Carcere e pandemia

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La situazione delle carceri in Italia vive un momento drammatico: al sovraffollamento cronico si associa, ora, il rischio pandemico a causa del diffondersi scarsamente controllato del Covid-19.

Le ultime notizie sono francamente preoccupanti se si pensa che in tre mesi si è avuto un incremento di oltre il 600% dei casi di positività: da 21 contagiati a 1.543 positivi; e che in particolare nel solo ultimo mese si è registrato un incremento dei positivi nelle carceri pari a quasi il 450% (il 27 ottobre risultavano, infatti, contagiate 344 persone tra detenuti, agenti e operatori).

Il controllo per arginare il diffondersi della pandemia è disomogeneo, carcere da carcere; anche il provvedimento di aprile, che ha consentito l’uscita dal carcere di una parte dei detenuti (circa un migliaio) con un recupero almeno parziale della corretta capienza degli istituti di pena, è stato lentamente riassorbito dal sistema, onde oggi ci si trova in una situazione nuovamente di sovraffollamento (circa 54.000 detenuti rispetto a una capienza di circa 50.000 posti) aggravata dal fatto che molti dei posti (circa 3.000) sono, in realtà, inagibili.

In una simile situazione, non si può non rilevare che l’incremento delle positività in carcere appare molto preoccupante, anche perché il carcere, per la sua natura, se è effettivamente più resistente al primo ingresso del virus per le sue ovvie caratteristiche di tendenziale chiusura all’esterno, poi, una volta che il contagio è penetrato, rappresenta uno dei luoghi di maggior diffusività del contagio, stante l’assoluta impossibilità di mantenere un corretto distanziamento sociale.

E se il carcere diventasse un vero e proprio cluster diffuso sul territorio, una sorta di ripetizione del fenomeno RSA, le conseguenze andrebbero non solo a danno dei detenuti, ma anche del personale che lavora negli istituti di pena e, attraverso di loro, a danno dell’intera società.

Dunque, non appare sufficiente nemmeno l’introduzione di un provvedimento analogo a quello di aprile per contenere seriamente il rischio di diffusione senza controllo del contagio in carcere, il cui impatto sarebbe molto limitato: occorre il coraggio di ridurre quanto possibile la popolazione carceraria attraverso provvedimenti di amnistia e indulto, accompagnati da un più rigoroso criterio nella scelta della misura cautelare carceraria, da ridurre ai casi di assoluta necessità e da un uso più diffuso del controllo tramite braccialetto elettronico.

Una simile scelta avrebbe come conseguenza non solo una congrua riduzione del rischio contagio, che certo non può essere eliminato del tutto, ma anche un ritorno dell’istituzione carcere a livelli di maggior rispetto dei diritti umani dei detenuti (e conseguentemente del personale penitenziario che avrebbe un minor numero di soggetti da controllare): insomma, da un lato riduzione del (rischio di) danno, dall’altra maggior rispetto della dignità umana (https://volerelaluna.it/commenti/2020/03/09/le-nostre-prigioni-lindulto-necessario/).

Bisogna, dunque, muoversi in quest’ottica da subito, mettendo in atto tutte le forme di pressione possibili, per spingere il legislatore ad assumere i provvedimenti necessari e indifferibili (https://volerelaluna.it/materiali/2020/05/04/appello-per-amnistia-immediata/).

Roberto Lamacchia

Roberto Lamacchia, avvocato in Torino, è presidente dell’Associazione nazionale Giuristi democratici

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