La scuola, il Covid, il green pass

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Amhed (nome di fantasia) ha 13 anni, frequenta la seconda media in una scuola piemontese. È arrivato qui alla fine dell’altr’anno con la famiglia, dall’Afghanistan, dopo un viaggio rocambolesco attraverso mezza Europa, ed è oggi ospite di una comunità di accoglienza, nell’attesa di risposta alla domanda di asilo politico. L’inserimento nella nuova scuola non è stato facile. Silenzioso, testa bassa, sguardo sfuggente, Ahmed sembra vivere in un mondo a parte. Il problema non è solo la barriera linguistica (che una mediatrice culturale tenta di aiutarlo a superare, affiancandolo per due ore alla settimana). È il muro invisibile che continua a dividerlo dai professori, dai compagni. Nell’intervallo rimane in un angolo, isolato. Solo quando nel cortile della scuola fa la sua comparsa un pallone clandestino (le attività sportive di gruppo sarebbero vietate, in tempi di covid), qualcosa si scioglie, nei muscoli e negli occhi, attraversati da un guizzo. E torna a sembrare il tredicenne che è.

Di tutto avrebbe bisogno Ahmed, oggi, meno che di rimanere forzatamente confinato a casa. Eppure è quello che sta accadendo, perché non è vaccinato, la sua famiglia non ha la macchina e per salire sull’autobus, dal 6 dicembre, serve il green pass. Anche a lui si riferisce l’appello delle Rete nazionale scuole in presenza, che chiede al Governo di esentare dall’obbligo di green pass gli studenti che vanno a scuola servendosi dei mezzi del trasporto pubblico locale. «Tale provvedimento – scrivono gli estensori del documento – per le famiglie italiane [ma non solo per loro], che in piena legalità hanno aspettato a vaccinare i propri figli minori in attesa di evidenze scientifiche più esaustive, è a tutti gli effetti una grave violazione del principio costituzionale del diritto all’istruzione, in quanto priva gli studenti non vaccinati dal diritto di andare a scuola utilizzando i mezzi pubblici». L’appello prosegue rimarcando l’importanza del servizio di trasporto pubblico, «che non può essere sostituito da quello “in proprio” interamente a carico delle famiglie», che oltretutto a questo punto dell’anno hanno già pagato abbonamenti annuali a treni, autobus, metropolitane. E sottolinea il rischio che ad essere discriminate siano le famiglie più disagiate, «le stesse al cui interno si verificano casi di abbandono o di prolungate assenze». Famiglie non in grado di sobbarcarsi i costi di continui tamponi, in alternativa a una vaccinazione che continua a non essere obbligatoria. Analoghe preoccupazioni esprime un altro appello, elaborato da “Famiglie senz’auto”, che parla di un «provvedimento classista e discriminatorio anche verso i migranti vaccinati con vaccini non occidentali, non riconosciuti e quindi senza Green pass».

Che dire? Si potrebbe sostenere che di fronte alla crescita delle infezioni, agli ospedali che tornano a riempirsi, al rischio di nuove chiusure (e di ritorno alla Dad nelle scuole) l’imperativo è uno solo: vaccinare, vaccinare, vaccinare! Come ci viene ripetuto in modo martellante tutti i giorni, a tutte le ore, su tutti i media (dimenticando di ricordare che se non rendiamo disponibili i vaccini al resto del mondo, trasferendo conoscenze e tecnologie oggi coperte da brevetti, non usciremo comunque dalla pandemia). Vaccinare e indurre il maggior numero di persone possibile a vaccinarsi, anche ricorrendo a strumenti di pressione indiretti come il famigerato green pass. E tuttavia i due appelli sollevano alcuni problemi reali: le discriminazioni ai danni di chi ha fatto un vaccino diverso da quelli autorizzati nel nostro Paese; il rischio di una crescita della dispersione scolastica in contesti di forte marginalità e disagio sociale, dove l’ignoranza sui vaccini va di pari passo con la sfiducia nei confronti dell’istituzione scolastica, e delle istituzioni in genere. Un aspetto di cui tenere conto, nel momento in cui si ipotizza di rendere obbligatorio il green pass non solo per i mezzi di trasporto, ma per la stessa frequenza scolastica.  

Ma questi appelli offrono l’occasione anche per una riflessione più generale. Con la pandemia si era aperto un dibattito sulle condizioni di abbandono in cui è stata lasciata a lungo la scuola pubblica: eccessiva numerosità delle classi, sovraccarico di lavoro degli insegnanti, spazi angusti e privi di impianti di aerazione, assenza di efficaci sistemi di tracciamento in caso di contagio, affollamento sui mezzi di trasporto. Di tutto ciò oggi non si parla quasi più, e non perché questi problemi siano stati risolti. La scoperta dei vaccini ha congelato qualsiasi riflessione sugli altri strumenti, complementari ai vaccini, per far fronte alle pandemie – le prossime, non solo quella che stiamo ora affrontando – e per garantire una scuola di qualità, in grado di accogliere e seguire anche chi è più in difficoltà.

Ahmed di giorni di scuola non può permettersi di perderne neanche uno. Ed ecco gli insegnanti, tra un collegio in presenza e defatiganti colloqui con i genitori a distanza, organizzare i turni per offrirgli un passaggio in macchina, fino a quando non otterrà l’agognato green pass. Di qualche ora in più della mediatrice culturale, di cui avrebbe disperato bisogno per rimettersi al pari con i compagni, invece, non se ne parla. Niente di nuovo sul fronte della scuola, viene da commentare.   

In homepage riproduzione di Antonio Mancini, 1865

Gli autori

Valentina Pazé

Valentina Pazé insegna Filosofia politica presso l’Università di Torino. Si occupa, in una prospettiva teorica e storica, di comunitarismo, multiculturalismo, teorie dei diritti e della democrazia. Tra le sue pubblicazioni: In nome del popolo. Il potere democratico (Laterza, 2011) e Cittadini senza politica. Politica senza cittadini (Edizioni Gruppo Abele, 2016)

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