«Perché non possiamo non dirci comunisti»

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Tempo fa mi è stato dato modo di vedere in un balcone sventolare una bandiera del PCI con falce, martello e stella, sovrapposta a una bandiera arcobaleno simboleggiante la pace, in una città come Sesto San Giovanni, una volta ritenuta la Stalingrado d’Italia e ora governata dalla Lega. Avevo pensato a come esistessero ancora vecchi comunisti asserragliati in un fortino, all’interno di un ambiente ostile. Nel parlarne con un amico, questi mi ha posto ironicamente e provocatoriamente la domanda: “nostalgia?”. Essa mi ha dato da pensare su di me, ma anche sulle possibili motivazioni che avevano potuto spingere ad esibire quella bandiera.

Una riflessione che è stata anche stimolata dalle frequenti accuse di essere dei “cripto-comunisti”, rivolte a chi esprime qualche pensiero eterodosso sull’odierno tragico conflitto bellico, e quindi di avere nostalgie verso la vecchia URSS, della quale si vedrebbe una sorta di proseguimento nell’odierna Russia. Ciò dà da pensare non tanto per la inesattezza della diagnosi (solo chi è totalmente accecato potrebbe confondere la Russia di oggi con la vecchia URSS), quanto perché evidenzia un diffuso modulo di pensiero: che il “comunista” sia contraddistinto dal suo essere comunque e ovunque dalla parte della dittatura e dell’oppressione, una volta quella staliniana, oggi quella putiniana. Infatti, entrambe le realtà (quella dell’URSS e quella dell’odierna Russia) hanno in comune, secondo questo modo di pensare, l’essere due regimi dittatoriali, autocratici e quanto di peggio si possa dire (anche qui ignorando le differenze per privilegiare un pensiero assimilante e incapace di fare distinzioni). Ergo, i comunisti sono per loro natura e convinzione degli antidemocratici e il comunismo è di per sé una dottrina da respingere allo stesso modo di come si respinge il nazifascismo. La vecchia dottrina degli “opposti estremismi” (elaborata al tempo delle Brigate rosse) ha così una sua rivisitazione alla luce degli eventi contemporanei. Tuttavia questa linea di pensiero ha un inconveniente decisivo, specie nel momento in cui si fa il confronto con il nazismo. Essa non distingue le idealità e le motivazioni di fondo che hanno alimentato l’idea comunista da quelle che ne sono state le sue realizzazioni concrete, nei paesi del cosiddetto “socialismo reale” dell’Europa orientale (lasciando da parte Cuba, Cina e altre esperienze simili, per non complicare il discorso). Il comunismo come visione del mondo e concezione della vita ha origine ancor prima del pensiero di Marx, nella realtà e nella prassi di lavoratori e uomini che hanno lottato per la giustizia sociale e contro l’accumulo di ricchezze e potere in poche mani. L’ideale della distribuzione egualitaria dei beni è stata un modo per protestare contro il loro possesso monopolistico. Il comunismo (nella sue varie declinazioni, come socialismo e persino anarchismo) è stato quindi – anche nell’elaborazione successiva fattane da Marx ed Engels – un movimento che ha sempre sostenuto l’eguaglianza, la lotta contro tutti i tipi di ingiustizie, la democrazia e la rappresentanza di tutti gli interessi, la solidarietà, la parità di tutti gli uomini/donne indipendentemente dalla razza o dal genere, la premura verso i più diseredati, la necessità quindi di una istruzione pubblica per tutti, di una sanità universale non dipendente dalle ricchezze di ciascuno, di una vecchiaia dignitosa e assistita, infine la pace e il ripudio di ogni tipo di guerra. Per questi ideali hanno lottato per centinaia di anni migliaia di uomini e donne; si sono battuti subendo repressione, carcere, violenza e morte, tutti animati dall’idea che fosse possibile un’umanità migliore, più giusta, più solidale, più pacifica. Un ideale che, come hanno sostenuto in molti, è già inscritto nella originale predicazione di Cristo, che così sarebbe il primo “socialista” della storia, e che è stato ripreso da altri eminenti cristiani, come san Francesco, per citarne solo uno; un ideale che persino i suoi naturali avversari (i ricchi e i potenti) ritengono bello e buono, pur definendolo un’utopia, impossibile da realizzare. Ebbene se comunismo significa tutto ciò – come penso sia – allora non esito a dichiararmi comunista.

Ma il comunismo è anche stato qualcosa di assai diverso quando lo si è cercato di realizzare con la violenza in un paese arretrato, sulla base di una teorizzazione (quella di Lenin) che innovava in modo decisivo il pensiero di Marx (anche sviluppando germi in esso già presenti) allo scopo di giustificare la presa di potere di un partito organizzato secondo stile militare. La necessità di mantenere con tutti i mezzi il potere conquistato – giustificata con la teoria della “dittatura del proletariato” – ha condotto a un sistema tra i più oppressivi mai realizzati nella storia dell’umanità, in quanto in questo caso le tre tradizionali sfere in cui si articola l’autonomia della società civile – economia, cultura/spiritualità, politica – sono cadute tutte nelle mani di un unico soggetto che ha finito per governarli non più nell’interesse del proletariato (come ancora ci si illudeva nei primi anni della rivoluzione) ma di un ceto nel contempo formatosi, che ha ricevuto il nome di “nomenklatura”. Insomma, in tal modo la ferrea legge del potere – ovvero la tendenza ad autoperpetuarsi ed espandersi con la formazione di un vero e proprio ceto politico che cerca di detenerne o controllarne tutte le espressioni – si è venuta ad attuare senza alcun freno da parte della società civile e senza nessun altro contrappeso, diversamente da quanto avvenuto nelle società liberal-democratiche per circostanze storiche assai specifiche, che qui non si possono esaminare. Ebbene, se il comunismo è inteso in questo modo, allora io non esito a dichiararmi anticomunista.

Quanto detto ci permette di effettuare una differenza fondamentale col nazismo (e il fascismo, nonché con tutti quei movimenti di destra che in modo più o meno soft a tale esperienza guardano con indulgenza). Esso non ha conosciuto tutta quella elaborazione e quella storia che abbiamo prima descritto a proposito del comunismo. È nato, sin dai suoi documenti fondatori (il Mein Kampf di Hitler) con il culto della violenza, la predicazione della discriminazione razziale (da cui la sua pratica realizzazione con la Shoah), l’irrisione verso la solidarietà e la pace (virtù di popoli deboli e imbelli, frutto dell’“invidia sociale”, in un’utilizzazione speciosa di Nietzsche), l’esaltazione della forza, del coraggio, della fedeltà verso un capo indiscusso e incarnante lo spirito del popolo (il Fuhrer, il Duce), del disprezzo della ragione e della comprensione degli altri. Basta leggere non solo il testo citato, ma anche gli altri scritti degli ideologi del nazismo (come il famoso testo di Alfred Rosenberg o gli altri che in qualunque storia del nazismo sono menzionati come suoi ispiratori culturali, ad es. i classici lavori di George Mosse) per avere contezza di ciò. E lo stesso si può dire del fascismo, per il quale basti l’esempio di un suo sostenitore (per fortuna poco ascoltato) come Julius Evola, che certo non può ritenersi un propugnatore della pace, dell’eguaglianza, della solidarietà e di tutti gli altri caratteri prima definiti come propri del comunismo (senza voler qui mettere in campo l’antisemitismo) e al quale ancora oggi guardano con simpatia molti degli attuali esponenti della destra. Non solo, ma il nazi-fascismo è esordito – ne abbiamo un esempio in Italia – come movimento violento contro i lavoratori: distruggendo le camere del lavoro, negando loro i diritti sindacali e mortificandoli in ogni modo, a vantaggio del ceto padronale e industriale; i suoi simboli sono lugubri, esaltano la morte e il sacrificio, non certo la pace e la carità. Certo v’è chi cita qualche fascista o nazista “di sinistra” (o ricorda il famoso e mai realizzato “corporativismo”), ma questi sono fenomeni di assai scarso peso e successivi alla sua nascita e realizzazione concreta; non appartengono di certo ai suoi ideali originari.

Ecco perché è sbagliato accomunare tout-court comunismo e nazi-fascismo: se tale assimilazione può avere una giustificazione per il comunismo visto nella sua incarnazione concreta, cioè quando si comparino i due sistemi politico-sociali (pur nelle notevoli differenze), esso è tuttavia fuori bersaglio quando se ne studino le motivazioni ideali, le matrici culturali e gli obiettivi che essi si erano assegnati. Certo resta un importante e interessante problema storiografico da studiare, ovvero quello di come sia possibile che un movimento come il comunismo, nato con così belle intenzioni, si sia trasformato in un sistema oppressivo; ma è un quesito che non riguarda solo il comunismo, ma si pone anche per il cristianesimo e molti altri movimenti che, dopo un inizio improntato a ideali di fraternità e accoglienza, sono poi degenerati in istituzioni violente e oppressive, come nel caso dei francescani che han finito per essere inquisitori e processare i propri stessi confratelli, condannandone quattro al rogo (l’episodio del maggio 1318 a Narbona). Forse una maggiore attenzione alle dinamiche del potere sarebbe in questo caso utile.

Ebbene, se oggi mi sento del tutto solidale con le idealità del social-comunismo (non ho fatto la differenza, ma ovviamente essa esiste dal punto di vista storico) e ritengo esse debbano ancora indicare la terra d’utopia che deve guidare la nostra prassi quotidiana, nel rispetto dei principi democratici e quindi senza la deriva totalitaria avutasi in Russia, non potrei mai essere un nazifascista, la cui ideologia e prassi cerco e mi sforzo di combattere con i mezzi non violenti che ho a disposizione e conformemente a quanto dettato dalla Costituzione italiana. Ecco, mi sento di interpretare quella bandiera sventolante sul balcone di Sesto San Giovanni come il segno che questi ideali non sono ancora tramontati e che c’è qualcuno che crede in essi, a dispetto di chi distingue tra “noi” e gli “altri2, tra “casa nostra” e la condizione di chi è “senza casa” e viene a bussare alla sua porta. La differenza in fondo è tra chi decide di aprire quella porta e chi invece è sordo al bussare, restando rinserrato all’interno della sua casa, nel suo egoismo e nella sua solitudine.

Gli autori

Francesco Coniglione

Francesco Coniglione, professore di Storia della filosofia nella Facoltà di Scienze della Formazione di Catania, è stato presidente nazionale della Società Filosofica Italiana.

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One Comment on “«Perché non possiamo non dirci comunisti»”

  1. Il comunismo è stato il più vasto movimento politico a livello mondiale, ha visto decine di milioni e non migliaia di aderenti, ha trasformato paesi di servi della gleba in superpotenze, e ha sconvolto colonialismo e imperialismo distruggendo i vecchi assetti di potere. Vedremo altre fasi rivoluzionarie perchè il comunismo ha sviluppato e fatto sviluppare le formazioni economico-sociali, con grande velocità rispetto al passato. Guardare il contesto, analisi concreta di una situazione concreta : paesi che erano sottosviluppati ora sono in grado di spaccare il mercato unico mondiale. Studiare Lenin come lui ha studiato Marx.

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