2020: un Natale per l’uomo

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In un suo straordinario atto teatrale, Sunset Limited, lo scrittore nordamericano Cormack McCarthy annota che Natale è il giorno «in cui i suicidi oscillano appesi alle condutture del gas». Immagine potente per descrivere quel che mi trovo inevitabilmente a pensare quando le luci delle festività natalizie si accendono brillanti, suscitando aspettative altrettanto inevitabilmente deluse. In una società sempre meno capace di dare, su di un piano collettivo, nuovi argomenti esistenziali, questi vengono riservati (almeno in teoria) all’ambito personale, sentimentale e affettivo: perciò ti viene proposto di ritornare al centro delle tue relazioni significative per vivere la festa. La questione da cui non mi libero è: e chi queste relazioni le ha perdute o magari mai le ha avute, come vivrà questa giornata? La festa impossibile è il suo contrario, cioè la celebrazione della disperazione? Il mio Natale deve allora tener conto di quelli per cui esso è un passaggio più da subire, che da festeggiare; e nella pressione psicologica a essere comunque contenti perché il clima generale prescrive che lo si debba essere per obbligo. Mi chiedo da tanto come si identificano le modalità per essere felici quando intorno molti non lo sono. È questione che interessa tanti elementi, incontri, episodi del mio trascorso, fino a divenire una delle mie grandi questioni esistenziali.

Premetto: sarebbe forse necessario, ma non parlerò qui del contesto pandemico. Per certi aspetti esso aiuta a riflettere cosa resta di una mistificazione sui buoni sentimenti, definiti per mezzo di convenzioni sociali che rischiano di essere totalmente irrisolte, dato che i canoni con cui solitamente le si esprime saranno in parte impossibili. Appunto, convenzioni. Termine che descrive un accordo tra più persone per la realizzazione di un obiettivo. Da cui deriva un aggettivo per lo più inteso in forma negativa: convenzionale. Costretti dall’abitudine a intrattenere rapporti, comunicazioni, teorie di familiarità e amicizia, le convenzioni stavolta non basteranno. Come al solito e ancora di più. Perché tali convenzioni spesso si poggiano su presupposti valoriali non più validi. Togliamoci il pensiero per dire qualcosa di scontato, ma innegabile; sotto egida e ricatto del sistema economico mediatico, il Natale è davvero una festa tristissima. McCarthy ha ragione da vendere.

Che festa è davvero quella di Natale? Prima dell’avvento di un cristianesimo istituzionale, pilastro di un Impero in crisi di riferimenti culturali, il giorno del Die Natalis Solis Invicti si celebrava, come saprete, il solstizio d’inverno, l’inizio della fine della stagione avversa, del gelo, del buio, di una stagione in cui si viveva male, ci si ammalava facilmente, si moriva. Una festa di vita nel cuore dell’inverno, il contrasto della volontà umana di fronte alla capricciosa azione degli dei del pantheon greco-latino verso gli esseri umani. Poi, si assumerà tutto questo con la natività di Gesù Cristo, traducendo il significato della festa romana nel mutamento antropologico assoluto che questa nascita comporta. Con il cristianesimo si annuncia una fede che mette al centro un’umanità chiamata a divinizzarsi, ma a partire da una condizione assolutamente usuale, per molti aspetti marginale. Gesù non è di famiglia importante o facoltosa, nonostante sia inserito grazie a Giuseppe nella discendenza di una tribù che evoca il ruolo regale di Davide. Ma quello che nasce a Betlemme è al contrario un bambino già preda delle dinamiche impositive dell’Impero: il censimento, che conduce i suoi genitori fuori da casa e affetti familiari, è biblicamente atto arrogante di controllo, che pretende di ridurre a dato numerico l’esistente umano. Un re che non viene a esercitare le dinamiche di un regno ma a subirle. Quel che segue nella sua vicenda umana non mostra infatti segni del potere che ci si aspetterebbe da un Messia. Lo riconoscono i pastori, la cui professione li indicava nei prontuari rabbinici del tempo come soggetti da cui guardarsi, sui margini della decenza religiosa. L’episodio della venuta dei Magi è nascosto, negato al re Erode. Seguiranno le minacce di morte, l’emigrazione, anni di assoluto anonimato, in cui svolgere un lavoro manuale ordinario: nessuna apparenza di particolare rilevanza sociale, membro di una famiglia povera, che non viveva certo di rendita o privilegio. Il contenuto della sua predicazione si mostrerà di inaspettata e stupefacente forza, gli varrà ostilità nel suo paese e lo porrà in contrasto con le autorità religiose (e quindi civili, nella struttura teocratica delle fragili società in cui Israele era frammentato), in un chiaro presagio sulla morte violenta che ha in sorte il profeta, l’uomo delle verità scandalose.

L’Evangelo narra di un nuovo modo che Dio mostra nel valutare gli esseri umani, molto diverso da quello con cui Lo si strumentalizza a favore dei poteri in atto: un giudizio di bene/dizione e fiducia che dà opportunità a chi ha sbagliato e a chi è considerato o si ritiene sbagliato, a chi si mette a lato o vi è collocato di forza, a chi è marchiato con violenza coi tratti della diversità rifiutata. Soprattutto in questo ambito di esclusione e di esclusi il Cristo vivrà non solo il suo ministero, ma soprattutto la sua esistenza, in un nomadismo che lo vedrà accolto e ascoltato dai fuori casta del suo tempo: per un persistente scandalo delle culture borghesi e fondamentaliste del suo tempo. È lo scandalo degli incontri felici, del convenire e della convivialità, l’essere capaci di trovare significato in chi è classificato come senza senso. Gesù è rifiutato perché mostra la gioia di essere gioiosi e vivi con i fuori categoria, i mal/viventi secondo i ben/pensanti. La sua fine si definisce nell’arco di pochi anni e lo condurrà a morire della pena degli schiavi ribelli, la croce.

Non è una lettura forzata dei testi: una delle chiavi di lettura dell’esistenza del Galileo (la sua era terra di sincretismo e di eresia, periferica ai centri della sicurezza dottrinale, transito di identità e dottrine varie) è la ribellione, la rivolta, rinnegando per la verità della giustizia a cui il mondo è destinato ogni status quo vigente, quando esso mortifica gli esseri viventi sotto il giogo di un giudizio di insignificanza e di sacrificabilità. E il Messia si sacrifica per amore, insegnando che il potere vero risiede lì e non nella forza che si impone con la violenza e la morte. Entra nel mondo – nonostante le chiese, sovente – una dottrina che beatifica la tenerezza, la fragilità, l’opinione benevola, la gentilezza, il limite di sé accolto nella com/passione. I segni dell’avvento messianico sono la guarigione, la vita restituita, la debolezza riscattata in energia. L’esistere vero contro la sua apparenza. La verità di chi è vittima, contro ogni carnefice. Perché chi sale sulla croce lo fa perché nessuno vi debba più morire. È Resurrezione.

Se volete ve lo scrivo in termini più gentili ma sono sempre più convinto che in questa ottica il cristianesimo è una perenne contestazione alla cultura borghese, maschilista, transomofoba, suprematista, che stigmatizza le diversità e irride i sognatori e quelli che non usano violenza. È l’affezionarsi a quelli che sono sballati, dileggiati, disprezzati nell’economia dei convincimenti del potere. È uscire dalle gerarchie della forza violenta, rifiutare che si dia un prezzo agli esseri umani, facendo sì che questi valgano meno delle cose.

Per tutto questo, se il contesto della tua vita o della tua storia, dell’esistere o della Storia indica crisi e lutto e mancano prospettive: è il momento di fare Natale. Se non ritieni che Gesù è Dio, fallo nel pensare che questo tempo e questo mondo hanno comunque bisogno dell’utopia, e di un desiderio di dignità, rispetto, fantasia che si libera e che niente può reprimere.

Albert Camus fa la sua scelta di resistenza nel 1942 cominciando a scrivere su Combat, la rivista clandestina nei tristi anni francesi del collaborazionismo e del dominio nazista. Una resistenza intellettuale, non meno importante di quella vissuta con le armi. Tra il 1943 e il 1944 scriverà quattro Lettere a un amico tedesco, dirette a un immaginario interlocutore, pensato come un intellettuale acritico o concorde con il nazismo. Sono testi che nascono dal fuoco e dal cuore della guerra, per questo intensi e lucidi. Maria Teresa, l’amica che mi ha consigliato la lettura della quarta Lettera, mi ha scritto: «La conoscerai già. In caso contrario amerai Camus ancora di più». Non la conoscevo. E in effetti averla letta mi rinsalda nella convinzione che Camus sia il filosofo della mia vita e che sia necessario leggerlo, se sei una persona che ama la libertà, convinto che Mi rivolto, quindi siamo. L’identità nella ribellione, e una identità comune, che vince la solitudine. L’amico tedesco che ha in mente Camus ritengo sia lo stesso Heidegger, o forse Nietzsche. La penso come Maria Teresa: ci urge un umanesimo di altro segno, rispetto alla mistica nazista del Sovrauomo, della forza e dello Stato, i valori per i quali vale la pena di vivere, di far guerra e di morire esaltati da Heidegger. Suggestioni da cui liberarsi, scrive Albert: allora quelle del nazifascismo, adesso tradotte nel culto del potere, del desiderio malato delle cose, del neoliberismo. «Noi avevamo molto da vincere, come per esempio l’eterna tentazione di assomigliarvi. C’è una parte di noi che si lascia allettare dall’istinto, dal disprezzo dell’intelligenza, dal culto dell’efficienza». Un umanesimo non solo di contrapposizione, ma di assoluta positività: gli esseri umani al centro delle teorie della politica, della tutela ambientale, della giustizia. Le persone di buona volontà amate dal Signore, sinergizzando la vecchia e la nuova formulazione del Gloria della chiesa cattolica. Perché non mi importa, non importa ai cristiani, come motivi il tuo umanesimo. Se pratichi la giustizia perché la ami, il Dio di Gesù Cristo ti farà consapevole del suo amore, se non nella fede nella tua coscienza. «Io […] ho scelto la giustizia per restare fedele alla terra. Continuo a credere che questo mondo non abbia una finalità superiore. Ma so che in esso qualcosa ha un senso ed è l’uomo, perché è il solo essere vivente che esige di averlo. Questo mondo dunque ha, per lo meno, la verità dell’uomo e nostro dovere è di fornire all’uomo le ragioni per lottare contro il suo stesso destino. Non v’è altra ragione che l’uomo; è dunque lui che bisogna salvare se vogliamo salvare il concetto che ci si fa della vita».

Nella nascita di Gesù splende questo senso dell’umano, e lo si dichiara divino.

A tutte e tutti quelli che vivono per la verità dell’umano, al servizio della giustizia che la tutela, buon Natale. Sarà festa vera, che sfida e vince ogni volontà di dominarci e renderci infelici.

Andrea Bigalli

Andrea Bigalli, fiorentino, è stato ordinato sacerdote nel 1990. Dal 1999 è parroco a Sant’Andrea in Percussina (San Casciano Val di Pesa). Vice direttore della “Caritas” toscana dal 1998 al 2005 è attualmente referente di Libera per la Toscana e membro del direttivo della rivista “Testimonianze”. Insegna religione nelle scuole superiori di Firenze.

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