La fine della rappresentanza e l’assenza della sinistra

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La formazione del Governo Draghi, le vicende che l’hanno favorita e accompagnata, la sua accettazione acritica da parte delle forze politiche (all’infuori della destra neofascista e di qualche esponente, in numero inferiore alle dita di una mano, di Sinistra italiana) e della totalità della stampa nazionale hanno aperto in quel che resta della sinistra un confronto sulle prospettive che si aprono. Le domande sono chiare: dove stiamo andando? E, ancora, che fare? A questo dibattito, su cui stanno arrivando molti e appassionati contributi, Volere la Luna dedicherà una particolare attenzione.

Le vicende politiche di questi giorni ci dicono che la crisi della politica rappresentativa è irreversibile ma capace ancora di creare illusioni.

Le manovre renziane (per favore, non “consumiamo” Machiavelli, semmai critichiamolo!) dimostrano che è sufficiente ordire intrighi di palazzo per cambiare il quadro politico. Questo ci riporta a dinamiche preesistenti alla nascita della democrazia moderna? Credo di no. Dimostra solo che il processo che diede vita alla democrazia moderna, così come l’abbiamo concepita fino ad ora, sta finendo. I poteri sono all’esterno delle istituzioni politiche, sono oltre i Parlamenti, sono sopra la rappresentanza, sono altrove. Nei momenti di crisi degli spazi della rappresentanza (dei Parlamenti) non c’è altra possibilità che compiere blitz, piccoli, medi o scandalosi, in proprio o con l’aiuto della magistratura, per far sterzare il quadro politico verso forme che ne facilitino il controllo da parte dei poteri forti. Poi, la politica può impegnarsi a stilare il piano economico più neoliberista o più keynesiano possibile ma sono altri che decideranno. Un orizzonte di questo tipo dovrebbe indurre a evitare estremismi e a scegliere la prudenza, almeno la contrattazione (concetto desueto anche per il sindacato!) delle soluzioni, cercando di strappare qualche opzione favorevole a chi ha più bisogno o si trova in condizioni più disagiate. Ma la deriva politica presente, tutta concentrata sulla “governabilità” e sulla necessità/possibilità di essere eletti, rende vano qualsiasi sforzo, come la storia politica degli ultimi quarant’anni dimostra.

Qualcuno si illude che il salvatore Draghi vorrà/potrà avviare una riforma sanitaria che rafforzi la medicina del territorio, aumenti e qualifichi il personale a discapito della sanità privata? oppure fissare un salario minimo per tutti i lavori anche quelli stagionali e precari? oppure investire nella scuola riducendo il numero degli studenti per classe, assumendo personale e stabilizzando i precari? oppure eliminare il numero chiuso all’Università per allargarne l’accesso e favorire la ricerca pubblica in tutti i campi? oppure finanziare un piano per il riassetto idrogeologico e paesaggistico del paese? oppure investire nel trasporto pubblico?… Insomma fare riforme strutturali. No, come altri, darà soldi freschi alle imprese; sbloccherà i “cantieri” delle infrastrutture, cementificando il paese (e dando spazio alle mafie); darà mano libera alle banche. Forse lo farà meglio di altri (?), ma questo farà!

Inoltre, proprio per le forme assunte dalla crisi della democrazia, si fa strada la vocazione alla ricerca dell’uomo forte, che può assumere aspetti diversi. Questo non garantirà mai la soluzione dei problemi, ma coltiverà le speranze, fino a garantire l’illusione della “sicurezza” sociale ed economica, in potenza. Dal ceto dirigente si passa a quello dominante: la democrazia autoritaria si fa strada con il consenso popolare.

Noi non sappiamo illuderci, non ci riusciamo. Per questo da una parte affermiamo che la crisi è irreversibile e che non c’è spazio per le illusioni e dall’altra che non si può più delegare ad altri la soluzione dei problemi, dei nostri problemi. Cerchiamo di dire che dobbiamo organizzarci per sottrarre alle istituzioni la gestione dei nostri bisogni. Noi vorremmo scommettere sulla possibilità di assumerci la responsabilità della gestione dei nostri bisogni come comunità di cittadini, senza più dover ricorrere alla mediazione degli eletti o dei rappresentanti!

È possibile? Proprio perché non crediamo nelle illusioni non lo sappiamo. Però possiamo cominciare a parlarne, a fare qualche tentativo, intanto subito ad aprire i conflitti. Possiamo cominciare a disobbedire alle imposizioni, non al pagamento delle tasse che servono a garantire i servizi, ma, ad esempio, a chiedere, a pretendere, a prenderci i servizi gratuiti per tutte e tutti: casa, sanità, scuola, trasporti. Potrebbe essere un plausibile percorso di assunzione di responsabilità, di autonomia politica, di solidarietà, di rivolta!

Marco Sansoè

Marco Sansoè ha insegnato Lettere per 40 anni nelle scuole superiori. Segretario provinciale del PRC a Biella dal 1996 al 2008 è uscito dal PRC nel 2009. Dal 2008 anima il Laboratorio sociale "La città di sotto", fa parte del “Coordinamento Biella Antifascista” e collabora con la web radio "betteRadio".

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3 Comments on “La fine della rappresentanza e l’assenza della sinistra”

  1. da non tanto seguo volere la luna,
    oggi ho letto l’articolo di Marco Sansoè , è lo stesso compagno iscritto al PCI alla 49° sezione negli anni ’70
    grazie

  2. rappresentanza democratica?
    ma di cosa stiamo parlando?

    di un parlamento con una maggioranza bulgara il cui unico programma in comune (non esplicitato ma evidente)
    é mettere le mani nella enorme marmellata proveniente da Bruxelles.

    di un parlamento senza opposizione (e chi si oppone a mettere le mani nella marmellata? ) a parte l estrema destra, paradossalmente garante della democrazia in questo frangente. un parlamento senza opposizone ricorda tempi bui.

    di quelli che volevano aprire il parlamento come una scatola di tonno, cercano l apriscatole da due anni ormai, non hanno capito che i tonni adesso sono loro. insistono nella ricerca, da sedie molto comode.

    di quelli che volevano uscire dall euro adesso addirittura danno la fiducia a chi ha fatto il paladino dell euro.

    di un capo del governo abituato ad avere il mondo che pende dalle sue labbra. in un parlamento come
    quello italiano é una qualitá che da ben pochi vantaggi.. anche lui, come il suo predecessore, non é stato eletto.
    sempre a proposito di democrazia rappresentativa, certo. ma un beato non ha bisogno di essere eletto, viene
    nominato dall alto per definizione.

    di un partito che insiste nel definirsi un movimento (e perche non una associazione culturale?), talmente
    democratico che se dissenti dalla linea del partito sei fuori per sempre.

    alche ti chiedi perche servano tutti questi rappresentanti del popolo se non rappresentano il popolo ma
    le decisioni prese da altri, sempre non eletti, fuori dal parlamento.

    la domanda é: se questa é la democrazia rappresentativa, sicuri che servano le elezioni?

  3. Libertà è partecipazione, diceva il buon Gaber, ed allora basta con il piangersi addosso sulla rappresentanza democratica, il voto è uno strumento ma se al voto non ci si arriva consapevoli, se non si rientra nella politica attivamente e non si rientra nello Stato usufruendo, come suggerito, del bene Pubblico è inutile urlare contro il Governo che fa piovere, in fondo quelli siamo noi.

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