Mauthausen e il giuramento della speranza

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1.

Tra gli anniversari della Liberazione e del Referendum che fece dell’Italia una repubblica si celebra anche, seppure in modo più sommesso, un’altra data, il 5 maggio 1945, quando le truppe americane raggiunsero il campo di concentramento di Mauthausen, ultimo dei lager nazisti a essere liberato.

In una giornata di sole primaverile, verso mezzogiorno, coloro che si trovavano ancora nel campo udirono un forte rombo dei motori e videro apparire le avanguardie della 3ª Armata. I soldati si trovarono di fronte a cataste di morti e a 16.000 deportati coperti appena di stracci, che la fame, il freddo, i maltrattamenti avevano ridotto a scheletri viventi. Tremila morirono nei giorni immediatamente successivi; altri, malgrado le cure, riuscirono a sopravvivere solo per alcuni mesi. Si calcola che, complessivamente, a Mauthausen furono richiuse circa 190.000 persone e che 90.000 vi abbiano trovato la morte. Nella classificazione del sistema concentrazionario nazista, Mauthausen era collocato nella “terza categoria”: era un campo di punizione e di annientamento attraverso il lavoro, non era previsto il ritorno per coloro che vi erano internati. Che erano prevalentemente prigionieri di guerra e oppositori politici: polacchi, ungheresi, spagnoli, sovietici, francesi, belgi, olandesi, e italiani (più di seimila). Insieme a numerosi ebrei, Rom e Sinti, “triangoli rosa”, ovvero persone deportate a causa dell’orientamento sessuale. Occorre anche ricordare che, nell’ultima fase della guerra, a Mauthausen erano confluiti moltissimi prigionieri provenienti da altri lager situati più a est, che i tedeschi avevano dovuto abbandonare per l’arrivo degli Alleati. La presenza di così tante persone di diverse nazionalità conferisce un particolare significato alla cerimonia che si svolse il 16 maggio 1945, in occasione del rimpatrio del primo contingente di deportati, quello sovietico. Sul piazzale dell’appello si tenne una grande manifestazione antinazista, al termine della quale fu emanato il testo di un appello noto come il “Giuramento di Mauthausen”.

Nei giorni drammatici che stiamo vivendo, forse, può essere importante ripercorrere, nelle sue parti più significative, il messaggio di solidarietà e fraternità fra i popoli che coloro che stavano per tornare nei paesi liberati ci hanno lasciato. I detenuti liberi, sfuggiti dalle mani dei boia nazisti, non invocarono vendetta, ma espressero, invece, la consapevolezza del valore della fratellanza tra i popoli: «Così come il mondo è stato liberato dalla minaccia della supremazia hitleriana con uno sforzo comune di tutti i popoli, dobbiamo considerare questa libertà conquistata come un bene comune di tutti i popoli». Si esprime la convinzione che la memoria della solidarietà internazionale che si è affermata nel lager e la volontà di ricostruire il mondo su principi di giustizia sociale e nazionale saranno alla base della collaborazione pacifica fra gli stati e fra i popoli. C’è, infine, l’impegno di percorrere una strada comune: quella della libertà indispensabile di tutti i popoli, del rispetto reciproco, della collaborazione nella grande opera di costruzione di un mondo nuovo, libero, giusto per tutti. Il giuramento viene suggellato con queste parole: «Nel ricordo del sangue versato da tutti i popoli, nel ricordo dei milioni di fratelli assassinati dal nazifascismo, giuriamo di non abbandonare mai questa strada. Vogliamo erigere il più bel monumento che si possa dedicare ai soldati caduti per la libertà sulle basi sicure della comunità internazionale: il mondo degli uomini liberi!»

2.

Il giuramento di Mauthausen è l’espressione di una grande speranza di pace e di giustizia basate sulla solidarietà internazionale e ci fa comprendere come, in quel momento in Europa, dopo la resa incondizionata della Germania, si potesse veramente guardare con fiducia l’avvenire e considerare la guerra una realtà mostruosa ormai lontana. Pochi anni dopo la nostra Costituzione avrebbe tradotto in norme giuridiche il rifiuto, anzi il ripudio della guerra. Nell’Assemblea Costituente, eletta con il suffragio universale nello stesso giorno del Referendum del 1946, gli esponenti dei partiti antifascisti occupavano oltre l’80% dei seggi. Molti di loro avevano alle spalle anni di battaglie contro il fascismo e il nazismo e condividevano, pur nelle differenti posizioni politiche, una decisa condanna della scelta bellica di Mussolini che aveva condotto il nostro paese a una umiliante sconfitta e a una tragica distruzione. L’art. 11 usa il termine “ripudia”, che compare una sola volta nel nostro testo fondamentale. Si volle così esprimere la condanna senza appello della guerra, sia come strumento di offesa della libertà dei popoli sia come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali. L’uso delle armi viene considerato possibile solo per reagire a un’ingiusta aggressione condotta dall’esterno sul territorio italiano.

Purtroppo, tuttavia, prima che l’immane carneficina della Seconda guerra mondiale si concludesse ci sarebbe stato ancora un terribile avvenimento: i bombardamenti atomici che gli Stati Uniti inflissero alle popolazioni di Hiroshinma e a Nagasaky nell’agosto 1945. Non è questo il luogo per discutere se questa fosse davvero l’unica strada per piegare l’accanita resistenza giapponese che poteva far apparire ancora lontana la fine della guerra. Sono invece, seppure approssimativamente, certe le conseguenze sulla popolazione civile che questa scelta determinò. Si contarono più di 200.000 morti e 150.000 feriti come effetto delle due esplosioni. A cui si devono aggiungere i pesantissimi effetti sulla salute delle persone che si videro negli anni successivi. Dopo la tragedia di Hiroshima e Nagasaky, dopo l’invenzione delle armi termonucleari, sembrava, però, diffusa la consapevolezza, anche a livello di opinione pubblica, del pericolo paventato nella celebre frase di Albert Einstein: «Io non so con quali armi sarà combattuta la Terza Guerra Mondiale, ma la Quarta Guerra Mondiale sarà combattuta con pietre e bastoni».

Oggi, sembra che questa consapevolezza non sia più così scontata e, soprattutto, che l’idea della solidarietà internazionale sia sempre meno diffusa.

3.

Come è stato possibile? La risposta è contenuta nei settantasette anni che ci separano dal giorno in cui i deportati si accinsero a lasciare l’ultimo campo di concentramento liberato. Purtroppo, quando si prova a suggerire un minimo esame storico, si viene spesso invitati a pensare al presente e non al passato. Frequentemente, però, l’invito viene avanzato proprio dalle stesse persone che chiedono di “saltare” alcuni decenni di storia e di assimilare senza se e senza ma l’attuale situazione ucraina alla lotta che i partigiani combatterono e che contribuì a porre fine alla Seconda guerra mondiale.

Un’analisi corretta è, invece, proposta da un libro di Noam Chomsky (Perché l’Ucraina, Ponte delle Grazie), uscito proprio in questi giorni, che si esprime sull’invasione russa dell’Ucraina con parole che non possono dare luogo a dubbi: «Non ci sono giustificazioni o attenuanti, occorre cercare spiegazioni». Non è possibile sintetizzarne in poche righe il contenuto, ma, indubbiamente, si può sottolineare il grande merito del libro: quello di usare la dimensione dello spazio e del tempo nella ricerca delle cause dell’aggressione russa dell’Ucraina, di provare a gettare lo sguardo oltre il confine violato e la data del 24 febbraio 2022. Usando un approccio di questo tipo, Chomsky descrive le vicende che hanno visto contrapposti i due grandi imperi, statunitense e sovietico, nel corso della Guerra fredda; il ruolo della NATO e le responsabilità degli Stati Uniti, soprattutto dopo la fine dell’URSS; la difficile posizione dell’Europa e l’attuale, rilevante importanza della Cina nell’assetto mondiale e anche nella crisi ucraina. Tra l’altro, Chomsky sottolinea l’estraneità che la maggior parte del mondo dimostra nei confronti del terribile spettacolo in scena in Europa. Anche le sanzioni non sono state votate da nessun paese del Sud globale «che resta a guardare disorientato mentre le nazioni d’Europa tornano al loro tradizionale passatempo di massacrarsi a vicenda e intanto seguono la loro vocazione di distruggere tutto ciò che ritengono essere alla loro portata: Yemen, Palestina e tanti altri».

La globalizzazione, peraltro, ha reso sempre più labile la solidarietà internazionale, perché non solo non ha favorito una più equa distribuzione della ricchezza nel mondo, ma ha, semmai, contribuito ad accentuare le distanze fra paesi ricchi e paesi poveri e, all’interno di essi, fra le differenti classi sociali. Basta esaminare la “piramide” della distribuzione della ricchezza mondiale: metà della ricchezza appartiene all’1% più ricco della popolazione; gli adulti che si collocano nella parte più abbiente, pari al 10% del totale, ne detengo l’85%, mentre la parte più povera, pari al 90%, detiene il restante 15%. Anche in Europa, dove forse la strada della lotta alle disuguaglianze avrebbe potuto essere più agevole, la camicia di forza delle regole imposte dall’Unione Europea ha imbrigliato gli stati e ha a lungo impedito che potessero dispiegarsi pienamente quelle politiche economiche e sociali che avrebbero consentito di realizzare una comunità più libera e più giusta. E non si può essere accusati di pessimismo se si pensa che anche gli effetti delle sanzioni alla Russia si scaricheranno sui ceti meno abbienti e costeranno la perdita di milioni di posti di lavoro.

Cercare la strada del negoziato e della diplomazia è, oggi, una strada obbligata e, come Chomsky ci ricorda, potrebbero essere necessari anche dei compromessi. Al primo posto ci deve essere l’impegno di costruire seriamente la neutralità dell’Ucraina: «nessuna adesione a un’alleanza militare ostile, nessun alloggiamento di armi puntate sulla Russia (nemmeno quelle chiamate erroneamente “difensive”), nessuna manovra militare con forze armate ostili». L’Unione Europea deve svolgere un’azione convinta per favorire le trattative in modo che al più presto venga dato l’ordine di cessare il fuoco.

Per trovare l’indispensabile via d’uscita dal tunnel della guerra, lo spirito che animò il giuramento di Mauthausen può rappresentare un punto di riferimento di grande valore morale. Il messaggio in esso contenuto acquista ancora maggiore significato se si pensa che fu pensato e scritto da persone che avevano conosciuto la fame, il freddo e ogni tipo di sofferenza. Ripensiamo a cosa videro gli americani entrando a Mauthausen (come a quello che videro i soldati dell’Armata rossa superando i cancelli di Auschwitz e tutte le truppe che liberarono nei campi di concentramento di cui era cosparsa l’Europa): cataste di cadaveri e scheletri viventi. Tutte le strutture dei lager parlavano di torture, di esecuzioni spietate; delle uccisioni con il gas di uomini, donne e bambini e della cremazione di milioni di corpi. Eppure, questa umanità martoriata riuscì a parlare di solidarietà internazionale e non di vendetta, a chiedere libertà e giustizia sociale, a pensate al mondo intero e non solo alla propria nazione. Non possiamo dimenticarlo.

Gli autori

Maria Chiara Acciarini

Maria Chiara Acciarini è stata insegnante e preside in una scuola media superiore e ha fatto parte della segreteria della CGIL Scuola di Torino. È stata consigliera comunale di Torino e, poi, deputata e senatrice in rappresentanza dei Democratici di Sinistra, che ha lasciato nel 2007. Ha scritto tra l’altro, con Alba Sasso, il libro “Prima di tutto la scuola” (2006).

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