Val Susa, Italia: cosa c’è dietro l’angolo

I recenti scontri al cantiere del TAV di Chiomonte hanno riacceso i riflettori sulla linea ad alta velocità Torino-Lione. Con alcuni elementi di novità: l’ulteriore stretta repressiva contro l’opposizione, la sempre più evidente inutilità e irrealizzabilità dell’opera, la necessità di una riorganizzazione del movimento no Tav, per tenere insieme radicalità e capacità di aggregare. Ci aspetta una stagione impegnativa, in gran parte da inventare.

Polizia senza legittimazione e crescita della devianza

Molti episodi drammatici incrinano pesantemente la fiducia di ampi strati sociali nei confronti della polizia. Ciò produce un circolo vizioso: da un lato, di radicalizzazione e di esplosioni di rabbia; dall’altro, di crescita abnorme della repressione nel (vano) tentativo di riacquistare consenso. Questa spirale perversa può essere disinnescata solo ripartendo da una cultura di polizia rispettosa dei diritti di tutti.

Nulla accade in polizia che il ministro non sappia e non voglia

Di fronte a gravi fatti di cronaca che coinvolgono operatori di polizia l’attenzione si concentra sul singolo intervento, sulla decisione presa per strada in pochi secondi. È giusto che sia così ma non basta. La responsabilità maggiore sta in alto ed è fatta di strategie politiche sicuritarie, di condizionamenti realizzati con piccoli o grandi privilegi, di mancate risposte a sollecitazioni che vengono anche dall’interno del corpo.

Il grande fratello d’Italia

Non c’è limite al peggio. Secondo un decreto legislativo predisposto dal Governo per armonizzare le leggi italiane alle disposizioni europee sull’uso dell’intelligenza artificiale, la polizia potrà usare i dati biometrici per identificare chi va in piazza anche nei giorni prima di una manifestazione. Intanto un progetto di legge di Fratelli d’Italia parifica all’associazione per delinquere ogni gruppo, anche non strutturato, costituito per commettere “reati di piazza”.

La morte di Abderrahim Fakir e la macchina dell’impunità

La morte di Abderrahim Fakir non è stata un incidente né una fatalità. Le indagini faranno il loro corso ma non occorrono accertamenti ulteriori per dimostrare l’ingiustificata brutalità dell’intervento di polizia e la colpevole inerzia degli astanti, documentate da decine di filmati. Intanto si muove la macchina dell’impunità propiziata dagli input del Governo e dall’introduzione dello scudo penale, una novità che sa di antico.

Quale polizia per uno Stato democratico?

Il ricordo di Genova e la morte assurda di Abderrahim Fakir hanno riacceso i riflettori sulla polizia, di cui è in corso una ristrutturazione conservatrice e militarista che la allontana dal modello della riforma del 1981. È una strada sbagliata ché l’efficacia del lavoro di polizia si fonda sulla fiducia dei cittadini e una polizia democratica si misura non da come tratta chi la applaude ma da come garantisce i diritti di chi la contesta.

Vivere, e morire, dalla parte “sbagliata”

C’è nel Paese una crescente abitudine al sopruso di chi si sente dalla parte giusta e non riconosce come persona chi sta dalla parte considerata sbagliata, che può essere oggetto di ogni vessazione. Si inquadrano in questo schema le vicende del gioielliere pistolero di Grinzane e della morte provocata di Abderrahim Fakir con relativi commenti. A fronte di ciò anche le voci di chi s’indigna risultano deboli e timorose.

Genova, la nostra storia

Ci sono eventi che segnano le vite delle donne, degli uomini e di un intero Paese. Per la mia generazione il riferimento naturale è la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Poco più di trent’anni dopo, i fatti di Genova del 19-22 luglio 2001 hanno di nuovo segnato un’epoca e le generazioni che la abitavano. Ripercorrere quegli eventi è necessario, non solo per ricordare ma anche per andare avanti.

Al G8 di Genova non avevo ancora tre anni…

Nel luglio 2001 non avevo ancora tre anni. Mesi dopo, andando all’asilo, ho chiesto alla mamma di attraversare il marciapiede per non passare davanti a un commissariato di polizia. Così Genova – conosciuta attraverso i racconti dei miei genitori – mi ha segnata, offrendomi, poi, lenti di comprensione del conflitto sociale e della sua repressione. Ma per chi non ha avuto racconti diretti i fatti di Genova sono, spesso, sconosciuti.

Guida di autodifesa contro la repressione

“Guidelines for Defenders – Guida essenziale di autodifesa contro la repressione” è un vademecum rivolto ad attiviste e attivisti con indicazioni per affrontare manifestazioni, controlli di polizia, perquisizioni, accompagnamenti in questura, misure preventive e procedimenti amministrativi e per documentare eventuali abusi nonché informazioni utili sui principali dispositivi repressivi oggi utilizzati contro i movimenti sociali.