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E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

Contenuti:

I buchi neri nel nostro futuro

La Corte dei Conti Europea ha bocciato il TAV Torino-Lione su tutti i fronti: i tempi di attuazione, i flussi di traffico, l’impatto ambientale. E tuttavia il “paradigma” prevalente fondato sull’identificazione “Grandi Opere- Sviluppo-Progresso” resiste e ritorna in Europa come in Italia. Se non lo si respinge con fermezza, il nostro futuro sarà irrimediabilmente compromesso.

Conte e il fantasma del ponte

Ritorna il fantasma del Ponte sullo Stretto: un’opera costosissima, inutile e dannosa come il TAV in Val di Susa. Un cenno di Giuseppe Conte l’ha riesumato e subito i soliti spolpatori del bene pubblico ci si sono buttati, da Confindustria a Matteo Renzi passando per Berlusconi. Cancelliamolo subito: altrimenti il post-Covid ne sarebbe ipotecato gravemente.

Nemesi e cura del mondo

“Niente di questo mondo ci risulta indifferente”. È una frase della Laudato si’ di Papa Francesco. E il titolo di uno straordinario libro che aiuta a leggere la tragedia della pandemia nel quadro di un mondo già malato, offrendoci gli strumenti per iniziare un percorso di risalita radicalmente altro dal passato. Alla totalità della malattia deve rispondere la totalità della cura.

Contro l’estetica della morte

L’estetica della morte è parte integrante della “disperazione culturale” tipicamente fascista. Dà forma alla sua distinzione tra Signori e gente comune. Ora quell’ombra la vediano profilarsi di nuovo, sotto il velo luttuoso dell’epidemia coronavirus, nei comportamenti dei nuovi aspiranti Signori. Costruire la comunità dei fragili per la vita è un buon antidoto.

Le voci del padrone

Mentre l’Italia affronta con responsabilità la Fase2, Confindustria e imprenditori muovono all’assalto del Governo all’insegna del “Vogliamo tutto”. E’ una forma di egoismo radicale, camuffato da istanza libertaria, che nel disinteresse delle ricadute sulla salute collettiva, pretende di fare della libertà dei forti di farsi i fatti propri il principio della società che viene.

Oh partigiano, portali via!

Tante e tanti, in questo 25 aprile di confinamento, a riempire la piazza virtuale: centinaia di migliaia, milioni secondo “Avvenire”. E’ un’Italia che resiste a chi vorrebbe che tutto restasse come prima, che si ripartisse da dove eravamo restati. E’ il conflitto che ci contrapporrà ai fautori di un Governissimo che riflette gli umori dei nemici del 25 aprile.

Niente DOVRA’ ESSERE più come prima

Non è vero che “niente sarà più come prima”. Sarà “come prima”, forse “più di prima”: più ingiustizia, più stupidità di chi comanda, più gestione dissennata delle risorse, se non sapremo alzare la voce per dire che cambiare si deve. In troppi sono già al lavoro perché niente cambi: aziende che scalpitano per riaprire, SI TAV per rilanciare tutto, demagoghi in pista.

Draghi, lupi, faine e sciacalli

L’articolo di Mario Draghi sul Financial Times segna davvero una svolta dall’ultra-liberismo al keynesisimo? E’ lecito nutrire dei dubbi. Appare più una riconversione del vecchio paradigma in tempi difficili: ancora una volta un modo per ribadire la centralità del “privato” socializzando i costi dopo aver privatizzato i benefici.

Preparare il “dopo-virus”

I sacrosanti scioperi nelle fabbriche oggi sono un “segnale di vita”: ci aiutano a immaginare un “dopo-virus” non consegnato a una biopolitica personalizzata e dispotica. Quando tutto questo sarà finito dovremo difenderci dalle scorie che l’emergenza avrà lasciato, e sarà da chi ha mantenuto un’autnomia di risposta che si potrà ricominciare.

Virus – La classe operaia all’inferno

Vorrà pur dire qualcosa se mentre tutti sono costretti a “restare a casa”, gli unici a dover “uscire” sono i lavoratori. Quelli che l’ideologia dominante aveva considerato un residuo del passato e che l’epidemia pone invece al centro della società. Come una cartina al tornasole il virus rivela il necessario rovesciamento di tutte le gerarchie sociali.