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Elogio del conflitto e del dissenso

Le ricorrenti cariche di polizia tese a impedire manifestazioni di studenti (e non solo) ripropongono il tema della liceità e della legittimità del dissenso in uno Stato democratico. La risposta, nel pensiero moderno è univoca: una libera democrazia è tale se fa vivere il dissenso mentre la pretesa di unanimismo è la cifra delle dittature, delle autocrazie e delle cosiddette “democrazie illiberali”.

Una diversa idea di ordine pubblico

Nell’immaginario collettivo l’idea di ordine pubblico è associata a un territorio militarizzato, a polizia in assetto antisommossa, a manganelli e gas lacrimogeni, ad arresti e processi con rito direttissimo. È, del resto, quel che accade intorno a noi. Ma non è necessariamente così. Conflitto e ordine pubblico sono concetti polivalenti che si prestano a declinazioni e pratiche diverse. Il punto è l’obiettivo che si persegue…

Il Governo della paura e l’alibi dell’insicurezza

Non ci sono solo premierato assoluto, deportazioni di migranti e precettazioni. C’è, a fianco, un nuovo disegno di legge che prevede la criminalizzazione della marginalità sociale, l’incremento della repressione del dissenso e del conflitto, il potenziamento e la blindatura del carcere e l’aumento dei poteri delle polizie. Non per dare più sicurezza ai cittadini ma per aprire la strada a una svolta autoritaria.

2 giugno: quale festa per quale Repubblica?

2 giugno: festa della Repubblica. L’impulso, nei tempi oscuri che attraversiamo, è scrivere di ciò che minaccia la Repubblica: la politica bellicista, l’autonoma differenziata, il presidenzialismo, la disumanizzazione dei migranti, la repressione del dissenso. Ma c’è un modo diverso per festeggiare il 2 giugno: ricordare le lotte di chi pratica la democrazia conflittuale e sociale, e parteciparvi.

L’Italia ripudia il conflitto

Le proteste che incendiano Francia e Israele sono, nel nostro Paese, inesistenti e addirittura inimmaginabili, pur in presenza di una situazione sociale e politica per molti versi analoga. Sarà la sfiducia nella politica o lo sfarinamento della società civile o la reciproca frattura tra istituzione e protesta sociale. Ma certo viene spontaneo dire che l’Italia, affascinata dalla guerra, ripudia il conflitto interno.

Libertà è stare zitti e zitte?

Non c’è democrazia senza conflitto. Di più, sono i conflitti che assicurano alla democrazia vitalità e legame con la materialità della storia. Questa prospettiva è recepita nella declinazione dei diritti e delle libertà costituzionali. Ma oggi viviamo una deriva autoritaria e la Costituzione è accantonata come anacronistica. Bisogna ribaltare la prospettiva e tornare al conflitto e alla Costituzione.

“Sfida”: contorni e suggestioni di una parola

In un mondo dominato dall’esaltazione dell’individuo, dalla competitività e dalla necessità di una perenne dimostrazione di obiettivi raggiunti, non è difficile immaginare che tutto possa essere visto come una sfida. Ma in una sfida, due soluzioni si palesano al pensiero: raccogliere o meno il guanto. Una terza via non c’è o, meglio, non è contemplata (a meno che non si scelga di non giocare a quel gioco).

Ricostruire il conflitto attorno all’eguaglianza

Che fare? Come invertire rapporti di forza mostruosamente sbilanciati, creando un’alternativa e forze materiali (sociali e politiche) in grado di contrapporsi al sistema neoliberista penetrato in tutti i gangli della società? La risposta è obbligata: costruire reti dal basso che propongano e, insieme, pratichino alternative e che sappiano immaginare e agire, sul territorio e nei grandi conflitti globali.

Le tribù di Israele

Il conflitto israelo-palestinese, pur momentaneamente sopito, continua e non ci sono soluzioni all’orizzonte: non quella di due popoli-due Stati e non quella di uno Stato laico in cui siano assicurati a tutti uguali diritti politici. E le difficoltà sono aumentate dal fatto che Israele è diventato un coacervo di minoranze profondamente diverse, anche sul versante religioso.