Noi e il Covid-19

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È trascorso più di un anno dalla pandemia e dallo smarrimento che ci ha scaraventate fuori dalla normalità. Eppure, siamo al “ritorno dell’identico”. Stiamo attraversando la terza fase dei contagi, ospedali di nuovo in sofferenza, ingiustizie oltraggiose. Il Covid-19 ha scoperchiato la vulnerabilità dei nostri corpi, trasformato i ritmi della giornata. Le abitudini sono state sradicate dalla dilatazione del tempo che ha reso difficili le relazioni. Non solo nella cerchia più stretta ma là dove c’era la possibilità di incontro con gli altri, gli estranei, capace di produrre curiosità e scoperte.

Se le relazioni sostengono il desiderio di cambiamento, adesso il desiderio si sfibra e smarrisce la politica praticata dal femminismo. Per paura del contagio ci siamo chiuse dentro. Qualcuna tra noi pensa che cerchiamo una sicurezza impossibile. Qualcuna si chiede se stiamo accettando di sopravvivere rinunciando a vivere. Da più di un anno siamo braccate dalla presenza della fine, dall’impossibilità di dire addio, dalla morte nascosta e per questo più atroce. Ascoltiamo, quasi si trattasse di fatalità, la scansione dei numeri di quanti scompaiono quotidianamente.

Non di fatalità si tratta. Se il Sistema sanitario italiano, nonostante i molti tagli, ci appariva decente, ora sappiamo che non è così. Ci siamo rese conto che da anni opera un’organizzazione gracile, pronta a polverizzarsi. Con i medici di base che somigliano a ologrammi, incapaci di ascoltare i pazienti; di vedere le loro fragilità. Peggio ancora le Residenze per anziani sono state quasi sempre luoghi di deposito e di parcheggio dei corpi. Da quei luoghi tanti, troppi se ne sono andati in silenzio. Colpiti, perché vecchi, dalla violenza che li considera improduttivi e considera inutile la loro esistenza. Così come è violenza aver costretto tante donne a sacrificarsi per tenere insieme i bisogni dei piccoli e dei grandi.

Se pure con un segno diverso, nei suoi nessi tra sesso e potere, è violenza quella maschile contro il sesso femminile. Rimanda alla convivenza forzata imposta dal Covid-19 e segnala quanti uomini non sopportano il confronto ravvicinato e quotidiano con la libertà delle donne.

In questa fase ci hanno sostenuto i/le braccianti, badanti, interinali, commessi e commesse dei supermercati. L’erosione del Pil è stata arginata dalle fabbriche dove solo le lotte hanno strappato “protocolli” di sicurezza. Tuttavia, i lavori sono sempre più comandati dal precariato, segnati dallo sfruttamento. Hanno scioperato per la prima volta magazzinieri, operai, runner di Amazon. Per un giorno i riders sono scesi dalla bicicletta o dal motorino, chiedendo ai clienti di rinunciare a farsi portare il cibo.

La presenza del Covid-19 ha cancellato dalla nostra mente le rivolte contro i regimi e le stragi per reprimerle; le lotte delle donne per le libertà negate; le guerre; i disastri ambientali sempre più incontrollabili. Naufraghi muoiono nel Mediterraneo mentre il presidente del Consiglio italiano va in Libia e ringrazia la guardia costiera per i migranti “salvati”; naufraghi chiedono soccorso per due giorni nell’indifferenza dell’Europa e della ministra Lamorgese mentre a Ankara il presidente del Consiglio europeo accetta lo sgarbo alla presidente della Commissione europea la quale, a sua volta, tollera l’offesa purché, in cambio di adeguato compenso, Erdogan continui a “ospitare” più di tre milioni di rifugiati.

Evidentemente, il Covid-19 fa male al mondo e fa male alla democrazia. Si è allargato il divario tra  le sedi politiche e la società. Nei partiti l’interrogativo sullo stato dei rapporti tra uomini e donne trova come risposte il ritorno al passato, alla famiglia tradizionale, al razzismo, al disprezzo degli omosessuali, a una cultura che vuole ristabilire il potere maschile (la difesa di suo figlio da parte del capo dei 5 Stelle). Oppure un’offerta di inclusione “in quanto donne” come è avvenuto nello scontro tra le due candidate a capogruppo Pd alla Camera. Possibile che per le donne non ci sia altra strada da quella della miseria simbolica?

Se così funziona nelle sedi politiche, la vita sociale è stata sì disseminata di buone azioni (volontariato, solidarietà, scambi tra esperienze grazie al web) però le rovine prodotte dal virus hanno coinvolto chi era più esposto alla logica speculativa del mercato e gli effetti sono stati di obbedienza, adeguamento, silenzio.

Le donne “portano sulle spalle il peso della pandemia”? Si suppone che siano loro – noi – in grado di contrastarla maneggiando la “cura”, da sempre declinata al femminile. “Cura” è in questa fase parola evocata sino a inflazionarla, in una sorta di appello morale a unirsi contro il virus. Si può affrontare il Covid-19 senza mettere in discussione l’attuale sistema produttivo economico, sociale e ambientale; senza ripensare l’attuale rapporto tra vita e lavoro, senza contestare lo sbilanciamento dei rapporti tra i sessi, i vincoli tra umani e non umani?

C’è una differente qualità che la “cura” mette nell’esperienza umana grazie alla quale il mondo potrebbe non reggersi unicamente su rapporti di potere, sulla centralità del profitto e sul valore dominante del denaro. Si tratta di “un resto” prezioso che socializzazione, servizi organizzati, e lavoro retribuito non possono sostituire. Ecco, questo “resto” va usato nella crisi che è anche crisi del linguaggio, determinata dalla pandemia. Dunque, dobbiamo trovare le parole in grado di nominare la crisi e assieme le azioni umane che l’hanno prodotta.

Per questo, la politica dei vaccini rappresenta ai nostri occhi il primo terreno di cura e il primo oggetto di conflitto giacché poco o nulla si fa per la prevenzione, per le terapie domiciliari e dalle tante incongruenze si desume che non c’è un cambio di passo: vite potevano essere risparmiate; vite sono andate perdute. La tecno-scienza ha compiuto un salto incredibile, bruciando i tempi della scoperta, ma se non fa i conti con l’interdipendenza globale dei viventi, rischia solo di accelerare il “dis-farsi del mondo”.  È dettata dalla miopia e dal voler salvaguardare comunque il guadagno di alcune multinazionali, la strenua contrarietà di Usa e Europa a sospendere i brevetti in epoca di pandemia anche se internazionalizzare i vaccini rappresenta la condizione per sconfiggere il virus: abolire la proprietà privata dei brevetti e assumere l’idea dei vaccini come Bene comune, disponibile per tutti/e.

Cambiare rotta comporta scelte non indolori. Contro una gestione della salute che non prende le distanze dal passato; contro lo svilimento della vecchiaia; contro la manomissione del pianeta e dell’ambiente, della terra e dell’aria; contro gli allevamenti intensivi.

La forza trasformativa della libertà femminile ha scommesso sulla presa di parola per trasformar in radice la realtà del presente. In opposizione agli uomini, ma anche in alleanza con chi quel desiderio sa riconoscere. È questa libertà che vogliamo agire affinché la cura come desiderio e come conflitto produca una diversa politica.

 

Gruppo delle femministe del mercoledì
Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Elettra Deiana, Letizia Paolozzi, Bianca Pomeranzi, Stefania Vulterini

One Comment on “Noi e il Covid-19”

  1. Cura come desiderio, cura come conflitto… Parlare di cura oggi sembra un po’ come volere la luna: siamo sullo stesso pianeta e sembra di vivere guardando al nostro satellite. Viviamo in un conflitto continuo tra interessi particolari diversi, uomo e donna, ricco e povero, sano e malato, giovane e vecchio, ma ci dimentichiamo che se non esistesse l’uno non esisterebbe neppure l’altro. Ora siamo in un mondo proteso verso la “guerra” al covid, come se le altre malattie non esistessero più. Favoleggiamo di vaccini per tutti, ma il numero di chi rischia di morire di fame ha già superato i 900 milioni di persone. 900 milioni di esseri umani (se muori di fame ha importanza se maschio o femmina, etero o omo, di destra o di sinistra, democratico o liberale?) che non possono gridare perché sono poveri, perché non fanno PIL, perché sono in stragrande maggioranza giovani e del sud del mondo. La filosofia sembra proprio essere quella dell’obbedienza, dell’adeguamento e del silenzio, per lo meno se riferita ai “non umani” in rapida crescita contrapposti agli “umani” in continua concentrazione sui loro precipui interessi. Divide et impera, è sempre stato e sempre sarà così. Chissà se un giorno potremo diventare umani e basta, meno protesi ai diritti di categoria e più alla dignità di ognuno. Forse accadrà quando non ci sarà più nulla da spartire perché tutto sarà distrutto. In quel momento, forse, scopriremo l’interdipendenza globale dei viventi, ma ci accorgeremo anche che è troppo tardi.

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