Un caso parallelo: gli Stati Uniti, dove il potere non può perdere

Il “caso Stati Uniti” è esemplare. Nonostante l’allentamento dei vincoli della democrazia liberale, c’è ancora una “democrazia elettorale”, cioè la possibilità che l’opposizione possa vincere, rovesciando chi governa. È contro questa possibilità che si sta scagliando, con varie misure, Trump, all’insegna dell’impostazione che “il potere non può perdere”. Comincia così un vero e proprio cambio di regime.

Le sconfitte di Trump e il suo asso nella manica

Da ultimo Trump sta inanellando sconfitte su sconfitte (sia dalla Suprema Corte che dal sistema dei media) e la sua popolarità è in calo verticale. Ma non per questo si può dare per scontata una vittoria democratica nelle elezioni di metà mandato. I sondaggi riguardano, infatti, i dati nazionali e non considerano le modalità di votazione che Trump sta continuando a manipolare e a delegittimare in vista di un’eventuale sconfitta.

Un fantasma si aggira per gli Stati Uniti: è il socialismo?

Crescono, negli Stati Uniti, i Democratic Socialists of America, con più di 100mila iscritti, un programma socialista, personalità di grande impatto mediatico come Alexandria Ocasio-Cortez, il sindaco di New York Mandami e diversi candidati alle elezioni midterm. Nei loro confronti è, peraltro, in atto una dura criminalizzazione e, soprattutto, sono imprevedibili le reazioni di Trump a un loro eventuale successo.

Stati Uniti. L’ottimismo della speranza e l’illusione delle midterm

Forse nelle elezioni midterm la spunteranno i democratici. Ma la partita sarà assai complessa. La democrazia non è il sistema in cui un partito vince le elezioni ma quello in cui chi perde accetta la sconfitta. E negli Stati Uniti non è così. Perché Trump ha costruito la propria strategia per non perdere, o per non accettarlo: la sconfitta sarebbe frutto di una frode o della sovversione comunista. Da evitare con ogni mezzo.

«Chi è contro di me è un terrorista»: parola di Trump

L’attacco di Trump e delle corporation di cui è espressione ha ormai come oggetto la democrazia e il confronto politico, fino a stabilire un’equazione tra sinistra e terrorismo. Così, anche in documenti ufficiali, vengono associati al terrorismo l’antiamericanismo, l’anticapitalismo, l’anticristianesimo e le posizioni sgradite in tema di immigrazione, razza e genere. Superfluo dire che i “terroristi” vanno repressi con durezza.

Israele: gli omicidi mirati come pratica politica

La furia bellica di Trump e Netanyahu contro l’Iran ha fatto passare in secondo piano la pratica ordinaria dell’omicidio politico da parte di Israele. Si è calcolato in 2.700 (duemila settecento!) il numero di omicidi mirati compiuti da Israele dal 1948 al 2026 tanto in patria quanto, e soprattutto, all’estero: un primato irraggiungibile perfino dalla Russia e dagli Stati Uniti.

La telefonata di Trump: politica e soap opera

L’inganno del nostro tempo sta nel personalizzare i giudizi politici, nel dire che sono gli umori instabili di un leader a determinare il flusso del lungo fiume della storia. È quest’ottica che va ribaltata: Trump non è un pessimo politico perché è un villano, ma perché è responsabile di genocidi, guerre e atti sociali di sadismo. Il resto è solo una soap opera di scarso interesse.

Il dramma della guerra nel teatrino di Evian

Trump, dopo la batosta nel Golfo, è messo male: non riesce a fare la pace con i nemici e neppure con gli amici, a cominciare da Netanyahu. Il suo è un fallimento geopolitico accompagnato da grandi mutamenti, che vedono vincente soprattutto la Cina. Si spiega così il teatrino di Evian dove Trump appariva abbacchiato e irritato allo stesso tempo. A farne le spese non è solo la, a sua volta, impresentabile Giorgia Meloni.

La donna che non doveva chiedere mai

La plateale umiliazione ricevuta da Donald Trump è il segnale dell’irrilevanza e del ridicolo in cui Giorgia Meloni ha precipitato il nostro Paese, che ora cerca di trascinare nella propria débâcle. Eppure è stata lei, non l’Italia, a praticare il più smaccato servilismo nei confronti di Trump e a sposarne il razzismo e il bellicismo. Ora, se avesse un po’ di decenza, dovrebbe solo chiedere scusa.

Usa-Israele: interessi sempre più divergenti

C’è qualche cosa di paradossale in questa quarta guerra Golfo. Mente gli obiettivi dell’Iran sono chiari (la sopravvivenza del regime e la tutela del Libano degli Hezbollah e del Mar Rosso degli Houthi), l’alleanza tra Usa e Israele proietta messaggi sempre più contraddittori e tra Netanyahu e la Casa bianca c’è una frattura evidente. E, forse, la guerra e pace dipendono anche dalle contorsioni di un leader ormai imbarazzante.