Non diffamiamo il Far West

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Ogni volta che si discute di allargare i confini della legittima difesa, arriva puntuale l’evocazione: “Vogliamo diventare come il Far West?”. Dopo la condanna definitiva di Mario Roggero – 14 anni e 9 mesi per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto alla sua gioielleria di Gallo di Grinzane – l’espressione è tornata a circolare come ammonimento severo. C’è però un problema: l’accusa è ingiusta. Non verso chi la pronuncia, ma verso il Far West.

Persino nel Far West immaginato dal cinema si poteva uccidere senza conseguenze solo a una condizione: che l’altro avesse “estratto per primo”. Sparare alle spalle, contro un uomo disarmato o contro chi non rappresentava più un pericolo non era difesa, ma vigliaccheria; e, almeno nella morale del mito, poteva portare alla forca. Ma quella era, appunto, una costruzione cinematografica. Il West reale era ancora meno permissivo: nelle città di frontiera più organizzate non vigeva affatto il diritto assoluto della Colt. Al contrario, molti centri imponevano limiti severi al porto d’armi entro i confini urbani: Dodge City, Tombstone, Abilene, Deadwood non erano paradisi dell’armamento libero, ma comunità che cercavano, con mezzi spesso rudimentali, di impedire che la lite privata diventasse ordine pubblico. Lo Smithsonian Institution, uno dei principali complessi museali e di ricerca degli Stati Uniti, ha ricordato in un suo contributo storico-divulgativo che molte città della frontiera vietavano il porto di armi pericolose entro i confini urbani, salvo che per gli ufficiali di legge. Basta guardare ai grandi miti del West: appena li si libera dalla leggenda, li si ritrova davanti a un giudice. Wild Bill Hickok, dopo aver ucciso Davis Tutt a Springfield nel 1865, fu arrestato e processato; l’assoluzione arrivò perché la giuria accolse la tesi della legittima difesa. Wyatt Earp, Virgil Earp e Doc Holliday, dopo la sparatoria all’OK Corral, non vennero accompagnati direttamente nel pantheon degli eroi, ma trascinati in un procedimento per omicidio: fu il giudice Wells Spicer, all’esito dell’udienza preliminare, a ritenere che non vi fossero prove sufficienti per mandarli a processo. Non era anarchia: era giustizia di frontiera, imperfetta quanto si vuole, ma pur sempre giustizia.

Ed è qui che il richiamo al West si ritorce contro chi, partendo dal caso Roggero, invoca un concetto più elastico di legittima difesa. Il punto giuridico, infatti, non è se una vittima di rapina possa difendersi: certamente può. Il punto è quando la difesa cessa di essere difesa e diventa reazione punitiva. Sparare durante l’aggressione è una cosa; inseguire chi fugge e colpirlo quando il pericolo immediato è cessato è un’altra. È esattamente la distinzione che anche il West reale, al netto della polvere e della retorica, cercava di preservare: la differenza tra difesa e vendetta, tra pericolo attuale e resa dei conti, tra ordine pubblico e giustizia privata. Un tribunale territoriale dell’Ottocento non avrebbe necessariamente trattato con indulgenza chi, finita l’aggressione, avesse inseguito i responsabili per strada sparando. Anzi: in molte giurisdizioni dell’epoca, una condanna per omicidio poteva significare la forca. Non perché il West fosse più civile del nostro tempo, ma perché persino lì l’uccisione del nemico in fuga non era automaticamente nobilitata come legittima difesa.

La vera vergogna del West, infatti, non fu la legittima difesa. Fu il linciaggio: la giustizia sommaria di folle che prelevavano l’imputato dal carcere o lo impiccavano prima del processo. Era la patologia di un territorio non ancora coperto dallo Stato – e contro di essa sceriffi e giudici si batterono, non di rado a costo della vita, come racconta il film Impiccalo più in alto con Clint Eastwood. È una tentazione che, in forme diverse, non è del tutto scomparsa: riemerge ogni volta che l’opinione pubblica pretende di sostituirsi al giudice, decidendo in anticipo chi sia certamente colpevole o certamente innocente, e reclamandone la condanna o l’assoluzione a furor di popolo. Quella sì era – e resta – la negazione del diritto. Non l’eccesso di libertà individuale, ma l’assenza di istituzioni capaci di imporre il processo al posto della vendetta. Il West diventa davvero selvaggio non quando un cittadino si difende da un’aggressione attuale, ma quando la comunità decide che il processo è una perdita di tempo e che la corda può sostituire il giudice.

Per questo il paragone andrebbe rovesciato. Il Far West non era il luogo dove tutto era permesso; era il luogo in cui una società ancora fragile cercava faticosamente di separare la violenza legittima dalla vendetta privata. E la condanna di Roggero si fonda esattamente su questa distinzione: non si punisce la difesa, si punisce ciò che, secondo i giudici, difesa non era più. Voler eliminare questa differenza non significa tornare al Far West, ma a qualcosa di più antico e più pericoloso: alla logica della faida, della vendetta privata, propria di molti diritti germanico-barbarici, poi progressivamente limitata dalla composizione pecuniaria, dal guidrigildo, e infine dall’affermazione della giustizia pubblica. La civiltà giuridica comincia esattamente qui: quando la vendetta viene sottratta alla parte offesa e consegnata a un giudice.

Chi usa il Far West come insulto contro chi sogna una legittima difesa senza limiti dovrebbe forse studiarlo meglio. Rischierebbe di scoprire che il West vero era meno caricaturale del suo fantasma televisivo; che le sue città vietavano spesso le armi più dei talk show italiani; che i suoi pistoleri finivano davanti a un giudice; e che, quando la difesa diventava vendetta, anche laggiù poteva comparire all’orizzonte l’ombra della forca. Non diffamiamo il Far West, dunque. Aveva molti peccati, e non piccoli. Ma almeno non aveva ancora inventato questa ipocrisia tutta contemporanea: chiamare “giustizia” la vendetta privata e “debolezza dello Stato” il fatto che un uomo non possa inseguire chi fugge per sostituire, con una pistola, il processo penale.

Gli autori

Francesco Coniglione

Francesco Coniglione, nato a Catania nel 1949, è stato professore ordinario di Storia della filosofia all’Università di Catania e Presidente della Società Filosofica Italiana (2017-2019), membro del Consiglio scientifico dell’Accademia Polacca delle Scienze di Varsavia (2015-2022), nonché Research Fellow al Social Science Research Center della Mississippi State University (USA). Si è interessato di storia della filosofia scientifica, con speciale riguardo per la scuola polacca, e ha anche condotto una ricerca sulla società della conoscenza all’interno del 7° Programma Quadro dell’EU (Through The Mirrors of Science, New Challenges for Knowledge-Based Societies, Ontos Verlag, Heusenstamm 2010). Tra le sue più recenti pubblicazioni v’è l’edizione italiana dei saggi dell’epistemologo polacco Ludwik Fleck ("Stili di pensiero. La conoscenza scientifica come creazione sociale", Mimesis, Milano-Udine 2019), nonché i due volumi che esplorano il significato umano dell’itinerario spirituale di san Francesco d’Assisi ("L’uomo venuto da un altro mondo. Francesco d’Assisi", Bonanno Editore, Acireale-Roma 2022; "La perfetta Letizia. L’itinerario spirituale di Francesco d’Assisi", Tipheret, Acireale-Roma 2023). Ha recentemente pubblicato un’ampia ricostruzione del dibattito filosofico sulla scienza dal secondo dopoguerra a oggi ("Lontano da Popper. L’epistemologia post-positivista e le metamorfosi della razionalità scientifica", ETS, Pisa 2025).

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