Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)
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Da ultimo Trump sta inanellando sconfitte su sconfitte (sia dalla Suprema Corte che dal sistema dei media) e la sua popolarità è in calo verticale. Ma non per questo si può dare per scontata una vittoria democratica nelle elezioni di metà mandato. I sondaggi riguardano, infatti, i dati nazionali e non considerano le modalità di votazione che Trump sta continuando a manipolare e a delegittimare in vista di un’eventuale sconfitta.
I candidati progressisti stanno vincendo gran parte delle primarie democratiche per le elezioni midterm. È uno scossone prodotto dalla mobilitazione di decine di migliaia di giovani e volontari, che può avviare la trasformazione del partito, spesso adagiato in difesa dello status quo. Ma già sono partite le grandi manovre per screditarli, siccome “comunisti” o “terroristi”, e per condizionare o sovvertire l’esito delle elezioni.
L’attacco di Trump e delle corporation di cui è espressione ha ormai come oggetto la democrazia e il confronto politico, fino a stabilire un’equazione tra sinistra e terrorismo. Così, anche in documenti ufficiali, vengono associati al terrorismo l’antiamericanismo, l’anticapitalismo, l’anticristianesimo e le posizioni sgradite in tema di immigrazione, razza e genere. Superfluo dire che i “terroristi” vanno repressi con durezza.
Due recenti sentenze della Suprema Corte (sui limiti all’ingerenza presidenziale nella Federal Reserve e sul mantenimento della cittadinanza per nascita) hanno indotto molti osservatori a parlare di una sua svolta progressista. Non è così. L’appoggio della Corte ai punti fondamentali della politica di Trump (abbattimento dei controlli e lotta all’immigrazione) è totale e le ultime decisioni sono in realtà foglie di fico.
È il voto che garantisce la rappresentanza. Più è manipolato, più ci si allontana dalla democrazia. È quanto accade negli Usa dove, spesso, i collegi elettorali (maggioritari) vengono ridisegnati alla vigilia del voto, in modo da concentrare in un solo distretto o sparpagliare gli elettori e condizionare così i risultati. Da oggi, grazie a una sentenza della Corte Suprema, alla manipolazione politica si può sommare quella razziale.
La guerra scatenata da Trump è a una stretta decisiva. Le prossime due settimane saranno tutte in salita per il presidente americano, che – dopo distruzioni, stragi e una drastica caduta di credibilità internazionale – non è riuscito a ottenere un cambiamento di regime a Teheran e si trova ora fra due fuochi: i seri rischi derivanti da una ripresa del conflitto e una umiliante resa, al di là dei proclami, ai dieci punti indicati dagli ayatollah.
La guerra di Trump e del suo entourage ha subito un’ulteriore trasformazione rispetto alla stessa guerra di Bush. È diventava un gioco, anche economicamente profittevole, in cui non c’è posto per l’umano. Le persone scompaiono nelle idee e nelle dichiarazioni degli strateghi del Pentagono e la guerra viene quotidianamente presentata come un videogioco in cui è impossibile scindere la realtà dalla finzione e dal “gioco”.
La Corte Suprema ha smentito Trump sui dazi. È un segnale importante ma il futuro è assai incerto, sia in punto orientamenti della Corte che in punto reazioni del presidente. La battaglia per un ripristino dello Stato di diritto e del principio della separazione dei poteri negli Stati Uniti è appena all’inizio o, forse, non è neppure cominciata.
Il premio Nobel per la pace a Trump sarebbe stato un’offesa intollerabile. Ma resta il fatto che se ne è parlato. Incredibilmente. Non solo per la storia dell’uomo, ma anche per i suoi comportamenti di questi giorni, con la riapertura di scenari di guerra in Sud America e nelle stesse città degli Stati Uniti, con l’esercito schierato in funzione di “ordine pubblico”. Fatti che meriterebbero un Nobel per la guerra.
Mentre Trump fa strame del principio di separazione dei poteri senza trovare opposizione dal Congresso e dalla Corte suprema, si assiste, negli Stati Uniti, a una resistenza senza precedenti da parte delle Corti federali inferiori, delle amministrazioni municipali e dei cittadini, in particolare se investiti di compiti istituzionali.