Questo 25 aprile

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Questo 25 aprile, questa festa della Liberazione, non è come tutte le altre.

Non giriamoci attorno: festeggiamo la Liberazione senza libertà.

Dobbiamo essere molto grati all’ANPI e a tutti coloro che hanno organizzato le piazze virtuali in cui provare ad essere, nonostante tutto, collettività. Ma il punto non è tanto l’impossibilità di scendere oggi fisicamente in piazza. Il punto è cosa resterà, domani, del progetto della Costituzione: che è tutto quello che ci lascia in eredità il 25 aprile.

Mai come oggi abbiamo bisogno di liberazione. Ha scritto Hannah Arendt: «La liberazione (i cui frutti sono assenza di costrizione e possesso della “facoltà di movimento”) è effettivamente un presupposto alla libertà». Sì, abbiamo bisogno di muoverci. Non ne possiamo più di questo stato di polizia. Ma la libertà che stiamo rischiando di perdere non è quella di andare al parco o al mare: questa piccola (anche se vitale) libertà è segno e anticipo di una libertà più grande: la Libertà.

Nel progetto della nostra Costituzione – che oggi appare ancora più rivoluzionario di settantacinque anni fa: per quanto indietro siamo andati – la liberazione dal bisogno e la liberazione dall’ignoranza sono le condizioni essenziali per la libertà di un popolo capace di esercitare la propria sovranità.

Ebbene, come usciremo da questa crisi senza precedenti?

Lo sappiamo: potremmo uscirne migliori. Il pianeta in questi due mesi ha respirato, senza di noi. Potremmo capire, e cambiare. O potremmo tornare a quella corsa verso la morte che chiamavamo “normalità”. Potremmo uscirne finalmente consapevoli che oggi non siamo ostaggi di una Natura matrigna, ma della nostra scellerata sete di profitti privati, della nostra distruzione del bene comune. Se non avessimo smantellato il diritto alla salute, la ricerca, i meccanismi della democrazia parlamentare oggi potremmo sostenere l’urto della pandemia nelle corsie, potremmo combatterla meglio e più velocemente, potremmo prendere democraticamente decisioni che incidono drammaticamente sulla democrazia. Potremmo ricostruire lo Stato: con quel progetto, così giovane e rivoluzionario, che prese il via esattamente settantacinque primavere fa.

E invece non è stato così. E rischiamo di uscirne molto, ma molto peggiori. Ancora più schiavi del bisogno. Legati con una catena che forse nemmeno i nostri nipoti potranno veder spezzata. I ricchi più ricchi: i poveri più poveri. Poveri schiacciati da un debito che renderà il TINA (There Is No Alternative) un dogma letteralmente tombale. Ancora più schiavi dell’ignoranza. Masse di minori da tenere all’oscuro: le decisioni concentrate in pochissime mani per ragioni di “sicurezza” mondiale. Il disprezzo per la scuola e l’università evidente in questi giorni è un segno chiaro: alla società del consenso non serve la conoscenza.

Oggi festeggiamo la sconfitta dei fascisti: con cui nessuna pace è possibile mai. Ricordiamocelo: i «ragazzi di Salò» avrebbero costruito un inferno sulla terra, sotto le bandiere con la svastica. Ora i loro eredi, i nuovi fascisti, sembrano oscurati dalla pandemia. Il loro consenso sembra calato. Ma è una illusione ottica: sono sempre lì, ad aspettare come sciacalli nell’ombra. Se ne usciremo peggiori – più ingiusti e diseguali, più schiavi del bisogno, più ignoranti – i nuovi fascisti guadagneranno terreno, torneranno al governo anche da noi. C’è un’alleanza di fatto tra gli artefici dell’ingiustizia sociale e i nuovi fascisti: l’avidità ottusa dei primi, porta al potere i secondi, che garantiranno comunque i profitti dei primi.

Oggi, 25 aprile, esce un libro magnifico (lo si può scaricare da qua, per 2 euro e 99: http://www.castelvecchieditore.com/prodotto/mio-babbo-partigiano/). Racconta, con tutta l’amore e l’intelligenza di un figlio, la storia di un padre: partigiano e poi sindaco. Una vita luminosa: il meglio della storia che oggi celebriamo. Regalatevelo, e leggetelo oggi: è davvero un gran modo per festeggiare. Tra le tante pagine da ricordare, una ne voglio leggere con voi:

«Gli avversari politici lo stimavano, per la sua mitezza, per la sua capacità di ascoltare le ragioni degli altri, ma la sua mitezza si nutriva di un sogno più grande, quello di un mondo in cui tutti gli uomini della terra sarebbero stati fratelli, e la miseria e la fame sarebbero sparite dalla vita degli uomini. La bellezza di questa doppiezza l’aveva sperimentata in montagna, quando da commissario politico doveva dare ragione del perché combattevano ai giovani sbandati che erano accorsi nella primavera del 1944 a ingrossare il piccolo nucleo di antifascisti di lunga durata già saliti l’anno prima sulle colline sopra Sarzana. Giovani stretti tra le spinte dell’avventura e della paura, a cui bisognava insegnare a vivere e a combattere immaginando un futuro diverso, necessariamente più grande e più bello del mondo che si erano lasciati alle spalle, e che dovevano avere chiare le ragioni per cui si poteva morire. Nessuno doveva morire senza sapere il perché. E il perché lui lo nutriva dei libri letti in galera, delle discussioni con cui lui e i suoi amici rompevano i muri in cui erano rinchiusi. Il comunismo, un mondo di uguali, la disciplina, anche dura, per conquistare un mondo senza più costrizioni. E l’uguaglianza praticata fino a dividere in dieci una banana chissà come piovuta sulla fame di quegli uomini alla macchia. E poi, insieme, la necessità di un rapporto fraterno con i partigiani diversi da loro. […] Ancora diversi, e ancora fratelli. E io ragazzo capivo e sentivo come davvero la Costituzione fosse figlia della Resistenza. La contraddizione di fondo tra i partigiani non passava fra le diverse ideologie, ma fra quelli che mettevano al primo posto la guerra da fare, i nemici da uccidere, e misuravano il valore dei capi solo sulle loro doti guerriere, e quelli che cercavano la stima e il rispetto delle donne e degli uomini, dei bambini e dei vecchi, che in montagna vivevano e lavoravano e subivano le conseguenze terribili di quella guerra. Fra chi pensava che suo compito fondamentale fosse far fuori quanti più fascisti e tedeschi fosse possibile, e per cui i boschi erano un luogo di nascondiglio da cui la lotta partiva, e quanti pensavano che del mondo nuovo da costruire quella gente che nei boschi trovava ogni giorno il modo di vivere, che li amava e li rispettava, dovesse essere la parte che conta».

Ecco, di questa distinzione non dobbiamo dimenticarci mai. In ogni cosa, in ogni politica, in ogni situazione – dalla guerra partigiana di liberazione all’ordinaria amministrazione all’emergenza della pandemia – dobbiamo scegliere da che parte stare. Stare dalla parte della Liberazione vuol dire pensare che mai, per nessuna buona ragione, si possono sacrificare le ragioni di «quella gente»: dei più poveri, dei più fragili, dei più deboli, dei più vecchi e malati, delle più umiliate tra le donne, dei più colpevoli tra i carcerati, dei più diseredati tra i migranti.

La democrazia che i nostri padri ci hanno conquistato a prezzo del loro sangue è questo: costruire un’Italia, un’Europa, un mondo dove non governano i ricchi per i ricchi, ma dove è «quella gente» la parte che conta.

Viva la Liberazione, viva la Costituzione!

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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