La democrazia degli Stati Uniti è ancora un modello?

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La democrazia costituzionale più antica del mondo, diciamo la verità, non ha dato in queste ultime elezioni una bella prova di sé. Se non fosse che si tratta degli Stati Uniti, ossia della prima potenza economica del mondo, con ogni probabilità quel sistema sarebbe indicato come esempio di democrazia al collasso. E ciò non solo per il fatto che negli Stati Uniti – per via del farraginoso meccanismo del collegio elettorale con le sue storture in fatto di rappresentanza – può vincere, come è già successo nel 2000 e poi nel 2016, chi non ottiene la maggioranza dei voti popolari.

Nonostante abbia ottenuto ben 7 milioni di voti e 74 grandi elettori in meno rispetto al suo avversario, Trump ha infatti potuto impedire per settimane al presidente eletto e al suo team di accedere ai documenti segreti relativi alla sicurezza del paese, tenere a lungo in sospeso il risultato elettorale – al punto che solo un mese e mezzo dopo la data delle elezioni i senatori repubblicani al Congresso, a partire da Mich McConnell, hanno cominciato a riconoscere Biden quale vincitore – e può ancora oggi astenersi dall’offrire la concession, ossia quell’atto formale che – come dice lo scienziato della politica Paul E. Corcoran – «non è un mero riscontro dei risultati elettorali, né una semplice ammissione della sconfitta. È un’approvazione con effetti costitutivi dell’autorità del nuovo Presidente». È per questo che in molti temono ancora colpi di scena dell’ultimo minuto, a deriva sudamericana (https://www.commondreams.org/views/2020/12/24/trumps-foreseeable-coup-attempt).

Ora, se tutto ciò è potuto avvenire, è anche perché le regole del sistema lo permettono. Intanto il presidente sconfitto resta in carica, come lame duck (ossia come anatra zoppa), per più di due mesi e mezzo dalla data delle elezioni, fino al 20 gennaio dell’anno successivo. Entro certi limiti poi – tutti peraltro da chiarire – fino al giorno in cui i grandi elettori si riuniscono per esprimere il proprio suffragio, è possibile sostituire il voto popolare con il voto dei parlamenti statali. Infine il 6 gennaio – giorno in cui Pence, come vice presidente ancora in carica epperciò presidente del Senato, dovrà contare i voti dei grandi elettori di fronte all’intero Congresso, riunito nella Camera dei Rappresentanti – un documento, firmato almeno da un rappresentate alla Camera e da uno al Senato, che obbietti rispetto al risultato elettorale, può obbligare le due Camere a una discussione di almeno due ore sul punto e a un voto che potrebbe teoricamente rovesciare il risultato dell’espressione di consenso dei grandi elettori.

Le ultime due sono regole che permettono un pesante sovvertimento del principio democratico; la prima, invece, conferisce al presidente uscente un’irresponsabilità politica che gli consente di effettuare scelte che possono anche essere fortemente irrispettose del senso di giustizia, come il concedere la grazia ad amici e parenti nonostante abbiano commesso le più efferate atrocità. Di tali regole, profondamente antidemocratiche e improntante a puro clientelismo, Trump ha certamente saputo e cercherà ancora di far uso. Si pensi, per rimanere al caso della grazia concessa per puro favoritismo, ai familiari e alleati politici cui Donald Trump, approfittando degli ultimi giorni di carica, ha elargito il perdono, oppure ai mercenari della Blackwater condannati per il massacro di civili iracheni, cui il presidente/anatra zoppa ha ridotto la pena. Tutto ciò mentre la corsa contro il tempo per giustiziare donne e uomini detenuti nel braccio federale della morte, che prima di Trump per 17 anni non aveva visto esecuzioni, continua.

È, d’altronde, la possibilità che la Costituzione degli Stati Uniti attribuisce ai parlamenti degli Stati di indicare direttamente i propri grandi elettori (1), e forse – qualora siano in grado di addurre buone ragioni – addirittura di sostituirsi al voto popolare già espresso, ad avere spinto Donald Trump e i suoi avvocati a intentare fin dai primi giorni successivi alle votazioni almeno una cinquantina di cause – tutte peraltro regolarmente perse – per provare una frode elettorale. Ciò doveva servire a tenere alto il sentimento di rabbia dei più di 70 milioni di elettori che si sono espressi a suo favore e a convincere così i parlamenti a maggioranza repubblicana dei battleground states – persi per una manciata di consensi (Wisconsin, Pennsylvania, Arizona e Georgia) – a sovvertire il voto popolare, indicando direttamente i grandi elettori che avrebbero votato per lui. Fino al 14 dicembre, giorno in cui i membri del collegio elettorale si sono riuniti per votare il presidente, Donald Trump ha infatti cercato invano di persuadere membri influenti di quei parlamenti a proporre una lista di grandi elettori alternativa a quella risultante dal voto popolare, mantenendo così fino ad allora la suspense e l’incertezza intorno al risultato delle elezioni.

Se quelle incertezze sembrano ormai definitivamente fugate, resta però pur sempre la possibilità di riaprire – sia pur solo formalmente – la questione della validità di quel risultato di fronte al nuovo Congresso, che si riunirà il 6 gennaio per lo spoglio definitivo dei voti dei grandi elettori. Un gruppo di repubblicani della House of Representatives, capitanati da Mo Brooks, rappresentante alla Camera per l’Alabama, forti della mancata concession da parte di Trump, ha già asserito di volere in quella sede porre in discussione la legittimità del voto nei battleground states, in cui Biden ha vinto per poco. Qualora essi trovassero un senatore disposto ad associarsi alla richiesta, la House of Representatives e il Senato sarebbero allora costretti a riunirsi separatamente per decidere sul punto e, per quanto un accordo delle due Camere sull’esclusione dei grandi elettori degli Stati in bilico sia certamente da escludere, il passaggio avrebbe effetti fortemente delegittimanti per il Presidente eletto Joe Biden. Le paure di chi prospetta l’eventualità che Trump, ancora in carica per due settimane, possa a quel punto far conto sui suoi MAGA warriors, carichi di armi, per scatenare una rivoluzione di piazza, le cui violenze potrebbero giustificare la dichiarazione dello stato di emergenza e l’imposizione della legge marziale, ritornerebbero allora in auge.

Al di là che si tratti di paure fondate o meno, il mero dato che gli Stati Uniti abbiano un sistema le cui regole permettono di arrivare a ciò inquieta e dovrebbe far riflettere sulla questione se la democrazia costituzionale più antica del mondo sia ancora un modello da imitare o piuttosto un sistema da riformare.

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(1) In base alla sezione 1 dell’articolo II della Costituzione: «ciascuno Stato nominerà, nel modo in cui il Parlamento riterrà opportuno, un numero di elettori uguale al numero dei Senatori e dei rappresentanti alla Camera a cui ha diritto nel Congresso».

Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

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