Parafrasando una nota frase del monologo teatrale Novecento di Alessandro Baricco si può dire che non si è fregati veramente finché si ha un buona storia da raccontare. E questa buona storia, seppur drammatica, inizia con le Olimpiadi di Berlino del 1936 ed è bene ricordarla in questi tempi in cui il razzismo e la discriminazione verso chi è ritenuto diverso, e quindi inferiore, si sono rafforzati.
Protagonisti sono due uomini: il più noto nell’immaginario collettivo è un uomo di colore Jesse Owens che strapazzerà, vincendo quattro medaglie d’oro (100m., 200m., staffetta 4x100m. e salto in lungo) l’idea nazista della superiorità della razza ariana; meno noto è un uomo bianco e tedesco Luz Long, atleta esteticamente e fisicamente perfetto per i canoni ariani che Hitler vuole affermare, utilizzando le Olimpiadi come un possente strumento di propaganda di una Germania forte per la propria superiorità razziale. Lasciate alle spalle le Olimpiadi e il loro simbolo di pace e fratellanza, il nazismo mostrerà il suo vero volto accelerando l’antisemitismo, annettendo l’Austria il 13 marzo 1938 e invadendo la Cecoslovacchia il 15 marzo 1939 e la Polonia il 1° settembre 1939.
Luz Long in questa storia olimpica non è una comparsa ma può essere considerato l’interprete principale perché ha il coraggio, nella Germania dominata dal nazismo, di superare la barriera razzista del colore della pelle e di rispettare Owens diventandone amico. I due atleti si incontrano e si sfidano nel salto in lungo. Long, già nelle fasi eliminatorie, ne aveva alzato il record a 7,73 m. mentre Owens aveva bruciato i primi due salti (1° nullo e 2° insufficiente). Prima del terzo salto, decisivo per accedere alla finale, Long si avvicina a Owens e gli suggerisce, per evitare il rischio di un salto nullo e la conseguente eliminazione, di anticipare il punto di stacco rispetto alla pedana di 30 cm. Ed è un consiglio che permette a Owens di accedere alla superlativa finale dove il duello tra i due atleti è ai massimi livelli: 7,87 m. per Long e nuovo record olimpico di Owens a 8,06; oggi il record e di 8.95 m. stabilito da Mike Powel nel 1991 e ancora imbattuto.
Long si congratulò e abbracciò Owens sotto gli occhi gelidi di Hitler e Goebbels (“L’umanità bianca si dovrebbe vergognare”) come di gran parte del pubblico, indottrinato dal mito della superiorità della razza ariana. E tra i due nacque un’amicizia, una fratellanza che si protrasse nel tempo e, si può dire, oltre la morte di Luz, avvenuta in Sicilia nei duri combattimenti durante lo sbarco degli alleati in Sicilia, in codice l’operazione Husky del luglio 1943.
Nel 1943 Owens riceve una lettera: «Jesse amico mio [….] ho paura, Jesse, ho paura di morire. Non rivedrò più mia moglie e il mio bambino […]. Sento che questa potrebbe essere l’ultima lettera che ti scrivo. […] Se così fosse, una cosa voglio chiederti. A guerra finita, perché prima o poi io spero che tutto questo orrore potrà finire, ti prego di andare un giorno a casa mia ad Amburgo. Cerca mio figlio e raccontagli di me, di chi sono stato. E raccontagli della nostra amicizia più forte della guerra. Tuo fratello Luz». La data di morte di Luz Long è il 14 luglio 1943 ed è la stessa data del massacro di Biscari, crimine di guerra compiuto dagli Americani che fucilarono, per rappresaglia, 73 militari tra italiani e tedeschi che si erano arresi. L’inchiesta sul massacro portò a una condanna di soli due ufficiali statunitensi e sfiorò il generale Smith Patton. Jesse Owens si recò in Germania dopo la fine della guerra nel 1951 e incontrò Kai il figlio di Luz, e poi anni dopo ritornò in Germania come testimone di nozze di Kai.
Luz Long per il suo gesto, l’abbraccio a Jesse Owens, fu definito «instabile e non razzialmente consapevole» e fu ammonito da Rudolf Hesse a «non abbracciare mai più un negro», ma la discriminazione razziale colpì pesantemente anche Owens che fu evitato, nonostante le quattro medaglie d’oro olimpioniche, dal presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt. Anche per lui stringere la mano a un uomo di colore era sconveniente.
Del resto il Paese della Statua della Libertà, inaugurata a New York il 28 ottobre 1886, riconobbe faticosamente e con divisioni, anche all’interno del Partito Democratico, il diritto di voto agli afroamericani solo nel 1965 con il Voting Rights Act e dopo le importanti marce di protesta che iniziarono a Selma in Alabama, guidate da Martin Luther King. Marce che, il 7 marzo 1965, conobbero, per le violenze della polizia, un tragico “Bloody Sunday” che anticipò, nella lunga marcia per l’affermazione dei diritti civili ancora in corso in molti Paesi, il “Bloody Sunday” forse più drammatico e sicuramente più noto del 30 gennaio 1972 a Derry in Irlanda del Nord, quando il primo battaglione paracadutisti dell’esercito britannico sparò contro una marcia di protesta dei cattolici irlandesi contro le discriminazioni subite dagli unionisti protestanti.
Di Jesse Owens e Luz Long rimane il messaggio di una amicizia che è stata ben più forte del falso mito della superiorità razziale e delle barriere che dividono gli uomini in base al colore della pelle.
