Per non soccombere: mettere al centro la crisi climatica

La crisi climatica non è meno grave di quella pandemica. Se non viene affrontata con lo stesso impegno è perché le sue vittime stanno soprattutto nelle frange sociali più deboli e nei paesi alla periferia del mondo capitalista. Ciò evidenzia l’indissolubile connessione tra la giustizia sociale e quella ambientale. Per questo, se non cambia registro e non affronta di petto la questione del clima, non c’è futuro per la sinistra.

La Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli. Una memoria attuale?

Il 4 luglio 1976, 50 anni fa, venne approvata ad Algeri la Dichiarazione universale dei Diritti dei Popoli. Di essa è interprete il Tribunale Permanente dei Popoli con interventi tesi a sostenere il diritto dei popoli e degli esseri umani all’autodeterminazione contro l’appropriazione violenta della legalità internazionale da parte di pochi che non riconoscono né responsabilità né giudici.

Terra e cielo devastati. Non possiamo restare inerti

Il clima è praticamente scomparso dalle agende dei Governi, dei media, delle istituzioni internazionali e, in gran parte, anche delle nostre comunità di lotta. Eppure il grido della Terra offesa dalle guerre e dallo sviluppo economico e tecnologico è, con l’insostenibilità delle condizioni degli umili, degli sfruttati e degli oppressi, la priorità del nostro tempo. Dovremmo averlo presente anche nelle nostre scelte quotidiane.

Tassare i grandi patrimoni: una proposta dal basso

Tassare i grandi patrimoni? Guai a dirlo. Eppure si può e si deve: sotto il profilo economico, oltre che per ragioni di equità. Del resto fino alla fine degli anni ‘70, il capitalismo si sviluppò più di oggi pur in presenza di una tassazione per le maggiori ricchezze incomparabile con quella attuale (fino a un’aliquota marginale del 91% negli Usa). Nessuna rivoluzione, dunque, ma, almeno, un contenimento delle disuguaglianze.

Successioni e rendite non possono restare intoccabili

La disuguaglianza non è un destino naturale, ma il risultato di scelte politiche. E, tra queste, le scelte fiscali sono decisive. Continuare a proteggere fiscalmente le grandi eredità e le rendite finanziarie significa accettare una società sempre più chiusa. Riformare l’imposta di successione e superare la flat tax sui redditi finanziari più elevati non è una misura punitiva, ma una condizione minima di sostenibilità democratica.

Patrimoniale: perché no?

“Con noi al governo non ci sarà mai la patrimoniale” afferma la presidente del Consiglio e anche a sinistra resta elevata la resistenza finanche a parlane. Eppure un’imposta sui patrimoni superiori a una certa entità ne incentiverebbe un uso produttivo e ridurrebbe le disuguaglianze, senza grandi controindicazioni. Sarebbe tempo almeno di rafforzare la patrimoniale nella forma dell’imposta su donazioni e successioni.

Manovra 2026: verso un’economia di guerra

La legge di bilancio per il 2026 si caratterizza per l’assenza di una strategia di crescita e di redistribuzione. Non aumenta gli investimenti, non rafforza i redditi, non interviene sulle disuguaglianze. È finanziata da tagli lineari, condoni, misure temporanee. Consolida l’aumento della spesa militare e orienta risorse significative verso il settore della difesa e dell’industria bellica in un’ottica di economia di guerra.

Una Costituzione per la terra: il realismo dell’utopia

In quest’ultimo anno si sono aggravate tutte le catastrofi globali che minacciano il futuro dell’umanità: le guerre, la crisi climatica, le disuguaglianze, l’esclusione dei migranti e, insieme, l’involuzione autocratica delle democrazie occidentali. A fronte di ciò il progetto di una Costituzione della Terra, che vincoli persone e stati, non è un’utopia ma un atto di realismo che, solo, può produrre un risveglio della ragione.

Stati Uniti: ha vinto la rabbia

Donald Trump ha stravinto. Il ceto medio impoverito, stufo di una politica che ha alimentato le disuguaglianze, lo ha votato proprio per i suoi atteggiamenti eversivi e antisistema. E lo hanno votato quote crescenti di neri, di ispanici, di giovani e perfino – nonostante i suoi insulti misogini – di donne. Trump non invertirà la tendenza, e anzi probabilmente la consoliderà, ma, intanto, la rabbia ha vinto e ha minato le basi stesse della democrazia americana.