La guerra in Ucraina: retorica e realtà

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Negli scorsi quattro anni è circolata a più riprese l’idea che la guerra in Ucraina sia un nuovo capitolo della Resistenza al nazifascismo. Si tratta di un’interpretazione che mette d’accordo ambienti genericamente definibili di sinistra, anche molto diversi, da Micromega a Una Città, tanto per fare due esempi di riviste lontane tra loro e che raccolgono intorno a sé scrittori significativi. Il protagonista di questa interpretazione è “l’eroico popolo ucraino”, che lotta contro l’invasore proprio come i partigiani hanno combattuto i nazifascisti. L’antagonista della vicenda, ovviamente, è Putin, che fa la parte dell’oppressore fascista. Infine, a noi europei spetta il ruolo dei sostenitori dei resistenti, come gli anglo-americani hanno sostenuto i partigiani.

Questa rappresentazione si basa sul fatto che il protagonista, il popolo ucraino, è descritto come perfettamente unanime, puro nei suoi intenti, e desideroso di porsi agli ordini dei comandanti militari per cacciare l’invasore con le armi. In qualche passo particolarmente lirico, il popolo ucraino è descritto come l’incarnazione dell’innocenza e dell’onestà che si oppone alla forza bruta. È immaginato come una specie di David di fronte a Golia, che combatte esclusivamente per il nobile fine della difesa di chi è in pericolo, dei deboli, degli inermi, dei bambini, degli anziani, dei compagni d’arme. E, soprattutto, per difendere la patria, la libertà, e la democrazia: cose fondamentali a cui noi occidentali – molli, sazi ed egoisti – non sappiamo più attribuire il giusto valore. Essendo il protagonista di questa narrazione assolutamente buono e onesto, quanti esprimono dubbi sull’opportunità di portare avanti il conflitto, o suggeriscono dialogo e trattative con Putin per far cessare il massacro, o anche solo avanzano ipotesi di un sostegno alternativo a quello militare all’Ucraina, sono automaticamente malvagi. Non ci può essere alcuna comprensione per quella parte della sinistra italiana ed europea che pone dubbi sull’opportunità del sostegno militare a un popolo che combatte, con grandi sacrifici e sofferenze, contro un invasore (fascista) potente e prepotente. Nella classificazione di questi malvagi traditori, il punto moralmente più basso è occupato dai pacifisti che, dietro i loro sogni irenistici, nascondono segrete simpatie per Putin (sono definiti – con neologismo da social – “pacifinti”, irriducibili odiatori dell’Occidente e nostalgici dell’Urss). Neppure il fenomeno, abbastanza massiccio pare, di renitenza alla leva da parte dei giovani ucraini, suggerisce ai fautori dell’interpretazione “resistenziale” della guerra in Ucraina alcuna domanda autocritica. Per loro, quanti sfuggono al dovere di difendere il sacro suolo patrio sono semplicemente dei vigliacchi, degli egoisti incapaci di anteporre gli ideali alla loro vita.

Il meno che si possa dire di questa interpretazione della tragedia in atto nell’Europa dell’est – al netto dell’assurdità generale del paragone storico con la Resistenza – è che è puerile, falsa, edulcorata da tutto ciò che compone la realtà della guerra. Innanzi tutto, non c’è nessun “popolo ucraino” compatto e desideroso di combattere, per la banale ragione che nessun popolo è mai tale. L’opinione pubblica, ovunque essa esista, è sempre plurale. In Ucraina, ci saranno di sicuro persone sinceramente desiderose di fare la guerra, ma ce ne sono molte altre che hanno tutt’altri pensieri per la testa (come dimostra la scarsa disponibilità dei giovani ucraini a partire per la guerra). La verità è che questa guerra, come ogni guerra, non è un affare di popolo, ma di governanti, di generali e di élite gelose del proprio potere, che trovano i loro interessi nel massacro. Certo, il popolo ucraino (e russo se si vuole) non è estraneo alla faccenda, ma il suo ruolo non è quello dell’eroe, è quello della vittima. In secondo luogo, si dice che la guerra è giusta, per la difesa della patria, della libertà, e degli ideali democratici. Eppure, basta uno sguardo al volto di una vita spezzata, di una casa distrutta, o di un bambino rimasto solo, per capire che la giustizia non c’entra e che, di fronte alla violenza, ogni retorica epico-resistenziale è vuota e fuori luogo. Nel 1915, il grande letterato Renato Serra scriveva che «Non c’è bene che paghi la lagrima pianta invano, il lamento del ferito che è rimasto solo, il dolore del tormentato di cui nessuno ha avuta notizia, il sangue e lo strazio umano che non ha servito a niente. Il bene degli altri, di quelli che restano, non compensa il male, abbandonato senza rimedio all’eternità». Sembra che ci siamo dimenticati di questa sana lezione antiretorica e antieroica (sulla quale, peraltro, è costruita la nostra democrazia); sembra che siamo ritornati a credere che la guerra non sia affatto il peggiore dei mali.

Descrivendo l’orrore in cui è piombata l’Ucraina come un nuovo capitolo dell’eroica lotta di liberazione dall’oppressione, finiamo per attribuire alla guerra – l’espressione massima della barbarie umana – un ruolo salvifico. La guerra, specialmente quella combattuta con le armi moderne, è furia devastatrice e omicidio organizzato, non affermazione di ideali. Mentre imperversa la violenza della guerra, valori come la libertà, i diritti, e la democrazia semplicemente non hanno cittadinanza, vengono sommersi dal mare di interessi militari, economici e politici che il conflitto scatena. Quanto avviene in Ucraina non è la lotta di David contro Golia, è un massacro che lascerà dietro di sé macerie materiali, culturali, e morali che peseranno sui popoli coinvolti per generazioni. Le armi impiegate dall’esercito ucraino – ingegnosamente costruite dagli ingegneri di Kiev e subito adottate da ogni esercito che si rispetti – non sono la fionda con cui gli eroi abbattono l’incarnazione del Male, sono un passo avanti verso il mondo violento che stiamo costruendo. Si può sostenere che una guerra sia necessaria (qualche volta nella storia lo è stata) ma avvolgerla in un’aura di retorica idealistica è intollerabile, addirittura osceno.

La tragedia che ha investito l’Ucraina non dovrebbe essere l’occasione per fanfare e sventolio di bandiere; dovrebbe essere l’occasione per fare silenzio e per riflettere sul disastro rappresentato da questa guerra, e da ogni guerra. Certo, se la forza dell’esercito ucraino convincesse Putin a desistere dalle sue mire espansioniste (cosa che, dopo quasi cinque anni, è abbastanza improbabile), sarebbe un guadagno; ma dalla guerra combattuta dal Governo russo e da quello ucraino (con l’aiuto degli europei) l’unico insegnamento che si può trarre è che bisogna farla finire al più presto e che costruire la pace a partire dalla situazione esistente è l’unico compito che possa definirsi ideale.

Gli autori

Alberto Castelli

Alberto Castelli insegna Storia del pensiero politico presso il Dipartimento di scienze umane e dell'innovazione per il territorio dell’Università dell'Insubria. Si è occupato delle teorie della pace nell’Ottocento e nel Novecento in Europa, approfondendo il pensiero di autori come Bart de Ligt, Simone Weil, Andrea Caffi, Aldo Capitini. Tra le sue opere “Il discorso sulla pace in Europa” (Franco Angeli 2015 e Routledge 2019).

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One Comment on “La guerra in Ucraina: retorica e realtà”

  1. La guerra in Ucraina ha prodotto narrazioni che non riescono più a parlare alla realtà materiale del conflitto. La retorica resistenziale ha trasformato una società plurale in un protagonista eroico e unanime, mentre la polarizzazione tra guerra infinita e resa immediata ha cancellato la complessità politica dell’Ucraina e la posizione fragile della sua sinistra sociale. La sospensione della democrazia, il rinvio delle elezioni e la gestione opaca del potere mostrano che la guerra non è solo un confronto militare, ma un dispositivo che ridefinisce rapporti di forza tra blocchi e che subordina la volontà popolare alla strategia geopolitica.

    In questo quadro, la pace non è un principio astratto: è una condizione sociale che permette ai diritti di esistere, ai servizi di funzionare, ai redditi di non essere erosi. Per questo valutare il riarmo e ogni suo automatismo alla luce degli effetti sociali, civili, economici e democratici non è una posizione identitaria, ma un criterio politico necessario. Significa evitare che la risposta militare diventi un riflesso automatico, e restituire alla diplomazia il compito di costruire un percorso credibile verso il cessate il fuoco e una conferenza internazionale di pace.

    Una sintesi è possibile: condannare l’aggressione russa, sostenere il popolo ucraino, promuovere una diplomazia autonoma europea, porre la pace come obiettivo politico, valutare ogni scelta alla luce degli effetti sociali del riarmo.

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