Stati Uniti. Dopo la grande rivolta

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Alla fine la rivolta dei Proud Boys e degli AQnon c’è, dunque, stata (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/12/31/la-democrazia-degli-stati-uniti-e-ancora-un-modello/)! Chiamati a raccolta da un twitter di Trump del 1 gennaio ‒ subito peraltro rimosso da Jack Dorsey ‒ che dava loro appuntamento per le 11 del mattino del 6 gennaio davanti al Campidoglio, i sostenitori del presidente uscente hanno dato l’assalto a Capitol Hill di fronte allo sconcerto del mondo intero.  Istigati ancora la mattina stessa da Trump, che li incoraggiava a recarsi a protestare di fronte al luogo in cui i rappresentanti del popolo decidono le sorti del paese, i manifestanti ‒ sbarcati a Washington a frotte ‒ per qualche ora si sono impossessati con la violenza del palazzo sede del Congresso Federale, così impedendo temporaneamente il rituale della conta e certificazione dei voti dei grandi elettori, che avrebbe poi portato alla proclamazione di Joe Biden quale nuovo presidente degli Stati Uniti.

Un evento al contempo straordinario e prevedibile, che lascia sul tavolo più interrogativi che risposte.

Si è trattato sicuramente di una rivolta spettacolare, figlia del tempo dei social e di internet, con tanto di riprese e fotografie scattate dai manifestanti, che tuttavia non avevano un concreto disegno eversivo che andasse oltre la mera spettacolarità. È stata una sommossa con morti ‒ come la giovane ex appartenente alla forza armata aerea degli Stati Uniti, colpita al collo da un proiettile di un agente ‒ certo, ma, in fondo, lo scontro è stato meno violento di come avrebbe potuto essere, tanto da parte di chi assaliva quanto di chi difendeva il palazzo. Si è trattato di una protesta che, sebbene abbia scosso il mondo intero ‒ che non immaginava certo di vedere la potente e democratica America del nord attaccata nel suo cuore istituzionale alla stregua di una qualunque “non-democrazia” dei paesi del suo giardino di casa ‒, non ha però prodotto la proclamazione dell’emergenza nazionale o l’imposizione della legge marziale da parte di Trump, con conseguenti rivolgimenti e derive golpiste. A che pro, dunque, Donald Trump ha scatenato tutto ciò, a due settimane dalla sua uscita di scena, con il serio rischio di aggiungere un nuovo procedimento penale a suo carico per incitamento all’insurrezione, al saccheggio, e più in generale alla violenza, e anche di essere impeached e condannato subito, o sostituito nella carica da Pence per incapacità manifesta in base al venticinquesimo emendamento (come si sta pensando di fare in queste ore), senza un apparente effettivo ritorno a suo vantaggio?

Tenere alta la conflittualità sociale nel paese e nelle istituzioni, come segnala Domenico Gallo (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/01/08/la-marcia-su-capitol-hill-di-donald-trump/), è stato probabilmente il vero obiettivo di Donald Trump, che dalle divisioni e dagli odi degli uni contro gli altri ha sempre tratto profitto. Alimentare il sentimento di rabbia nei confronti del sistema dei suoi 74 milioni di sostenitori significa, per lui, mantenere almeno in parte, anche dopo l’uscita di scena, il controllo sulle istituzioni e sul partito repubblicano, entrambi timorosi delle reazioni politiche della base trumpista. Così se le prime, preoccupate di apparire vendicative, potrebbero decidere di non perseguire Trump per i reati federali o magari anche statali, commessi prima e durante il suo mandato, nel partito dei rossi, forte della sua base di arrabbiati, egli continuerà ad avere un grosso peso nella selezione dei prossimi candidati politici. Il sostegno da lui ottenuto dai 126 rappresentanti alla Camera che a dicembre hanno fatto propria la richiesta (pur, infine, respinta) presentata alla Corte Suprema dall’Attorney General del Texas di rivedere le votazioni in quattro battleground states, la dice lunga al proposito. «I repubblicani della Camera dei rappresentanti si svegliano ogni mattina pensando alle prossime elezioni ‒ dice Alex Conant, esperto in strategia politica di quel partito ‒. Nel  2022 la lealtà verso Trump potrebbe rappresentare il banco di prova nelle primarie. I Repubblicani non hanno sostenuto l’Attorney General del Texas perché convinti della bontà dell’argomento giuridico, ma perché hanno timore della loro base elettorale» (https://www.nytimes.com/2020/12/11/us/politics/republicans-trump-election-lawsuit.html). Si tratta della stessa paura che, mercoledì 6 gennaio, ha convinto ben 139 rappresentanti repubblicani alla Camera e 8 al Senato ad appoggiare, a favore di Trump, le obiezioni al risultato del voto popolare alle presidenziali in Arizona e Pennsylvania, durante la più calda certificazione del voto dei grandi elettori che si sia mai vista negli Usa dei tempi moderni.

Al di là dell’individuazione delle ragioni che hanno trovato spazio nella mente di Donald Trump e dei suoi consiglieri quando hanno immaginato di sobillare i MEGA fans contro il Congresso riunito nel Campidoglio, il sicuro risultato dell’operazione è consistito nella nuova, imponente e forse ultima messa a nudo da parte di questo poco convenzionale Presidente delle profonde contraddizioni che il sistema statunitense vive e tiene spesso sotto il tappeto.

Non è certamente andato inosservato il paradosso di una manifestazione contro le istituzioni, in cui la polizia non solo si è trovata totalmente impreparata e assolutamente sottodimensionata di fronte ai pur annunciati disordini, ma ha perfino aperto ai manifestanti le inferriate mobili poste a labile presidio di Capitol Hill invitandoli ad entrare, si è prestata agli scatti di selfie in loro compagnia e, alla fine, ha effettuato un numero di arresti all’interno del Campidoglio pari alla ridicola cifra di 14. Si è trattato di un comportamento assai diverso da quello messo in atto in ogni altra manifestazione, soprattutto se paragonato con quanto avvenuto durante le recenti proteste del movimento di giustizia sociale Black Lives Matter, i cui esponenti – come tutti sanno ‒ sono stati oggetto di una violenza esagerata da parte delle forze dell’ordine, che li hanno spesso letteralmente massacrati. Una politica di law enforcement fatta dunque di due pesi e due misure ‒ si direbbe ‒ che mette inequivocabilmente in luce la mai rimarginata piaga del razzismo imperante all’interno della polizia statunitense e pone interrogativi che vanno al di là del caso di specie. Che dire, d’altronde, di un apparato di difesa, per cui il sistema statunitense spende annualmente cifre da capogiro, che possiede una tecnologia fra le più avanzate al mondo e che, ciononostante, non è stato capace di arrestare efficacemente l’attacco al cuore della sua democrazia da parte di un gruppo, per quanto folto, di manifestanti? Una circostanza, questa, per molti versi inspiegabile, che non trova certamente chiarimento nella distrazione e incapacità del solo Capitol Police Department (cui oggi si tenta di addebitare tutta la colpa del flop, cfr. https://www.nytimes.com/2021/01/07/us/Capitol-cops-police.html), ma che può invece trovare risposta nell’aperto sostegno elettorale a Trump, fra gli altri, del più grande sindacato di polizia degli Stati Uniti, quello di New York (https://www.businessinsider.com/biggest-police-union-fop-endorses-trump-for-president-over-biden-2020-9?IR=T) che, anche dopo la sua sconfitta si è dichiarato orgoglioso, tramite il suo portavoce, dell’endorsement effettuato (https://www.ny1.com/nyc/all-boroughs/news/2020/11/24/police-unions-say-they-have-no-regrets-in-endorsing-president-trump). È un’ipotesi inquietante, che nuovamente solleva il velo su dinamiche indegne di una democrazia avanzata quale pur gli Stati Uniti si vogliono.

In questo show in grande stile, promosso da un Trump a fine mandato, ciò che colpisce, peraltro, è soprattutto il profondo contrasto sul piano sociale ed economico fra il mondo dei rappresentanti e quello dei rappresentati, cioè di chi emana le leggi e di chi alle conseguenze della loro emanazione è sottoposto, metaforicamente raffigurato dal manifestante che si è seduto ‒ mettendoci pure il piede sopra ‒ alla scrivania dell’appena confermata speaker alla camera, Nancy Pelosi, una fra le donne più ricche d’America, il cui patrimonio netto ammonta a circa 120 milioni. Il primo universo è formato da coloro che vengono da contesti elettorali in cui per riuscire vincitori si spendono miliardi di dollari (più di 14 nelle passate elezioni presidenziali, e circa uno nella sola Georgia per la recente corsa senatoriale) e le connection con i poteri economici sono indispensabili. È una realtà preclusa ai poveracci, i quali subiscono le conseguenze degli investimenti dei ricchi nella competizione elettorale per ottenere l’emanazione di leggi che permettono quel furto dei forti in danni dei deboli troppe volte documentato e ultimamente confermato perfino dalla super conservatrice Rand Corporation (https://www.fastcompany.com/90550015/we-were-shocked-rand-study-uncovers-massive-income-shiftto-the-top-1). È un mondo, quello dei rappresentanti, che se ne frega se le persone comuni, con cui assai poco essi hanno a che spartire, soffrono esageratamente per la pandemia in corso. I lawmakers abbandonano alla deriva senza colpo ferire i più deboli fra coloro che rappresentano, quando, per tornaconti elettorali, non trovano un accordo sugli aiuti economici da elargire ai troppi che hanno fame. Lo stimulus economico, che per troppo tempo non è arrivato e che alla fine si è ridotto a poco più di un’elemosina (600 dollari una tantum a persona a chi è in difficoltà e altrettanto per ogni figlio), è stato uno schiaffo a quelle famiglie (una su sei secondo i più recenti rilevamenti: https://www.nationalgeographic.com/history/2020/11/one-in-six-could-go-hungry-2020-as-covid-19-persists/) che non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena. È uno schiaffo che segna tutta la distanza che passa fra quel manifestante, pur trumpista e magari colmo di odio sociale, e la legittima detentrice della seggiola su cui si è seduto. 

La rabbia, l’odio sociale, la voglia di autoritarismo non potranno che aumentare in chi ha perso il lavoro, è in difficoltà economica e non vede speranza di miglioramento: il partito democratico ‒ ormai con il pieno controllo di Camera, Senato e Presidenza ‒ dovrà tenerlo presente. «Qualora l’insicurezza economica dovesse continuare, non c’è dubbio che nel prossimo decennio avremo a che fare con potenti movimenti di “odio”. Un notevole sforzo ci sarà allora richiesto se vorremo preservare la nostra libertà» scriveva Dale Kramer nel 1940, dopo che un rally nazista nel 1939 – quindi prima che le politiche di redistribuzione della ricchezza che hanno caratterizzato i trenta gloriosi facessero uscire moltissimi dalla povertà ‒ aveva portato in piazza, a Madison Square Garden, 20.000 americani (The American Fascists, Harper’s Magazine). È un monito che sembra fatto apposta per i tempi odierni.

 

 

 

 

Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

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