Le elezioni statunitensi e la difficile marcia per la giustizia sociale

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Difficile non gioire per la sconfitta di Trump, che nei suoi quattro anni di presidenza ha, fra l’altro, alimentato senza pudore l’odio e la conflittualità sociale. Allo stesso tempo è triste constatare come il vincitore abbia raggiunto il suo obiettivo elettorale rivolgendosi non a chi chiede i cambiamenti di sistema necessari a ridurre le insopportabili disuguaglianze che affliggono gli Stati Uniti (e il mondo intero), bensì ai moderati repubblicani stufi del trumpismo.

Il calcolo dell’establishment democratico è infatti stato che sarebbe stato eccessivamente rischioso fare proprie le istanze di giustizia sociale rappresentate da chi, come i 26 milioni di persone scese in piazza in questi mesi, domandava per esempio di togliere i finanziamenti a una polizia brutale e razzista per destinarli ai servizi sociali che negli stati Uniti sono ormai una rarità, ma di cui soprattutto oggi il bisogno è estremo.

Può darsi che l’establishment avesse ragione e che scegliere Biden al posto di Sanders, che quelle istanze avrebbe invece portato all’interno della piattaforma elettorale, abbia pagato, ma se è così occorre pure domandarsi perché un partito democratico abbandoni definitivamente la sua storica base sociale per allearsi, come ha fatto con Joe Biden, con i conservatori.

La maggioranza degli americani è davvero così individualista e liberista che non avrebbe votato chi – come Bernie Sanders – prometteva di aiutare la stragrande maggioranza dei cittadini dando loro un’assistenza sanitaria e un’istruzione gratuita, in luogo di farle pagare cifre vertiginose come oggi accade, o una maggiore tutela dei lavoratori rispetto a ciò che oggi avviene? Oppure la loro storica base elettorale i democratici la hanno persa per la delusione provata dopo la presidenza Obama, che pur aveva promesso di prendersi cura dei più deboli, mentre fin da subito si è attorniato di Wall Street People, senza mai provare a modificare radicalmente un sistema che fa pagare ai poveri i vantaggi offerti ai ricchi?  

La sconfitta della Clinton a favore di Trump, nei tre Stati operai che dal 1992 al 2012 hanno sempre votato democratico: Pennsylvania, Michigan e Wiscosin (il blue wall), sembra confermare una simile delusione dopo le forti speranze riposte nel primo presidente nero degli Stati Uniti. D’altronde la vittoria di strettissima misura ottenuta in quegli stessi Stati da Biden pare dirci quanto poco abbia ottenuto consensi presso un elettorato “naturalmente” dem.

Una candidatura Sanders avrebbe forse potuto ottenere risultati diversi e ridare fiducia a chi l’aveva persa con Obama, ma il coraggio è mancato. O forse, qualora Bernie fosse stato il candidato, il vero assente sarebbe stato il sostegno finanziario dei poteri forti – contrari per interesse a ogni più equa distribuzione delle risorse – senza i quali da Citizen United in poi (la nota pronuncia della corte Suprema del 2010 che ha aperto le porte ai finanziamenti illimitati delle campagne elettorali da parte delle corporation) ormai le elezioni statunitensi non si vincono più.  

Cosa significa tutto ciò in termini di future politiche presidenziali? Certo esse dipenderanno anche da quel che succederà il 5 gennaio, quando la Georgia eleggerà i suoi due senatori, poiché senza il Senato (che dal 3 gennaio risulterà composto da 48 democratici e 50 repubblicani) dalla sua parte Joe Biden non riuscirebbe a mettere in atto un quale che sia progetto, che non sia condiviso dai repubblicani. L’impressione è però che indipendentemente da ciò, il nuovo Presidente – che si è presentato come il pacificatore della nazione e quale rappresentante bipartisan – difficilmente deluderà le aspettative dei moderati e dei conservatori Anything but Trump di cui ha ottenuto il voto e delle corporation da cui ha ottenuto un impressionante sostegno finanziario, perfino più imponente di quello ottenuto da Obama nel 2012, finora il più alto nella storia degli Stati Uniti.

Che fine faranno allora le richieste di giustizia sociale, che dopo la morte di George Floyd nelle piazze si sono intrecciate a quelle di rovesciamento del razzismo imperante negli States? La speranza di cambiamento passa per la loro continuazione, affinché un giorno anche chi non ha la forza del danaro possa avere attraverso la propria voce la forza di ottenere i cambiamenti necessari a bloccare quel furto dei ricchi ai danni dei deboli che da quarant’anni caratterizza il sistema statunitense.    

L’articolo è pubblicato anche, con piccoli variazioni,
sul sito di Edizioni Gruppo Abele
(www.edizionigruppoabele.it)

Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

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