Michele Canalini insegna in un istituto professionale e tecnico della Lunigiana. Si occupa principalmente di scuola, tema su cui ha pubblicato due libri: "L’insegnante di terracotta. La Buona Scuola… e poi?" (Mimesis, 2018) e "La ricreazione a distanza. Una manica di studenti alle prese con quei pezzi di insegnanti" (Kimerik, 2021). Ha lavorato come docente di lingua italiana presso l’Università del tempo libero del comune di Carrara. Antifascista per educazione e convinzione, ha collaborato con l'Anpi di Pesaro e Urbino. Appassionato di cinema, ha scritto per il sito di divulgazione cinema4stelle.it e per il sito di informazione culturale idranet.it.

Contenuti:
image_pdfimage_print

Quando suona il telefonino?

Qual è il senso di regalare uno smartphone a un bambino di 11 anni? A me pare una follia. Non per una pregiudiziale sul telefonino (che, prima o poi, ogni bambino, cresciuto come individuo, utilizzerà nella propria vita per socializzare in rete e per il lavoro), ma perché il suo uso troppo anticipato osta all’acquisizione della capacità di elaborare procedimenti complessi per la risoluzione dei problemi.

Smarrita o integrata, la scuola e lo smartphone

Nella continua trasformazione che investe la scuola ci stanno anche gli smartphone. Con la loro presenza e pervasività hanno sommerso l’intera realtà della didattica, a cominciare dalla struttura dei libri di testo. Ma il cambiamento è più profondo. Per questo occorre un nuovo modo di fare scuola, che garantisca ai ragazzi di passare assieme del tempo, senza improvvise paure per il timore di disconnessione dalla rete.

Il nuovo fascismo e l’anticorpo della memoria

Il fascismo si ripresenta talora accompagnato da una presa di distanza dal regime e con un recupero del carattere di movimento “rivoluzionario”, portatore di un taglio netto con il passato e di una richiesta di profondo rinnovamento. Ma non v’è, in ciò, nulla di nuovo ché questi due aspetti coesistevano anche nel fascismo storico. Da qui l’esigenza di usare come anticorpo la memoria.

La cultura in trincea

La trincea, evocata in una traccia dell’esame di maturità, ha oggi significati opposti: camminamento scavato sul fronte di una guerra anacronistica e linea di resistenza contro la strumentalizzazione della cultura a fini di parte. È quest’ultima accezione che dobbiamo coltivare, memori che la lezione della storia impone di resistere durante i periodi bui nonostante l’arrivo dei nuovi “dominatori”.

La scuola e il “merito” di Barbiana

Il centenario della nasciata di don Milani ha riproposto due cardini del suo insegnamento: la necessità di una scuola inclusiva e accogliente e il ruolo della lingua come strumento di rivendicazione sociale e di denuncia delle ingiustizie. Con un corollario: il “merito” della scuola è solo la sua capacità di valorizzare ciascuno muovendo dal punto di partenza in cui lo hanno collocato il caso, o la vita.

Il ministro del merito e la paga degli insegnanti

Ostinati e in direzione contraria, per parafrasare De André, sono oggi gli insegnanti, rimasti una delle poche istituzioni che si assumono la responsabilità di fronteggiare la fragilità dei giovani. Questo è il loro vero compito, uguale ovunque. E per questo non sono il costo della vita o la mancanza di servizi essenziali di un qualsiasi centro urbano a doverli differenziare nella veste retributiva.

Rovesciare i termini: il merito della scuola

Il Governo ha voluto affiancare all’istruzione, nella denominazione del relativo ministero, il merito. Meglio rovesciare i termini e parlare, invece che di scuola del merito, del merito della scuola. Se non altro come riconoscimento del fatto la scuola è il luogo in cui l’incontro quotidiano di centinaia di migliaia di insegnanti e studenti realizza uno spirito di comunità e di sana reazione all’alienazione sociale.