MEMORIA. Notte sull’Europa

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Nel 1963 l’Associazione ex deportati politici nei campi nazisti pubblicò uno straordinario e approfondito volume (Notte sull’Europa) con storie di deportati. A segnalare l’importanza dell’evento il disegno di copertina (riprodotto nella homepage) venne commissionato a Renato Guttuso e la presentazione a Carlo Levi. Si ripropone qui quella presentazione, documento di grande lungimiranza e modernità.

Quando ritorna nella memoria, o si ritrova nei racconti, nei libri, nei documenti, nelle immagini, qualcosa del tempo disumano dei campi di concentramento, ancora avviene di ritrarci come per la presenza di uno spavento, di un impen­sabile orrore, di una inesistenza al di là dei limiti dell’uomo, di una perdita, di una degradazione che coinvolge le radici profonde dell’essere e repugna alla ragione che le oppone un suo vano rifiuto, e pare riproporci i più oscuri, arcaici abissi nascosti e ricoperti nel profondo della coscienza, di una totale impossibilità che pure è in noi, di uno spaventoso assurdo che pure abbiamo vissuto. E, malgrado il correre del tempo e il rimarginarsi delle ferite e la continua novità delle cose, e il nascere colorato e molteplice dei nuovi esseri, e lo scorrere vitale della storia, delle infinite nuove vicende individuali, quella grande negazione rimane presente, e pesa, come se tuttora condizionasse, per il solo fatto di essere stata, la vita degli uomini e il loro futuro. Ancora essa appare nel sogno con cui finisce «La tregua» di Primo Levi, questo libro meraviglioso di altezza morale e di qualità poetica, con il grido di sveglia che rinasce ancora dall’ombra felice di questi giorni interme­diari e ci riporta le livide albe di Auschwitz.

Certo, coloro che per diretta, e atroce, esperienza, o per avervi (come è avvenuto a tutti) in qualche modo partecipato, hanno parlato e scritto dei campi di sterminio, dei «giorni della nostra morte», dell’«univers concentrationnaire», o si sono chiesti «se questo è un uomo», hanno sentito che quella realtà (o non realtà) non stava chiusa nel suo passato, non si esauriva con la sua fine, ma si prolungava nel tempo come qualcosa di permanente, di decisivo, come un peccato fondamentale gravante sulle generazioni e tale da modificare la vita del mondo. «Dopo Maidaneck…», usava ripetere Umberto Saba. «Dopo Maidaneck…» e intendeva che dopo gli orrori del nazismo tutti gli uomini sono in qualche modo diminuiti. «Tutti ‒ vittime e carnefici, siamo ‒ e lo saremo per molti secoli ancora ‒ molto meno di quanto fossimo prima». Mai si era giunti a una tale disgregazione e negazione, a una tale degradazione dell’uomo in cosa, in oggetto, in rifiuto. «Un pezzo di sapone che dobbiamo seppellire piangendo, un pezzo di sapone che è il corpo e l’anima di un uomo». È questa estremità (che ha esaurito nei fatti ogni possibile immaginazione, e ha mostrato nell’avvenimento la forma fisica della totale alienazione) che ha diminuito il mondo. È questa estremità che è apparsa come una cosa nuova, mai prima avvenuta: come una colpa mai prima commessa, e inespiabile. Così Primo Levi racconta il momento della liberazione, l’apparizione della prima pattuglia russa, quattro giovani soldati a cavallo, a Auschwitz, sul mezzogiorno del 27 gennaio 1945:

«quattro uomini armati, ma non armati contro di noi; quattro messaggeri di pace, dai visi rozzi e puerili sotto i pesanti caschi di pelo. Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.

Così per noi anche l’ora della libertà suonò grave e chiusa, e ci riempì gli animi, ad un tempo, di gioia e di un doloroso senso di pudore, per cui avremmo voluto lavare le nostre coscienze e le nostre memorie della bruttura che vi giaceva: e di pena, perché sentivamo che questo non poteva avvenire, che nulla mai più sarebbe potuto avvenire di così buono e puro da cancellare il nostro passato, e che i segni dell’offesa sarebbero rimasti in noi per sempre, e nei ricordi di chi vi ha assistito, e nei luoghi dove avvenne, e nei racconti che ne avremmo fatti. Poiché, ed è questo il tremendo privilegio della nostra generazione e del mio popolo, nessuno mai ha potuto meglio di noi cogliere la natura insanabile dell’offesa, che dilaga come un contagio. È stolto pensare che la giustizia umana la estingua. Essa è una inesauribile fonte di male; spezza il corpo e l’anima dei sommersi, li spegne e li rende abietti; risale come infamia sugli oppressori, si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, contro la stessa volontà di tutti, come sete di vendetta, come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia».

Per questo ogni racconto, ogni descrizione, ogni denuncia di quel tempo, di quel male, di quella offesa, suona in qualche modo anche come una confessione. Riguarda tutti, rimorso che va ai limiti del mondo. Perché? Perché il senso di colpa pare debba toccare, di fronte a quelle estremità, anche il giusto, anche la vittima? Forse non soltanto perché questa è la legge del male, ma perché il campo di sterminio è stato per tutti gli uomini quello che ha portato all’evidenza dei fatti, con una inaudita concentrazione di orrore, e ha rivelato alla coscienza, una situazione nascosta nella remota eredità della storia. Il Lager è stato non soltanto una criminale follia del nazismo, ma anche, in un certo modo, la «soluzione finale», la conseguenza rigorosa e fanatica dell’ultima esplosione di una concezione idolatrica e disumana dei rapporti umani, nel mondo rituale della servitù. Lager, in modo meno condensato e evidente, senza filo spinato e forni crematori, sotto i felici aspetti della civiltà e degli Stati, è stato nei secoli la vita di una parte (di una gran parte) dell’umanità: il Lager della miseria, della fame, della servitù, della alienazione. Si potrebbe pensare che il Lager tedesco è stato la ripresa virulenta, definitiva e ultima, il punto finale di un fenomeno storico dappertutto diffuso, che è il rifiuto dell’uomo da parte dell’uomo, l’uccisione quotidiana dell’uomo, il permanente sacrificio umano sull’altare degli idoli dello Stato. Il nazismo vi aveva aggiunto il nuovo e moderno elemento totalitario, che aboliva i limiti e le frontiere e i compensi interni dell’antichissima idolatria, distruggendo ogni contrappeso morale e sovrastrutturale, fino alla nuda realtà dei campi di sterminio. Più in là non si può giungere. È la fine di un mondo di negazione rituale, che ha condensato e bruciato in un momento le sue colpe millenarie, e ha ritrovato, riscoperto e resi espliciti, col nazismo, i suoi sacrifici sanguinosi.

Si può, si deve pensare che questo scoppio finale abbia potuto segnare veramente la fine di quel mondo. Per questo, malgrado il disgusto e la vergogna, conviene conoscere e ricordare e ripensare anche quello che oggi sembra incredibile. Era quello il nero mondo dell’omicidio. Non poteva andare più in là, né ripetersi. La coscienza universale non avrebbe più potuto riimmergersi in una tale esperienza: ma tuttavia il suo peso permane come diminuizione di valori, oscuro pericolo. Dopo i campi di sterminio è venuta la bomba, la nuova dimensione atomica, dove tutti sono, ancora una volta, coinvolti. Dopo il mondo dell’omicidio appare il mondo del suicidio, entrambi collettivi e totalitari. E se il primo implica tutti gli uomini moralmente nella sua colpa; il secondo implica tutti gli uomini anche materialmente nella sua distruzione. Per questo, conviene conoscere e ricordare, e, con chiara coscienza, oggi, agire.

Roma, novembre 1963

Qui il link per scaricare il testo originale della presentazione di Carlo Levi al libro Notte sull’Europa pubblicato nel 1963 dalla Associazione ex deportati politici nei campi nazisti (testo tratto dal sito della Fondazione Lelio e Lisli Basso)

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One Comment on “MEMORIA. Notte sull’Europa”

  1. Cara e vecchia cristiana Europa ricordati della tua storia di stermini quando per interessi imponi politiche di respingimenti, non far finta che quella storia di stermini non ci sia mai stata.

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