Le primarie impraticabili e la possibile via d’uscita

Se la riforma elettorale in discussione diventerà legge, la prima conseguenza sarà che le coalizioni dovranno scegliere il candidato premier prima dell’esito elettorale. Per il campo largo le primarie sarebbero un suicidio. Ma una via d’uscita esiste, coerente con l’obiettivo fondamentale di difendere la Costituzione: affidare la leadership a Enrico Grosso, protagonista della vittoria dei No al referendum.

Meglio le primarie che gli ottimati

“No, le primarie no!” è il grido stentoreo che si leva dalle pagine di “Repubblica”. Verrebbe voglia di essere d’accordo, avendo sempre guardato con diffidenza a questo strumento plebiscitario, quasi cesaristico, che sancisce la morte definitiva dei partiti politici. Ma, nonostante ritrosie e perplessità, non c’è alternativa. O Conte o Schlein: tertium non datur. E, dunque, si vada alle primarie e si decida prima che sia troppo tardi!

Citare a vanvera la Carta per piegarla alla guerra

Le parole della segretaria dei Giovani democratici («Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi. Perché noi organizzeremo i disertori») hanno provocato, da più parti, reazioni inconsulte e improbabili lezioni di diritto costituzionale. In realtà nessuna disposizione costituzionale legittima la guerra. Non l’articolo 52 e, men che meno, l’articolo 11.

Aria di golpe parlamentare e di partito unico

La legge elettorale approvata al Senato è un golpe parlamentare. Costruita su misura del centrodestra, con la previsione di un premio di maggioranza comune solo a Grecia e a San Marino, essa persegue un cambio di regime e, addirittura, l’attribuzione di tutto il potere a un unico partito. Può darsi che ciò non si realizzi ma occorre attrezzarsi per fare delle prossime elezioni, di nuovo, un referendum sul modello costituzionale.

Rendere la scuola della Costituzione il futuro della scuola

Negli ultimi decenni i provvedimenti per la scuola sono stati eterogenei e finalizzati a renderla funzionale al mercato del lavoro. È una linea da ribaltare. Una scuola che rinuncia a fornire una formazione culturale alta per tutti fa un passo indietro nello sviluppo di una società democratica. Quel che occorre fare è non diminuire la durata dei cicli di studio e prevedere percorsi di formazione professionale solo dopo i 16 anni.

Nuove frontiere della repressione, fogli di via, giudici

Hai contestato pacificamente un comizio di Matteo Salvini? Sei pericoloso e non potrai tornare per tre anni sul “luogo del delitto”. I fogli di via sono sempre più la nuova frontiera della repressione. Per fortuna c’è, qualche volta, un giudice. Così il Tar Toscana annulla il provvedimento chiarendo che la sicurezza è la tutela dei diritti fondamentali di tutti e non la docile e acritica adesione ai desiderata di chi governa.

Contro l’afasia del presente: il pensiero di Elvio Fassone

Elvio Fassone se ne andato venti giorni fa. Ricordarlo in maniera adeguata significa riattivarne il pensiero politico: dalla critica della post-democrazia alla centralità del lavoro, dei migranti, del carcere e della pena, fino alla necessità di uscire dall’afasia politica del presente e di riprendere in mano il progetto di un mondo finalmente misurato sulla Costituzione nata dalla Liberazione.

Meloni al Quirinale, dove sta il tabù

Fra un anno (o forse meno) si vota e Giorgia Meloni gioca tutte le carte utili a motivare il suo elettorato. L’ultima è la rivendicazione del Quirinale per un esponente della destra neofascista (lei stessa o, magari, Ignazio Benito La Russa, il presidente del Senato collezionista di busti di Mussolini). Quel che persegue Meloni, peraltro, non è una semplice alternanza ma la riabilitazione del neo-fascismo in una democrazia de-costituzionalizzata.

Ci vuole un Comitato di Liberazione Nazionale

Il nostro assetto costituzionale è in pericolo e non sopravviverebbe a una vittoria della destra nelle prossime elezioni. L’entità della sfida richiede, come nella Resistenza, la costruzione di un Comitato di Liberazione Nazionale. Non a qualunque costo, peraltro, ma con un forte rinnovamento e un profondo ripensamento delle politiche perseguite inseguendo destra e liberismo e della posizione nei confronti della guerra.

Diritto di voto e percorsi di emancipazione femminile

Il diritto delle donne di votare e di essere votate ha, nel nostro Paese, una data: il 2 giugno 1946. È una tappa fondamentale dell’emancipazione femminile. Ma, per raggiungere quel traguardo, le donne italiane avevano incontrato seri ostacoli e combattuto molte impegnative battaglie. E altri ostacoli sono emersi anche dopo la Costituzione e sono tuttora presenti. Ad alcuni aspetti di questo percorso è dedicata la TALPA qui proposta.