Il realismo della pace

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Le recenti prese di posizione di Vito Mancuso sulla pace “armata” o “disarmata”, e il dibattito che ne è seguito, offrono qualche spunto per tornare a riflettere sul nostro modo di pensare e costruire la pace, tra realismo e utopia.

«Sì alla pace, ma non disarmata», ha sostenuto Mancuso su La Stampa (a due riprese, il 22 e il 28 luglio), in aperta polemica con la celebre formula della pace “disarmata e disarmante” di papa Leone e le sue reprimende contro governi guerrafondai e mercanti di morte. La pace è, e rimane, per Mancuso, il fine (quante volte sentiamo dire che su questo siamo tutti d’accordo… sarà vero?), ma il suo invito è a dotarsi di mezzi adeguati per raggiungerlo: le armi. Che dovrebbero – ça va sans dire – servire solo per difendersi «se ingiustamente attaccati». L’invito è a «guardare in faccia la realtà» e a farsi guidare dall’etica della responsabilità (attenta alle conseguenze delle azioni, non solo al loro valore intrinseco), riconoscendo che la guerra da sempre accompagna la storia umana, è ineliminabile e in certi casi necessaria. A Mancuso ha risposto Roberta De Monticelli su il manifesto (https://ilmanifesto.it/para-bellum-scegliere-tra-linferno-e-la-ragione), chiedendogli, in sostanza, in che mondo vive: «tu che hai tanto studiato l’Apocalisse, non ti sei accorto che è in corso? Siamo al Sesto Sigillo, quando il cielo si ritira dalla terra riavvolgendosi su se stesso come il rotolo della legge. E in un mondo che resta senza cielo e senza legge, tu predichi il riarmo necessario?». La contro-replica di Mancuso, sullo stesso quotidiano (https://ilmanifesto.it/parlo-della-dolorosa-necessita-delle-armi-la-pace-e-il-fine-ma-non-sempre-il-mezzo) è, a suo modo, illuminante. Lasciando perdere i padri della Chiesa, Agostino, Kant, Bobbio, abbondantemente richiamati negli interventi precedenti, Mancuso si dichiara favorevole ad armare non solo l’Ucraina, ma i palestinesi massacrati dall’esercito israeliano. Quando si dice “realismo”… Ha buon gioco Roberta de Monticelli a rispondergli che l’unica speranza per i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania è che il loro aggressore venga disarmato, un obiettivo niente affatto utopico se solo gli Stati Uniti e l’Europa interrompessero il loro sostegno militare ed economico ad Israele. «Ma di che cosa stiamo parlando?» – rincara la dose Guido Viale –. «Da un lato c’è uno Stato e un esercito, i più agguerriti del mondo; dall’altro un popolo oppresso, massacrato e senza governo: non ne ha mai potuto avere uno. O forse Mancuso sta proponendo di armare Hamas per metterlo alla pari con l’Idf?» (https://ilmanifesto.it/chi-difende-chi-se-le-armi-sono-lunica-chance-dellumanita).

Al di là di ogni altra considerazione, chiediamoci: dove sta oggi il realismo? Dove l’utopia senza costrutto? Non mi interessa qui affrontare in astratto, e in termini assoluti, il problema del nesso tra mezzi e fini (il principio di proporzionalità, il rischio che i mezzi “cattivi” compromettano il raggiungimento del fine “buono”), pur trattandosi di una questione serissima, da sempre al centro della riflessione sulla nonviolenza. Concentriamoci sul “qui ed ora”. E proviamo ad essere realisti. Viviamo in un mondo disseminato di micidiali sistemi d’arma, in cui il club esclusivo delle potenze nucleari, o aspiranti tali (da ultimo quel faro della liberal-democrazia che è l’Arabia Saudita) è in lenta, ma costante, crescita. Un mondo pieno non solo di armi di distruzione di massa azionabili da grande distanza, che rendono impossibile distinguere tra obiettivi militari e civili e sono incompatibili con scopi meramente difensivi, ma di una nuova generazione di ordigni nucleari tattici progettati per essere usati, non solo per svolgere una funzione di deterrenza. Se questo è il quadro, è proprio il realismo, la weberiana etica della responsabilità a imporci di prendere in considerazione il rischio che si concretizzi lo scenario peggiore: una guerra combattuta inizialmente con armi convenzionali che, coinvolgendo potenze nucleari, degenera nell’apocalisse atomica a cui allude De Monticelli. Proprio perché consapevoli che non è (solo) la razionalità a guidare la storia dobbiamo prendere sul serio questa possibilità e fare di tutto per scongiurarla. In un contesto in cui le istituzioni democratiche arretrano, e l’intelligenza artificiale avanza, il rischio che menti psicopatiche e criminali (già pericolosamente all’opera su vari fronti) e automatismi fuori controllo conducano a esiti fatali è concreto.

Un’ulteriore obiezione che il “realista” Mancuso rivolge al mondo del pacifismo merita di essere affrontata. Non si può pretendere il “disarmo unilaterale” – sostiene. Ma chi lo pretende? Il movimento pacifista che si sta faticosamente ricomponendo in questi anni attorno alla rete Stop ReArm Europe non solo non chiede armi per i palestinesi, ma neppure lancia la parola d’ordine del disarmo “unilaterale”. Il disarmo deve – può, realisticamente – essere solo bilaterale, per cominciare e, in prospettiva, onnilaterale (indipendentemente dal fatto che qualcuno scelga di fare il primo passo, per invogliare gli altri a seguirlo). Una seria politica di disarmo, per realizzarsi, presuppone l’accettazione di condizioni di reciprocità. Vera, non fittizia. Per limitarsi al Medio Oriente, il modo migliore per indurre l’Iran a sottoporre il proprio programma nucleare alle ispezioni è mettere sul piatto una analoga disponibilità da parte di Israele (già in possesso dell’atomica, in incognito) ad accettare controlli e restrizioni. Il miglior modo per convincere la Russia a ritirare i propri missili puntati verso l’Europa è che gli Stati Uniti e la Nato assumano impegni analoghi. E così via… Solo accettando di disarmarci possiamo indurre l’altro a disarmare, uscendo dallo stato di guerra di tutti contro tutti. Parola di papa Leone ma, prima ancora, di Thomas Hobbes, maestro del realismo politico.

Gli autori

Valentina Pazé

Valentina Pazé insegna Filosofia politica presso l’Università di Torino. Si occupa, in una prospettiva teorica e storica, di comunitarismo, multiculturalismo, teorie dei diritti e della democrazia. Tra le sue pubblicazioni: "In nome del popolo. Il potere democratico" (Laterza, 2011), "Cittadini senza politica. Politica senza cittadini" (Edizioni Gruppo Abele, 2016) e "Libertà in vendita. Il corpo fra scelta e mercato" (Bollati Boringieri, 2023).

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One Comment on “Il realismo della pace”

  1. Per supportare cio’ che esprime Valentina Paze’,a cui faccio i complimenti per l’articolo,ricordo che la grande eco-pacifista Carla Ravaioli nel suo ultimo libro (“Ambiente e pace ,una sola rivoluzione”2008) propose lo smantellamento della NATO e il disarmo unilaterale dell’Europa.Aggiungo che la Ravaioli,chi l’ha conosciuta puo’ confermare, era persona razionale e pragmatica…

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