La Resistenza tra pacifisti e interventisti

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Pacifisti (in apparenza pochi) da una parte, interventisti (in apparenza molti) dall’altra e un clima mediatico e politico che ricorda sinistramente la primavera del 1915, il “maggio radioso” che spinse l’Italia, fin lì neutrale, a partecipare alla Grande Guerra, l’“inutile strage”, secondo la celebre definizione che ne diede papa Benedetto XV.

La divisione fra i due punti di vista si è manifestata soprattutto il 5 marzo scorso, con il corteo pacifista di Roma, il suo no all’invio di armi in Ucraina e il suo sì a una mediazione internazionale in sede Onu, ma poco compare nei flussi informativi quotidiani, dominati – nei maggiori quotidiani, nei principali network radio e televisivi – dall’opzione interventista, che pure, mentre invoca sostegno militare al governo ucraino e la necessità di “fermare Putin”, resta ambigua e silente sui passaggi cruciali indicati dallo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che non si stanca di chiedere un intervento diretto della Nato, a cominciare dall’istituzione di una “no fly zone”.

Per quanto poco e male rappresentata, la divaricazione fra pacifisti e interventisti esiste e affonda le radici nella storia, non solo riecheggiando il “maggio radioso” di oltre un secolo fa, ma anche passaggi essenziali della nostra vicenda nazionale, come l’esperienza della Resistenza, evocata proprio dagli interventisti, con il governo e i combattenti ucraini novelli partigiani e i paesi fornitori di aiuti militari nei panni degli Alleati e dei loro lanci alle bande nascoste in montagna. Quest’ultimo è un accostamento – lo hanno rimarcato storici e osservatori autorevoli – che trascura una differenza non marginale fra la condizione attuale e lo scenario di 80 anni fa: nel ’43, quando cominciò la nostra Resistenza, Usa, Urss, Gran Bretagna e compagnia già combattevano da anni contro l’Asse, mentre oggi sia l’Unione europea sia la Nato dicono di non voler entrare in guerra contro la Russia (e forse la campagna interventista in corso mira in realtà a far cambiare loro idea, nonostante le conseguenze catastrofiche che ne deriverebbero, con una guerra estesa al resto d’Europa e l’uso di armi nucleari a quel punto più probabile che possibile).

Il paradosso è che proprio i principali eredi diretti della tradizione partigiana – ossia l’Anpi, la più grande organizzazione fondata dagli ex combattenti – hanno contestato il parallelismo 1943-2022 e considerano sbagliata la scelta di sostenere la resistenza armata in Ucraina con l’invio di armi. La questione resta fonte di discussioni infinite, discussioni che non raramente contengono in sé altri paradossi, se si pensa che non pochi dei convinti fautori della necessità di armare il governo e la popolazione ucraina sull’esempio della nostra Resistenza, sono gli stessi che della lotta partigiana hanno sempre parlato con sufficienza, minimizzandone sia l’importanza militare all’epoca, sia l’eredità politica e culturale a guerra finita, per non dire della poca popolarità di cui gode oggigiorno la nozione stessa di antifascismo. L’Anpi, come ha ben spiegato il presidente Gianfranco Pagliarulo, ha preso la sua posizione per precise ragioni politiche: compito dell’Italia e dell’Europa, ha detto e ripetuto, è favorire il cessate il fuoco, fermare sul nascere l’escalation del conflitto, promuovere una mediazione internazionale. L’Anpi, insomma, si richiama più agli esiti della Liberazione – il “ripudio” della guerra inserito nella Costituzione, la fondazione delle Nazioni Unite, il rigetto dei nazionalismi – che all’esperienza militare dei venti mesi passati alla macchia dai partigiani, il solo aspetto che invece sembra interessare gli odierni interventisti.

Ecco il punto. La Resistenza è stata un’esperienza umana e politica ben più larga, più profonda e anche più coinvolgente dei soli combattimenti, che pure furono il cuore della lotta partigiana, nata necessariamente – ricordiamolo ancora – nel corso di una guerra che volgeva ormai a favore degli eserciti Alleati, una guerra che ha provocato sul suolo europeo milioni di morti, da aggiungere ai milioni di ebrei, rom e avversari politici del nazismo inviati dalla Germania hitleriana alle camere a gas con la complicità dei suoi alleati.  Gli storici da tempo hanno messo a fuoco l’importanza delle varie forme di resistenza civile messe in campo nei venti mesi dell’occupazione tedesca dell’Italia: ci fu chi diede rifugio agli ebrei, chi a soldati alleati sbandati, chi disertò dagli ordini di arruolamento della Repubblica mussoliniana e chi nascose e protesse i disertori; ci furono i militari fatti prigionieri e inviati in Germania che rifiutarono, in grande maggioranza, di arruolarsi e tornare in Italia a combattere nei ranghi della repubblichina fascista; ci fu chi aiutò i partigiani, con cibo, ospitalità, informazioni, rendendo possibile l’esistenza delle bande; ci fu chi sabotò le forze di occupazione, chi non collaborò.

Ercole Ongaro, in un libro di qualche anno fa, Resistenza nonviolenta 1943-1945 (I libri di Emil, 2013), ha individuato dieci forme di Resistenza, sostenendo che la lotta armata fu “contingente”, legata cioè alle circostanze di guerra, e che la “memoria fertile” è l’altra, la resistenza civile, perché mette in primo piano il protagonismo dei cittadini, la loro capacità di lottare e  di opporsi all’oppressione e alla violenza senza introdurre sulla scena altra violenza. Fra le dieci forme di resistenza Ongaro ha incluso anche la nascita del Cln, il Comitato di liberazione nazionale, chiamato a svolgere un ruolo politico, a coordinare le iniziative, a concepire e gestire strategie più ampie, più complesse, più proiettate nel futuro della “semplice” lotta armata.

Pensiamoci. Forse oggi in Ucraina c’è bisogno proprio di questo: di intelligenza politica, di pensiero, di iniziativa diplomatica, di una regia internazionale che impedisca ciò che sta avvenendo sotto i nostri occhi: un imbarbarimento bellico che renderà sempre più difficile un’intesa diplomatica fra le parti;  un’escalation militare senza ritorno. Si prospetta una carneficina che va invece evitata: salvare vite  umane dev’essere un obiettivo primario; sale di giorno in giorno il numero delle vittime militari e civili di guerra, ma dovremmo avere imparato dalla storia che il compito precipuo in situazioni di crisi dev’essere la “conta dei salvati”, per riprendere il titolo del libro di Anna Bravo (Laterza, 2013) dedicato ai tanti che nel ’900 hanno “tramato per la pace” restando ingiustamente ai margini dei manuali di storia, ancora pieni di leader politici e militari descritti come strateghi ed eroi in combattimento, a dispetto delle macerie e dei cumuli di morti rimasti sul terreno.

Dell’esperienza della Resistenza, allora, è oggi necessario studiare e aggiornare le forme di azione e opposizione non armata e riprendere l’ispirazione che portò alla nascita del Cln, cioè la priorità da attribuire alla politica, alla diplomazia, rilanciando le Nazioni Unite e aprendo la strada a una Conferenza internazionale sulla sicurezza in Europa. Lo scomposto interventismo di questi giorni, l’informazione ossessivamente emozionale tracimante da tutti i media stanno depoliticizzando la guerra in Ucraina e così proseguendo continueranno a parlare solo le armi. Non è per questo modo antico e barbaro di “gestire” i conflitti e rispondere alle aggressioni militari che combatterono i nostri partigiani e agirono i nostri resistenti non armati; forse siamo ancora in tempo a fare tesoro della loro complessa esperienza e del loro prezioso insegnamento.   

Gli autori

Lorenzo Guadagnucci

Lorenzo Guadagnucci, giornalista e blogger, lavora al “Quotidiano nazionale” (Resto del Carlino - La Nazione - Il Giorno). Durante il G8 di Genova del luglio 2001 fu tra i giovani percossi e arrestati nella suola Diaz. Fondatore e animatore del Comitato verità e giustizia per Genova ha scritto, con Vittorio Agnoletto, “L’eclisse della democrazia. Le verità nascoste sul G8 di Genova” (2011).

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7 Comments on “La Resistenza tra pacifisti e interventisti”

  1. Carissimi, questa però non me lo aspettavo… Per sostenere le proprie tesi sulla guerra in Ucraina, Guadagnucci depotenzia , riduce l’importanza, dell’aspetto militare della Resistenza: “Ercole Ongaro, in un libro di qualche anno fa, Resistenza nonviolenta 1943-1945 (I libri di Emil, 2013), ha individuato dieci forme di Resistenza, sostenendo che la lotta armata fu “contingente”, legata cioè alle circostanze di guerra, e che la “memoria fertile” è l’altra,.. “. No, un revisionismo di sinistra della Resistenza per avvalore la posizione di “Volere la luna” sull’Ucraina proprio non me lo aspettavo, mi ha colto di sorpresa. Pochi giorni fa Marco Revelli ha scritto qui della Resistenza, e non so che ne pensa di questo articolo

  2. L’articolo in apparenza pacato, ma nella sostanza è piuttosto velenoso e, per chi è erede diretto delle persone che scelsero di rischiare la pelle andando in montagna, financo offensivo. Se ne ricava che l’esperienza partigiana – intendo quella vera, di chi ha sentito il dovere e ha avuto il coraggio di combattere, non solo di disertare o di non collaborare – è stata in fondo superflua, perché intanto la vittoria già stava arridendo agli Alleati. Hanno scioccamente rischiato la pelle per niente: la vittoria era già cosa fatta. Oppure sono stati furbetti, combattendo un anno e mezzo contro un esercito comunque infinitamente più organizzato e equipaggiato per farsi trovare dalla parte dei vincitori il 25 aprile. Quale capacità di astuto opportunismo! Avevano vent’anni ma erano già scafatissimi.
    E il CLN? Abbiamo sempre pensato che suo compito primario fosse quello di organizzare e coordinare la resistenza armata, in particolare come CLNAI, invece apprendiamo che si occupava soprattuto di coordinare non meglio precisate iniziative, ossia di ” concepire e gestire strategie più ampie, più complesse, più proiettate nel futuro della “semplice” lotta armata”. Dare l’ordine di uccidere Mussolini rientra evidentmente in queste iniziative proiettate nel futuro… solo per fare un esempio.

    1. Invero, che Mussolini non abbia avuto un processo è cosa sulla quale ancora oggi mi interrogo. Nella mia ignoranza però, mi chiedo anche: se la resistenza ce la fossimo fatta tutta da soli, senza aiuti, senza alleati non saremmo più liberi oggi? Chiedo scusa, la mia è domanda .

  3. Proseguo:
    Per favore, pensate quello che volete circa il modo migliore per risolvere la questione ucraina, baloccatevi pure con i vostri sogni di grandi conferenze di pace sotto l’egida di istituzioni internazionali fantasmatiche, ma non piegate la Resistenza ai vostri fabbisogni ideologici. Dite che il paragone con la situazione attuale dell’Ucraina è improprio e fuorviante? Dunque, per coerenza, non si insista a riproporlo e si lasci perdere la Resistenza. Non è chiedere molto.
    Porto il nome di uno zio ebreo che è morto a 22 anni proteggendo, già ferito, la rititata dei suoi compagni dopo la battaglia nei pressi del ponte di Perletto. Non credo pensasse che la guerra era già vinta. E’ stato davvero un fesso a non capirlo. Avrebbe potuto nascondersi, non collaborare, o tutt’al più compiere qualche atto sporadico di disobbedienza, invece di entrare in una formazione partigiana. Secondo questo articolo, avrebbe fatto “un’esperienza umana e politica ben più larga, più profonda e anche più coinvolgente dei soli combattimenti”.

  4. Se fossi ucraino questo articolo mi manderebbe in bestia. Non per le tesi che esprime, perché neanche le avrei lette, ma per la distanza incolmabile fra l’urgenza di fermare le bombe che cancellano la mia vita e la discussione dotta su ciò che la storia ci ha insegnato o avrebbe dovuto insegnarci. Ma anche da italiano, da obiettore di coscienza, da persona che ha sempre detestato l’uso delle armi e della violenza in generale, senza neanche entrare nel merito delle tesi storiche espresse, ma soffermandomi solo sull’ultimo paragrafo così pieno di intenzioni tanto buone quanto ovvie provo fastidio. Lo trovo fuori tempo massimo. Poteva avere senso prima. Magari negli otto anni di guerra che hanno preceduto l’invasione. Oggi, non basta più dire “torniamo alla diplomazia tornando alle Nazioni Unite” senza dire come arrivarci: l’effetto è lo stesso delle frasi sulla pace nel mondo delle aspiranti Miss Italia

  5. Non ho da aggiungere nulla ai commenti che mi precedono: ne condivido pienamente i contenuti e soprattutto l’accorato stupore e il civile sdegno. L’orrore per la violenza e quindi massimamente per ogni forma di sopraffazione e di guerra esige il massimo coerente rigore nel perseguire la pace. E’ un’esigenza che ha la forza di un istinto . Come è possibile non correre in soccorso di chi è violentato e non aiutarlo a fermare la mano dell’aggressore con mezzi adeguati? Come è possibile stare solo a guardare ?
    E con che stomaco e con che intelligenza si può accostare il clima del “maggio radioso” del 1915 alla presente richiesta d’aiuto del popolo ucraino? Quelli erano aggressori che si eccitavano alla guerra, questi sono aggrediti.
    Sono sbalordito dall’ipocrita e ignorante capovolgimento. E ancora, non è abbastanza “fertile” la “memoria di chi ha dato la vita nella resistenza ai nazifascisti ? Sarebbe stato più efficace se fosse rimasto in città? Ma questo è proprio ciò che pensavano i fascisti e i loro fiancheggiatori.

  6. Lorenzo Guadagnucci sa di cosa parla, basterebbe leggere il suo bellissimo libro “Era un giorno qualsiasi. Sant’Anna di Stazzema, la strage del ’44 e la ricerca della verità. Una storia lunga tre generazioni”, 2016 ed. Terre di Mezzo. È nella difficile posizione di chi crede e pratica ahimsa, la non violenza radicale, quindi è la persona meno adatta ad essere criticata come incoerente. Una posizione difficile perché richiede più forza di quella di prendere le armi. Questo solo per dire che sono sdegnato dello sdegno: si può dissentire dalla sua lettura, che fa emergere aspetti che altri trascurano, non certo esserne offesi. Tuttavia, anch’io dissento rilevando che ci sono eccome anche tutte quelle forme di resistenza civile disarmata e di solidarietà che ricorda Lorenzo. Gli ucraini difendono la democrazia, per quanto fragile, che un invasore vuole distruggere ora e subito come le loro case; hanno libere istituzioni e governo, non hanno bisogno del CLN per un progetto politico di società. Per consolidare la resistenza civile occorre fermare con tutti i mezzi l’assassino. Lo si fa con un compromesso (non allargare il conflitto internazionale), ma l’altro è legittimare il fatto compiuto. Come nel 2014. Con buona pace di tanti pacifisti della realpolitik che si interrogano (solo) sulle colpe della Nato e veicolano narrazioni distorte di nazisti da cui tenersi alla larga.

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