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Il crimine di Ilaria Salis: essere antifascista

C’è una donna incatenata e tenuta al guinzaglio. Tanto dovrebbe bastare a produrre una reazione durissima e immediata. Perché la violenza legittima degli Stati incontra il limite invalicabile della dignità. Ma ciò non vale per il nostro governo e la sua maggioranza. Ilaria Salis non merita difesa perché è antifascista. E ciò fa venir meno, per i nostri nazionalisti postfascisti, persino il fatto di essere italiana.

Il carcere scoppia? C’è una risposta possibile e razionale: il numero chiuso

In Italia il carcere scoppia. Così cresce la violenza, non vengono tutelati i diritti più elementari e aumenta il tasso della recidiva. In mancanza di una radicale riforma del sistema penale c’è un solo modo per invertire la tendenza: prevedere il numero chiuso in carcere, come già avviene nelle università e negli ospedali. Non è una provocazione né un’idea bizzarra, ma un esercizio di sano realismo.

Aumentare il carcere non produce sicurezza

La popolazione detenuta, in costante crescita dalla fine della pandemia, raggiunge nuovamente quota 60.000. E il “disegno di legge sicurezza” varato nei giorni scorsi dal Governo non fa che aggravare la situazione. Lo denuncia un consistente numero di Garanti delle persone private della libertà che lanciano un monito alla politica: aumentare il carcere non aumenta la sicurezza!

Il Governo della paura e l’alibi dell’insicurezza

Non ci sono solo premierato assoluto, deportazioni di migranti e precettazioni. C’è, a fianco, un nuovo disegno di legge che prevede la criminalizzazione della marginalità sociale, l’incremento della repressione del dissenso e del conflitto, il potenziamento e la blindatura del carcere e l’aumento dei poteri delle polizie. Non per dare più sicurezza ai cittadini ma per aprire la strada a una svolta autoritaria.

Ciao Gianni

Gianni Vattimo era un uomo e un intellettuale giusto. Si schierò con il movimento No Tav e subì, per questo, la macchina del fango. Che fronteggiò con pacatezza e ironia. Così lo ricorderanno le donne e gli uomini della Val Susa, con quel suo bel volto, la dritta figura e l’umanità che scaturiva dalla ragione e dal cuore e si faceva parola, ricerca coraggiosa, cammino in strade improvvisamente buie, dopo che la luna è tramontata.

Relazione al Parlamento 2023

Sono oltre 4.000 le persone detenute per scontare pene brevissime o brevi. Il Garante, giunto alla scadenza del suo mandato, non ha dubbi e rivolge un monito a Governo e Parlamento: sono vite connotate da una marginalità che avrebbe dovuto e dovrebbe trovare risposte altrove, ad evitare che il carcere si atteggi sempre più come mero collettore di emarginazione e discarica sociale.

È vietata la tortura

Il XIX Rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia prosegue una tradizione ultraventennale, all’insegna del principio fondamentale secondo cui la pena non deve mai consistere in trattamenti contrari al senso di umanità: per tutti e per tutte, senza eccezioni. Nella consapevolezza che non possiamo “usare” il carcere per risolvere i conti che non ci piacciono all’esterno.

Stati Uniti. Cresce il numero dei libri censurati

Negli Usa, già 7 Stati hanno adottato leggi che puniscono chi fornisce testi “proibiti” ai minori e altri 20 si apprestano a farlo. In caso di violazione sono previsti il carcere (fino a 10 anni) e multe fino a 100 mila dollari. Tra i libri censurati non ci sono solo testi (ritenuti) pornografici ma anche opere politiche e storiche, romanzi famosissimi (anche di premi Nobel) e persino una edizione del Diario di Anna Frank a fumetti.

Madri fuori

In Italia vi sono attualmente 8 donne detenute ogni 100.000 abitanti donne (a fronte di un’incidenza di 182 per gli uomini). La presenza delle donne detenute nelle carceri italiane costituisce il 4,2% del totale. Il 31 gennaio 2023 erano in carcere 2.392 donne, tra cui 15 madri con 17 figli. Per porre all’attenzione la questione delle madri detenute con figli è stata lanciata la campagna “Madri fuori contro lo stigma”.

Mio zio Abdullah Öcalan

Una testimonianza intensa e toccante della nipote di Abdullah Öcalan: «Tutta la mia vita ho sentito parlare di mio zio ma non ho potuto conoscerlo di persona. Non ero ancora nata quando è andato in esilio in Siria. Con lui il mio popolo è diventato consapevole e fiero della propria identità e ha cominciato a conoscere la propria lingua e le proprie tradizioni. Eppure non so se riuscirò mai a vederlo e a parlargli».