Prima considerazione. Bisogna scegliere: stai dalla parte di Ranucci o ti schieri con chi lo attacca? Scrive il vignettista Vauro (Senesi) con un intervento forse impopolare a sinistra ma è difficile dargli torto, che «in questa vicenda tra il grottesco e lo squallido che evidenzia i livelli di mediocrità desolanti nei quali sono sprofondate trasversalmente sia la politica che l’informazione nel nostro paese io non sto con Ranucci perché, al di là di ogni questione giudiziaria, consapevolmente o meno, si è fatto partecipe del teatro delle vanità che ha sostituito il giornalismo da tempo. Non sto con Ranucci, non sto con chi lo attacca per biechi motivi di bassa politica, non sto con chi ne fa un martire (lui stesso per primo) per ottuso schieramento. Allora dove sto? Sto da un’altra parte. Questo è sicuro». Si può aggiungere che l’intera vicenda sembra fatta apposta per scatenare la bramosia di potere delle destre che da tempo sognano di liberarsi della trasmissione Report, così come di tutte le voci dissonanti, ma è persino pleonastico ricordarlo. La colonizzazione dell’informazione da parte della politica non è di oggi, ma oggi che a praticarla è la destra post e neo fascista si attua con inedita arroganza, prepotenza, in una guerra che non fa prigionieri. Con contenuti culturali regressivi, populisti e non popolari. E i giornalisti, troppi giornalisti, come le stelle stanno a guardare e si adeguano a un modello che ha le sue origini nel berlusconismo, al tempo stesso subalterno al potere e aggressivo con i deboli e gli avversari che diventano vittime del giornalismo d’assalto all’italiana. Oggi l’inchiesta è diventata caccia alle streghe, che lo si faccia per piacere alla destra o alla sinistra poco cambia, lo si fa per piacere a sé stessi. Fa impressione vedere giovani giornalisti inseguire le loro vittime in fuga usando il microfono come arma contundente. Quanto poi al diritto dei giornalisti di servirsi in modo spregiudicato di fonti tutt’altro che immacolate, nulla da dire. Certo ci vuole carattere, dignità, autonomia, evitando di cadere nel delirio di onnipotenza e nella pratica dei dossieraggi.
Seconda considerazione. Enrico Mentana, l’uomo immagine della televisione di proprietà dell’editore Urbano Cairo, il mago delle maratone tv a ogni elezione, che sia europea o di quartiere, ha fatto outing. Dice che La 7 è sbilanciata, che chi guida i talk show è troppo schierato con un campo politico negando all’altro campo un adeguato accesso alle disfide. La parte svantaggiata è la destra, sentenzia Mentana e aggiunge che non è più disposto a far parte di tale combriccola settaria. Lo dice ora che il suo contratto con Cairo è in scadenza e si vocifera di un suo futuro in una nascente tv modello Cnn a cui pensa John Elkann dopo aver passato Repubblica e derivati all’armatore greco Theo Kyriakou, padrone di 34 reti televisive operanti in 12 paesi. Ci mancava l’outing di Mentana, in un mondo televisivo schiacciato tra il melonismo delle millanta reti di Mediaset e le altrettante millanta della Rai ormai nota ai più come Telemeloni. Ricordare al maratoneta che il presidente del consiglio, donna per caso, si rifiuta di partecipare alle trasmissioni condotte da giornalisti che osano criticarla, è inutile, lo sa da solo senza bisogno di sollecitarlo, ma ciò non inficia la sua militante dedizione alla par condicio. Una ben strana concezione della par condicio.
Per quanto riguarda la proprietà a cui rispondere, ci si adatta e Mentana che in passato si è adattato a Berlusconi (Mediaset) può benissimo adattarsi al padrone futuro, che si chiami Agnelli o Pinco Pallo. Anche il direttore di Repubblica uscente, cioè quel Mario Orfeo che regnava prima della vendita della testata e dei suoi arredi all’editore-armatore greco socio in affari del principe saudita bin Salman caro a Matteo Renzi, si è adattato e cambiando casacca è passato con un balzo olimpico alla direzione editoriale della piccola corazzata di destra che va sotto il nome di Quotidiano nazionale (Resto del Carlino, Nazione, Giorno, Telegrafo) di proprietà di Leonardo Maria Del Vecchio, ammiratore di Giorgia Meloni e demolitore dell’impero industriale paterno, Luxottica. Anche la Stampa è stata venduta dal gruppo editoriale Gedi di Elkann, l’erede dell’avvocato Agnelli che aveva giurato: mai venderemo il giornale di famiglia. Il nuovo padrone è Alberto Leonardis, l’imprenditore abruzzese che in pochissimi anni ha costruito un network di quotidiani locali sostituendosi a quello del gruppo Caracciolo (Tirreno, Nuova Sardegna, Gazzetta di Modena e Reggio, Nuova Ferrara, Provincia pavese). Così la Stampa, che l’ex direttore Giulio Anselmi aveva in parte sprovincializzato con l’inserimento di firme di qualità tornerà a essere soltanto quel che è stato nei secoli: Juventus, Fiat (Stellantis), beghe di quartieri piemontesi, Specchio dei tempi. Ridotte al minimo le firme dei collaboratori esterni per volontà dichiarata del nuovo editore.
Si può condividere o meno la cultura giornalistica (absit iniura verbis) che sta dietro il talk show, ma non si può negare che se un equilibrio viene a mancare nell’insieme dei palinsesti televisivi, telegiornali in testa, non è certo a svantaggio delle destre al potere. Per non parlare della carta stampata, dove la normalizzazione ha già asfaltato il giornalismo di inchiesta, ridotto la cultura a sagre di paese, aumentato la concentrazione di testate in mani di pochi e non certo simpatizzanti di sinistra. Per fare un altro esempio, almeno tre testate, Giornale, Libero e Tempo sono nelle mani del parlamentare leghista Antonio Angelucci. Te lo do io l’editore puro. Ma tornando ai dibattiti televisivi, non si può non costatare che essi sono dominati da una compagnia di giro. Un nome per tutti? Paolo Mieli, un incubo, un fantasma che ti entra in casa dopo il tramonto insieme a una schiera di cloni che cinguettano tra loro e con il conduttore di turno producendo vagonate di fuffa e luoghi comuni.
Se si pensa ai 300 operatori dell’informazione ammazzati in Palestina dal fuoco dell’esercito israeliano e ai tanti morti nel mondo colpevoli solo di raccontare realtà terribili fatte di guerre, dittature, miseria, non si può non disperare di fronte al declino del giornalismo in Italia e nell’Occidente già democratico dove ai bavagli imposti dal potere si aggiungono, spesso, gli autobavagli indossati per quieto vivere, sennò addio carriera. Non tutti i nostri giornalisti sono al servizio del potere, tanto di cappello a chi si sforza – proprietari permettendo – di scavare nella realtà, nei nuovi soggetti, nelle speranze di tanti e nelle nuove ingiustizie imposte dai pochi, nelle lotte, a costo di rischiare, se non la pelle come a Gaza, il posto di lavoro.

Concordo su tutto. L’articolo è centratissimo e sarei ben lieto di leggere altre riflessioni sul (corto)circuito mediatico che si autoalimenta da solo e di cui sono protagonisti 10/15 giornalisti/e che hanno un’opinione su tutto e presentano i loro parti editoriali balzando da una trasmissione all’altra. Roba indecente. E poi … è proprio necessario che giornalisti/e intervistino solo colleghi/e? Recentemente le cose più sensate e competenti le sento dire da ex ambasciatori.
Bravo Campetti! Questo è parlare chiaro, onesto e coraggioso. Fino a quando dovremo sopportare, oltre alla terribile attuale calura, “le vagonate di fuffa ” di don Paolo il freddo?
Dove è l’ opposizione? Perché la sinistra non dice nulla? possibile che la Rai debba scadere e finire così in basso?
non ho capito. Quali sarebbero i peccati di Ranucci?
Dino Angelini