Le nostre prigioni: l’indulto necessario

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Quel che si temeva – e che qualcuno già aveva segnalato (vedi https://ilmanifesto.it/carcere-langoscia-dietro-le-sbarre-e-laltro-virus/) – è successo. La paura per i rischi di contagio da Coronavirus e la rabbia per le limitazioni ai colloqui con i parenti stanno provocando rivolte in numerose carceri: a Salerno, Modena, Pavia, Napoli, Frosinone, Vercelli, Alessandria, Bari, Foggia. E si cominciano a contare i morti: tre nella rivolta di Modena. Sono segnali di una situazione tanto esplosiva quanto trascurata o sottovalutata.

Ci sono, nelle carceri italiane, 61.230 detenuti a fronte di 47.230 posti regolamentari. In questa situazione di sovraffollamento l’approdo del virus all’interno di uno o più istituti sarebbe devastante. Nell’immediato per i detenuti e, subito dopo, per l’esterno. Gli spazi ristretti, l’inevitabile promiscuità, l’impossibilità di misure preventive adeguate determinerebbero una diffusione esponenziale del contagio senza possibilità di “vie di fuga”. I muri non sono una difesa né in entrata né in uscita. Il carcere non si può “sigillare” e le misure fino ad oggi adottate (sospensione dei colloqui, blocco dei permessi e, qua e là, interruzione del lavoro all’esterno e del regime di semilibertà) sono tanto punitive quanto insufficienti ché le vie del contagio – come stiamo imparando giorno dopo giorno – sono molte e imprevedibili.

È necessario un intervento immediato. È già tardi e non si può perdere ulteriore tempo. Altri, in situazioni meno gravi della nostra (o di pari gravità) lo hanno fatto: è il caso dell’Iran, le cui autorità, il 3 marzo, hanno disposto la conversione del carcere in arresti domiciliari per 54mila detenuti con pena inferiore a cinque anni. Le proposte non mancano (vedi https://www.huffingtonpost.it/entry/indulto-contro-il-coronavirus-per-restare-umani_it_5e6274fdc5b601904ea9d5a1). Altre se ne possono fare. Quella meno impegnativa e di più rapida attuazione è la sospensione dell’esecuzione della pena per i condannati a pene inferiori a tre anni che, ove prevista con decreto legge, consentirebbe al pubblico ministero che cura l’esecuzione di provvedere alla scarcerazione di ufficio e in tempo reale. Il provvedimento riguarderebbe circa 23.000 detenuti, la cui uscita dal carcere ridurrebbe le presenze al di sotto della capienza regolamentare e consentirebbe, in caso di necessità, misure precauzionali adeguate. A beneficio non solo di chi è in carcere ma anche di chi è comunque a contatto, in modo diretto o indiretto, con le strutture penitenziarie.

È solo questione di volontà, e di responsabilità, politica.

Questa soluzione, si è detto, è la meno impegnativa. Perché dettata dall’eccezionalità della situazione e tale, conseguentemente, da lasciare impregiudicate le successive scelte di politica criminale delle diverse forze politiche. E tuttavia, oltre all’esito immediato, essa riaprirebbe, in modo tanto inevitabile quanto opportuno, una questione che negli ultimi anni si è cercato di rimuovere perseguendo, a destra e a sinistra, politiche di incremento del carcere (e di un carcere di cui buttar via la chiave). Mi riferisco evidentemente alle politiche penali e alle modalità di contenimento e di controllo della devianza, delle dipendenze e della opposizione sociale, cioè dei fenomeni che riempiono, oggi, le nostre prigioni.

In questo contesto occorre ripensare all’indulto e all’amnistia, da sempre strumenti per mitigare l’asprezza della repressione e per sfoltire una giustizia altrimenti destinata alla paralisi. Nell’ormai lontano 1992, nel clima della nascente Tangentopoli, essi sono stati trasformati da istituti giuridici in bestemmie impronunciabili e, con un consenso tanto unanime quanto demagogico, si è riscritto l’articolo 79 della Costituzione richiedendo per la loro adozione il voto dei due terzi del Parlamento (cosa che rende oggi il varo di un indulto o di un’amnistia più difficile della modifica della Costituzione). È tempo di un ripensamento. In questa direzione si cominciano a vedere alcuni segnali. Dopo una prima, timida, apertura del Consiglio superiore della magistratura in un parere del 2006 (all’atto del varo dell’ultimo indulto) è stato il presidente della Corte d’appello di Roma, nella relazione per l’inaugurazione dell’ultimo anno giudiziario, a prospettare la necessità di un’amnistia per i reati minori. Altre voci nello stesso senso si sono levate dall’avvocatura, dalla stampa, dal mondo dell’associazionismo (vedi http://www.memoriacondivisa.it/index.php?option=com_content&view=article&id=7238&Itemid=57).

A volte, nella storia, sono stati eventi tragici a produrre svolte razionali. Bisogna fare in modo che sia così anche per l’epidemia che ci sta toccando in sorte.

About Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, dirige attualmente le Edizioni Gruppo Abele. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, Forti con i deboli (Rizzoli, 2012), Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012) e Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli (Edizioni Gruppo Abele2015)

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