In città si cammina per lo più distratti, oppure attratti dalle vetrine dei negozi, comunque quasi sempre un po’ affrettati. In montagna lo sguardo è condizionato dalla dovuta attenzione per la sicurezza nel procedere, ed è attratto dal panorama. Distrattamente, in tutti e due i casi, si passa vicino, a volte senza vederle a volte senza fermarsi, a lapidi che ricordano nomi, per lo più sconosciuti, di chi ha partecipato alla Resistenza perdendoci la vita.
Le lapidi sui muri di città o a lato di sentieri montani sono davvero innumerevoli, a testimonianza di un periodo più che tragico. Le lapidi riportano pochi dati ma quello che colpisce di più è la distanza, drammaticamente breve, tra la data di nascita è quella di morte, si tratta molte volte di ragazzi giovanissimi, poco più o poco meno che ventenni. Della loro vita sappiamo poco o nulla e poco anche dei fatti tragici in cui la persero. Eppure è il loro sacrificio, è bene ricordarlo, che permise all’Italia alla fine della Seconda guerra mondiale di riscattarsi rispetto al regime fascista e all’alleanza con il nazismo.
E la Resistenza è il valore politico che permise all’Italia di riacquistare quella legittimità internazionale che poi agevolò il percorso verso la stesura della Costituzione repubblicana, che nei suoi valori fondamentali è antifascista, e che oggi si ritrova nella ragnatela di un governo neofascista, che sta sdoganando quell’area nera, da sempre presente nel nostro Paese, a cui l’amnistia di Palmiro Togliatti del giugno 1946 ha permesso di mantenere e perpetuare posti di potere nell’apparato statale. Se l’obiettivo dell’amnistia era la pacificazione nazionale si può dire, senza alcun dubbio, che è stato un fallimento perché l’impunità offerta nel dopoguerra alle camicie nere ha presentato il conto negli anni delle stragi neofasciste, e nei rapporti delle varie organizzazioni eversive, non sempre di sola manovalanza, con i Servizi nella lunga stagione della strategia della tensione. La magistratura del dopoguerra poi, largamente compromessa col regime fascista, interpretò a modo suo le norme sull’amnistia, e in molteplici processi perseguì – come ben descritto nell’ottimo e documentato libro di Michela Ponzani Processo alla Resistenza (Einaudi, 2023) – non le camicie nere ma i partigiani.
L’esser governati da neofascisti – perché Fratelli d’Italia è l’erede diretto di Alleanza Nazionale a sua volta figlia del Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante (che nel maggio 1944, in qualità di capo di gabinetto del Ministero della Cultura Popolare, firmò un bando per la fucilazione alla schiena di chiunque facesse parte di bande partigiane e di chi le sosteneva) – è un pugno nello stomaco e un’offesa alla memoria di chi ci ha permesso di costruire la Repubblica.
Queste riflessioni hanno due origini: la prima è nata il giorno in cui ho visto su un muretto di pietra a secco che sostiene un tratto dello sterrato che sale al Rifugio la Riposa, base per la salita sul Monte Rocciamelone, una targa che ricorda la morte di un partigiano, un ragazzo come tanti e sconosciuto ai più, Fantino Secondino, e di cui nulla so se non che è stato ucciso un mese prima del compimento dei diciannove anni e che la mano “maramalda” di una “vile canaglia” ha scarabocchiato sulla sua fotografia. La seconda parte da una recente notizia: sono in corso analisi del DNA dei resti dei partigiani massacrati dai nazifascisti in Val Grande, per poter dare loro un nome, una identità. La battaglia in Val Grande è un importante episodio della Resistenza che – ammetto – non conoscevo. Del resto a scuola, già ai miei tempi di studente, della Resistenza se ne parlava poco e male e ancora oggi viene dato più spazio alle pur importanti civiltà degli Assiri e Babilonesi mentre le pagine di Storia contemporanea vengono velocemente liquidate (e, poi, solo nel 1994 in uno scantinato della Procura Militare di Roma fu scoperto l’Armadio della Vergogna, con le ante girate verso un muro, che conteneva 695 fascicoli e un registro con 2274 notizie di reato riguardanti le stragi nazifasciste. Insabbiate! Le fucilazioni di decine di partigiani, alcuni torturati, a Fondotoce, Baveno e Pogallo, sono solo il drammatico epilogo del “rastrellamento della Val Grande”, uno scontro durissimo, dall’11 al 30 giugno 1944, dove oltre 4000 nazisti, coadiuvati dalle camicie nere, con l’utilizzo di carri armati, dopo aver chiuso ogni via di fuga massacrarono 300 partigiani che operavano in Val Grande e Val Intrasca. L’operazione Kolln, che mirava oltre a eliminare i partigiani a terrorizzare gli abitanti dell’entroterra verbanese (nel solo paese di Cicogna furono rase al suolo 78 abitazioni e distrutti gli alpeggi), fu decisa come vendetta per la cattura operata dai partigiani di 45 fascisti a cui furono sottratte armi e munizioni, ma non furono uccisi.
Questa è la Storia, la nostra Storia, e quando camminiamo per le città possibilmente non sorvoliamo sulle targhe che ricordano chi partecipò alla guerra partigiana. Possono essere uno spunto per approfondire pagine del nostro passato prossimo, e camminando in montagna una pausa, davanti a un cippo o una targa oltre a favorire una riflessione, aiuta a riprendere fiato.
In homepage lapide posta in località Presa Biancero (Coazze) in ricordo di quattro partigiani valsusini
uccisi il 28 novembre 1944 nel corso di un rastrellamento nazifascista
