paragonabile alla distribuzione dei premi in una lotteria e tali attributi difficilmente possono essere interpretati come un merito dei singoli o correlati alle loro responsabilità. Anche l’idea di offrire a ogni persona le stesse opportunità di partenza, al fine di distribuire le risorse disponibili e le posizioni sociali attraverso il criterio del merito, non mette al sicuro da critiche. Ancora una volta, andrebbe innanzitutto chiarito che cosa si intende quando si parla di eguali opportunità di partenza. Nel caso specifico, è dubbio che il governo appena insediatosi intenda realizzare politiche fortemente redistributive, in grado di ridurre le enormi diseguaglianze esistenti. Al netto di questa parentesi, ipotizzando che sia possibile realizzare un contesto ideale, in cui ogni persona si trovi esattamente allo stesso punto di partenza di tutte le altre, il paradigma meritocratico implica l’adozione di un modo di interpretare i percorsi di vita e i rapporti sociali agonistico e fortemente individualistico. Si può prevedere con facilità quale sarebbe il risultato di una competizione basata principalmente sul merito: non il superamento delle diseguaglianze, bensì la formazione di una nuova gerarchia sociale dominata dalla “classe” dei più meritevoli. Una delle principali conseguenze di questo modello sarebbe la rilettura in chiave morale delle diseguaglianze, secondo una prospettiva che lega indissolubilmente il successo e l’insuccesso alla responsabilità personale, senza tenere conto dei tanti fattori che sfuggono al controllo dei singoli. In altre parole, da un lato si avrebbe l’esaltazione dell’élite dei meritevoli e dall’altro la colpevolizzazione del resto della popolazione non abbastanza meritevole. Oltre a ritrovarsi in una condizione di subordinazione rispetto alla nuova classe dominante, i componenti delle classi dei “meno meritevoli” sarebbero anche considerati responsabili per la propria condizione. In questo quadro, il benessere collettivo e la garanzia dei diritti sociali sarebbero sacrificati in nome della competizione e della ricerca di un equilibrio basato sulla selezione dei “migliori”.

La realtà, in ogni caso, è molto diversa dai contesti ideali ipotizzati sin qui. L’epoca in cui viviamo è caratterizzata da diseguaglianze abissali e spaccature sociali molto profonde, tali da rendere illusoria qualunque prospettiva fondata sulla piena uguaglianza sostanziale delle opportunità di partenza. I dati che abbiamo a disposizione dimostrano la persistenza del fenomeno dell’ereditarietà sociale, cioè di dinamiche di trasmissione intergenerazionale delle diseguaglianze, che non hanno a che vedere esclusivamente con le condizioni economiche (reddito e ricchezza), ma riguardano anche altri aspetti, come, ad esempio, il livello di istruzione e il capitale relazionale. In un contesto simile, l’applicazione rigida del criterio del merito rischia di facilitare ulteriormente la trasmissione delle diseguaglianze e di fossilizzare i vantaggi di chi appartiene alle classi benestanti in privilegi facilmente tramandabili di generazione in generazione. Basti pensare alla correlazione sempre più marcata tra la condizione economica e culturale della famiglia d’origine e la possibilità di offrire ai figli opportunità di “successo”: al crescere del livello di istruzione raggiunto dai genitori e delle risorse economiche di cui dispongono, cresce in modo proporzionale anche la possibilità che i figli percorrano traiettorie in grado di raggiungere alti livelli di istruzione e buone disponibilità economiche. Viceversa, a un minor capitale economico e culturale di partenza corrispondono statisticamente minori opportunità di completare i cicli di studi più alti e maggiori possibilità di incorrere in situazioni di abbandono scolastico o disoccupazione e inattività. Se si tiene conto di questi aspetti, risulta evidente come l’interpretazione dei percorsi di vita dei singoli come una “scalata al successo”, ponga ogni persona non solo in condizioni di partenza fortemente diseguali, ma sia anche falsata dall’esistenza di ostacoli di altezze diverse, a seconda del punto di partenza: chi parte più svantaggiato trova ostacoli più alti.

L’iniziale promessa della meritocrazia di offrire a ogni persona le stesse possibilità di “eccellere” si dimostra quindi fallace. Al contrario, modellando la società intorno al criterio del merito si incorre nella crescita dell’ereditarietà delle diseguaglianze, nella riduzione delle opportunità di mobilità sociale e nella cristallizzazione delle posizioni sociali dei singoli. Inoltre, a questi fenomeni si accompagna una nuova legittimazione morale delle diseguaglianze, apparentemente spogliate della loro connotazione sociale e politica di classe, grazie all’espediente del merito.

Pertanto, è singolare che di fronte a una società come quella attuale, attraversata da tensioni e diseguaglianze in crescita, una delle prime preoccupazioni del nuovo governo sia stata quella di associare il merito all’istruzione, a discapito della garanzia del più alto livello di istruzione uniformemente possibile per l’intera popolazione studentesca. Può quindi essere utile concludere ricordando il monito di Michael Young, autore del celebre testo L’avvento della Meritocrazia: gli appelli in favore di assetti sociali basati sul criterio del merito altro non sono che invocazioni di un’uguaglianza delle opportunità ingannevole, che offre a tutte le persone eguali opportunità di essere diseguali.

Gli autori

Emanuele Busconi

Emanuele Busconi è attivista per i diritti LGBTQIA+, co-portavoce di Sinistra Ecologista Torino, consigliere e Coordinatore alla Cultura e alle Pari Opportunità della Circoscrizione Tre di Torino.

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One Comment on “L’imbroglio della meritocrazia”

  1. Penso che “merito” non abbia necessariamente una valenza positiva; si può meritare un rimprovero, o un’insufficienza.
    Neutralizzerei la parola intendendola come il diritto – soggettivamente inteso e limitatamente a un ambito specifico – al riconoscimento, in forma materiale o morale, di quanto fatto, in modo individuale o collettivo, nei più diversi ambiti (formativo, lavorativo, culturale, sportivo ecc.).
    Poi, dedicargli un ministero rivela le losche intenzioni esposte nell’articolo

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