La lingua biforcuta della guerra

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Lingua biforcuta

Finalmente alcune verità da qualcuno di noi ripetute fin dall’inizio di questa maledetta guerra ma a lungo segregate dietro il muro di propaganda bellica, iniziano faticosamente a filtrare persino nei Palazzi della politica. E cioè che la pace (non più parola proibita) è desiderabile hic et nunc e da perseguire come obiettivo prioritario sul terreno della diplomazia. Che la guerra, tanto più quando si trasforma in “guerra d’attrito” come sta avvenendo, fa male a entrambi i contendenti e andrebbe fermata quanto prima. Che fa male anche, e in misura crescente, all’Europa, la quale non ha gli stessi interessi degli Stati Uniti, che quella guerra vorrebbero prolungarla, ma al contrario ne paga pesantemente il prezzo, in termini economici, politici e geopolitici, come ha fatto capire esplicitamente Macron e più timidamente (molto più timidamente) Draghi. E poi quello che sanno tutti fin dall’inizio ma non si poteva neppure accennare, e cioè che la tragedia ucraina potrebbe – anzi dovrebbe – essere fermata attraverso un colloquio diretto tra Biden e Putin (la fatidica telefonata evocata o invocata da Draghi) perché si tratta in realtà, dietro la velleità neocoloniale della Russia, di un confronto “di potenza”, o “tra potenze” che va oltre l’Ucraina. E che è tanto più pericoloso in quanto si tratta di potenze deboli, in declino (una già declinata, la Russia, l’altra declinante, gli USA), atterrite dal rischio dell’impotenza e per questo incapaci di cedere qualcosa (quel di più di concessione all’altro per permettergli una via d’uscita nel compromesso). Verità che i nostri media hanno dovuto mediare attraverso la citazione delle parole di Chomsky (in occasione della recente pubblicazione del suo Perché l’Ucraina), perché l’avevano negata disperatamente negli oltre settanta giorni passati, ma che appare sempre più difficile da nascondere.

Lingua biforcuta

Sono verità sfigurate dall’ambiguità. Segnate dall’ambivalenza, come accade in tempi di decadenza. A cominciare da quelle tre parole, pronunciate dal segretario alla Difesa americano Lloyd Austin al termine del colloquio di un’ora col suo parigrado russo Sergey Shoigu, e oggi unico piolo a cui appendere le residue speranze di tregua nel massacro: “Cessate il fuoco”. Che in italiano suona insieme come sostantivo (uno stato di fatto auspicato) e come voce verbale, un imperativo presente, indirizzato a chi? All’interlocutore diretto russo, Shoigu e dietro a lui Putin, che suonerebbe come minaccia da Signore a subalterno? All’alleato ucraino Zelensky, come intimazione a rispettare un limite che la comunità internazionale non è disposta a lasciar spostare all’infinito, fino al bordo dell’abisso? A entrambi, sapendo tuttavia che nessuno dei due è nella condizione di cedere neppure un millimetro all’altro, pena la proclamazione di una sconfitta senza rimedio. Non Putin, che dopo il prezzo imposto al proprio Paese con la guerra, ovvero lanciando il sasso e provocando il bagno di sangue che abbiamo sotto gli occhi, non può ritirare la mano (magari restituendo anche la Crimea). Ma nemmeno Zelensky, che dopo le montagne di retorica nazionalista con cui è stato alimentato dall’intero Occidente a reti unificate, rischierebbe di essere travolto da quella stessa ondata se solo si arrischiasse a negoziare una “vittoria mutilata”, probabilmente da parte di quelle stesse milizie armate fino ai denti delle nostre armi (già se ne avvertono i primi, minacciosi segnali, nei brontolii provenienti dalle viscere dell’Azovstal). Così quella voce che viene dal cuore dell’amministrazione americana resta doppia, lingua biforcuta, contraddetta d’altra parte dai fatti, che parlano di altri 40 miliardi di dollari in aiuti e soprattutto in armi a chi dovrebbe cessare il fuoco, affermando una compattezza tra le due sponde dell’Atlantico che non c’è.

Così come lingua biforcuta appare quella del Presidente del Consiglio italiano, che da una parte afferma che “le persone pensano che cosa possiamo fare per portare la pace“ (e a ognuno viene in mente, finalmente, la diplomazia vivaddio!) ma poi, dall’altra, emana un ennesimo decreto extraparlamentare per spedire sul campo di battaglia nuove “armi pesanti” (sic!). E ci chiede di credergli sulla parola quando dice che nel colloquio col leader massimo del nostro Occidente ha perorato la causa urgente della trattativa ed è stato ascoltato, ma lo dice da solo, nella conferenza stampa all’ambasciata italiana  (nemmeno un briefing congiunto gli è stato concesso) mentre nel comunicato finale di tutto ciò non vi è traccia, e si parla solo di come il “nostro” abbia contribuito a unire Europa e Stati Uniti all’ombra della NATO in un tripudio di amorosi sensi. Abbiamo così la misura di quanto utile alla causa della nostra democrazia, anzi necessario, sarebbe stato un passaggio parlamentare che affidasse al nostro capo del governo un messaggio chiaro, non equivoco, autorevole per la fonte di provenienza, da consegnare all’alleato reticente. Qualcosa di finalmente trasparente, in questo appiccicoso clima di opacità che avvolge la scena romana, dove un uomo solo, totalmente incompetente di questioni strategiche e in senso proprio politiche, decide per tutti. E per la sorte di ognuno di noi.

Tutto questo avviene, d’altra parte – e ci dice quanto tragico sia ciò che avviene – nel pieno di un travolgente processo di decostruzione di tutti i dispositivi di intermediazione e di garanzia contro i rischi di una perdita di controllo dei conflitti pazientemente costruiti nei decenni della guerra fredda, per impedire che essa diventasse “calda”. Canali sottili, telefoni rossi, “zone cuscinetto”, accordi macroregionali di dosaggio degli armamenti, fasce di neutralità, a cominciare da quei Paesi simbolo come la Svezia e la Finlandia. Attenta elaborazione diplomatico-istituzionale di un’architettura complessa a supporto della sopravvivenza del pianeta, per neutralizzare la terrificante potenza distruttiva delle armi (atomiche) e le ricorrenti folate di pazzia degli uomini. Tela paziente e delicata, tessuta da uomini che non erano certo filantropi o idealisti, anzi fior di realisti spesso cinici e reazionari (si chiamavano Henry Kissinger, Robert McNamara, quello contro cui i giovani di tutto il mondo protestavano ai tempi del Viet Nam, George Kennan, William Burns, capo della CIA, John Mearsheimer, caposcuola del realismo politico nel campo delle relazioni internazionali); ma si preoccupavano che la guerra fredda che stavano combattendo non si trasformasse in guerra calda, distruggendo l’umanità, se non altro per il piccolo particolare che a quell’umanità partecipavano anche loro. E usavano la propria intelligenza per prevenire i pericoli, anziché considerarli opportunità, elaborando reticoli istituzionali capaci di contenere l’onda d’urto delle reciproche volontà di potenza.

Tutto questo in pochi anni, poi in pochi mesi, infine in poche settimane è stato lacerato, con una furia impressionante e un cupio dissolvi incomprensibile, fino a oggi, a quest’ultimo passaggio con la corsa degli ultimi due Paesi neutrali sotto l’ombrello della NATO. Autogol di Putin, certo, che ha lavorato alla propria peggior condizione. Ma pessima notizia per chiunque trepidi per la sorte del pianeta, con la possibile rinuclearizzazione di quel residuo braccio di Mar Baltico rimasto fino a oggi “neutrale”. Svedesi e norvegesi si sentiranno più sicuri. Ma il mondo lo sarà sempre di meno.

Lingua biforcuta

Una versione più breve è stata pubblicata sul Manifesto del 15 maggio 2022 col titolo La lingua biforcuta della guerra

Gli autori

Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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3 Comments on “La lingua biforcuta della guerra”

  1. Riguardo a Paesi come Svezia e (soprattutto) Finlandia in ingresso nella NATO, a questo punto il problema vero non è la loro adesione. E’ semmai l’installazione di armamenti nucleari (o vettori a ciò adatti) in quei territori. E’ davvero impossibile mobilitarsi, almeno da quelle parti, affinchè non sia saponato il pendio verso quello specifico baratro? Quante paure russe evaporerebbero (liberando spiragli di pace) una volta che ai loro confini, davvero, la NATO avesse almeno la parvenza di un’alleanza difensiva anzichè minacciosa? Oppure, per paura di missili “convenzionali” ipersonici, si offre l’anima al diavolo nucleare (e alla strega della menzogna che più o meno segretamente lo adora)?

  2. Bravissimo Prof. Revelli, secondo il mio parere l’analisi è giusta.
    D’altra parte chi non ha un minimo di “palle” (scusate il termine), resta e resterà sempre al guinzaglio del potente Alleato.
    Quanto ci manca Pertini, si faceva rispettare. Le sue parole, mai banali, davano l’idea di una Nazione con un programma e sopratutto con una Costituzione da rispettare e far rispettare.

  3. ha volte davvero ho l impressione che molta gente sia sbarcata su questo pianeta il 24 febbraio scorso e che prima vivesse altrove, su marte o altrove, in ogni caso lontano dalla terra.

    altrimenti non si spiega come possano pretendere – e insistere – di spiegare quanto accade in ucraina solo a partire da cio che per loro é il big bang dell umanita, il 24 febbraio, data dell invasione russa. prima di tale data
    il mondo, la storia, i conflitti, i trattati, le minoranze etniche, non esistevano per loro, evidentemente.

    eppure, sono quasi 10 anni che una superpotenza sta armando massicciamente l esercito ucraino, a quel tempo in pace. roba da 40 miliardi (non milioni) di dollari di armi.
    una quantita impressionante di armamenti che é oggettivamente difficile non notare. la russia l ha notato eccome, anche per questo ha reagito…

    ci sara un motivo e soprattutto un fine se una superpotenza arma in quantita impressionante un paese
    molto povero, senza petrolio o altre risorse strategiche, che confina con una superportenza, guardacaso nemica storica del “disinteressato” fornitore di armi.

    certo, se invece la storia dell umanita inizia solo il 24 febbrario, tutto cio che é successo prima non esiste,
    l aggressore é la russia, gli usa non c entrano nulla, sono arrivati dopo in aiuto di un paese in difficolta che ha subito una brutale aggressione e rivendica il diritto di allearsi con i buoni…

    tutto dipende da quando inizia la storia.

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