Salvini e la retorica della razza

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Un soffitto di cristallo impedisce ogni reale cambiamento nella struttura economica e nella redistribuzione della ricchezza nel Paese – quel soffitto così clamorosamente apparso di fronte agli occhi degli italiani grazie al discorso del presidente Sergio Mattarella del 27 maggio 2018. TINA: non c’è alternativa. I mercati, l’Europa, il destino: cambiare non è possibile.

A capirlo meglio di tutti è stato Matteo Salvini. Non solo nel nome simillimo a un altro Matteo: anche e soprattutto nell’antropologia del potere e nella determinazione a parlare come un capo alla folla. Una abilità appresa molto per tempo nel ventre stesso del sistema: quando, giovanissimi, divennero noti per aver partecipato da concorrenti a due popolari quiz. La Ruota della fortuna per il Matteo fiorentino, il Pranzo è servito per quello lombardo.

E ora che la ruota della fortuna di Renzi sembra essersi inceppata tra i popcorn, Salvini sta offrendo agli italiani un pranzo avvelenato. Il banchetto di parole che Salvini imbandisce ogni giorno, servendolo con molti “abbracci” e “bacioni” via twitter, ha un’unica portata: la paura.

Salvini sa che non saprà fare nulla per gli “italiani”: e allora grida più forte “prima gli italiani”. Salvini sa che non potrà migliorare la condizione di vita dei bianchi: e allora parla dei neri. Perché è evidente che il meccanismo fondamentale, e appena nascosto, della sua retorica è la diversità della pelle: se i migranti fossero del nostro stesso colore quel meccanismo non scatterebbe, visto che non c’è nessuna invasione né alcun rapporto tra il numero dei migranti e la povertà degli italiani. Ma il messaggio, grottescamente mendace, è questo: per ogni corpo nero che non arriva in Italia, non importa come, un corpo bianco starà meglio.

Salvini non si cura delle istituzioni, delle leggi, delle Costituzioni, dei principi morali, degli ideali. Come un animale feroce va in cerca della carne e del sangue, anch’egli cerca e usa i corpi. Perché sì, al centro della sua retorica c’è il corpo.

I corpi neri dei migranti: da bloccare in mezzo al mare. Da tenere lontani, da maledire, da dirottare. Da usare, come carne da cannone, nei suoi mediatici bracci di ferro con le cancellerie europee.

I corpi degli “zingari” da contare, catalogare, controllare.

Il corpo di Roberto Saviano: da esporre alle pallottole, per punirlo delle sue critiche. La minaccia è andata diritta lì: verso il denudamento fisico del “nemico”. Verso la sua vulnerabilità corporale.

I corpi degli italiani. Quelli che riceveranno i colpi delle pistole che Salvini vuole far dilagare in Italia, per la “legittima difesa”.

Anche se per ora questo nuovo squadrismo fascista è solo verbale, al centro c’è ancora il corpo. Come ai tempi delle bastonature che facevano piegare e sanguinare i corpi degli antifascisti, o dell’olio di ricino che ne faceva squassare le viscere. Il potere dello Stato è innanzitutto il potere che ha il monopolio dell’uso della forza sui corpi dei cittadini. Quel potere, praticamente e simbolicamente concentrato nelle mani del ministro della polizia, si affaccia oggi nelle case di ogni italiano: minacciando, intimidendo, giocando con quel monopolio. Il ministro della paura parla dei nostri corpi, opposti a quelli dei neri e degli zingari. Parla del corpo degli oppositori. Parla del corpo dei ladri e dei rapinatori.

Vedremo quanto velocemente si passerà ai fatti. Ma fin da ora la risposta deve essere forte e chiara: chi suggerisce di lasciar parlare Salvini, di non considerarlo, di abbandonarlo al silenzio non ha capito che le democrazie vivono, e muoiono, di parole. E che il piano inclinato sul quale il senso comune sta scivolando verso la barbarie rischia di esserci fatale.

Si badi: è raccapricciante dover riconoscere che in termini di sangue, di vite perdute o spezzate, il predecessore di Salvini agli Interni ha probabilmente fatto molto, ma molto di peggio: almeno per ora. E l’ipocrisia pelosa con cui chi ha sostenuto i campi di concentramento di Minniti ora convoca manifestazioni contro il razzismo – penso al sindaco di Firenze, Dario Nardella – è il cuore del nostro problema. Perché certo la retorica della paura di Salvini non può essere contrastata da chi la usava in forma appena più light. Ricordiamo che l’allora segretario del Partito Democratico Matteo Renzi ha scritto in un suo libro-manifesto la farse-chiave «aiutiamoli a casa loro»: così opponendo scelleratamente casa a casa, identità a identità, interesse a interesse, destino a destino.

Ebbene, abbiamo bisogno di altre figure, di altre parole, di altri pensieri per battere la strategia della paura e la sorveglianza sui corpi cui Matteo Salvini ha piegato il discorso della politica.

Abbiamo bisogno di costruire un’altra cultura e un altro senso comune. Ne abbiamo bisogno ora.

About Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università di Napoli Federico II. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). È presidente di Libertà e giustizia. Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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One Comment on “Salvini e la retorica della razza”

  1. Si può ragionare, partendo da due concetti in completa antitesi e giungere, adoperando ciascuno degli stessi, a tutta una serie di risultati che coprono una così ampia varietà di situazioni da lasciare perplessi relativamente alla consecutività logica delle vicende umane.
    Possiamo dire:
    1) I poveri sono un nostro problema.
    2) I poveri sono un loro problema.
    La estrema semplificazione di un concetto molto complesso che riguarda le relazioni umane e la società degli uomini rende le due frasi ambigue in modo da farne conseguire comportamenti molto diversi. Basta poco a far capire l’ambiguità di queste frasi semplici.
    Cosa lascia intendere nella frase “I poveri sono un nostro problema”, un atteggiamento della persona che pronuncia la frase che sottintenda “uffa!”? Con tutti i margini di errore possibili, conseguenti dalla conoscenza limitata di chi ha pronunciato la frase, l’interpretazione più probabile, quella sulla quale in molti saranno d’accordo, è che i poveri ci creano un disaggio mettendo in pericolo la nostra condizione di non essere poveri. Il soggetto povero è tanto più pericoloso quanti più diritti acquisisce; ce ne dovremo occupare lasciandoli il più possibile in condizione passiva. La scelta di questo occuparcene deve essere in tutti casi la nostra convenienza. Quel “in tutti i casi” significa che ci sono molte possibilità di agire e su questo entra in campo una forza estremamente potente che è l’opinione pubblica che ascolta il messaggio.
    Cosa lascia intendere nella frase “I poveri sono un nostro problema”, un atteggiamento della persona che pronuncia la frase che sottintenda “soffro a vedere i poveri”? Con tutti i margini di errore possibili conseguenti dalla conoscenza limitata di chi ha pronunciato la frase, l’interpretazione più probabile, quella sulla quale in molti saranno d’accordo è che per quanto è nelle nostre possibilità dobbiamo fornire ai poveri i mezzi necessari alla loro sopravvivenza. Unico diritto che detiene il povero è quello della sopravvivenza, pertanto il nostro occuparcene si differenzia in ragione del grado della loro necessità e della nostra disponibilità. Come nella situazione precedente entra in campo l’opinione pubblica che ascolta il messaggio e commisura il proprio intervento e quello della comunità alla propria disponibilità.
    La frase “I poveri sono un nostro problema” può essere comunque sempre intesa come conclusione di un discorso articolato. Il pronome possessivo “nostro” agisce in modo perentorio a dividere la comunità umana in due parti e impone una scelta di campo precisa. La frase può ancora essere intesa come assunzione di nostre responsabilità, ma che dobbiamo prenderci questa responsabilità per l’incapacità del povero di far da sé. Con la frase mi pare impossibile esprimere il concetto che il povero abbia sue proprie capacità e che una buona società dovrebbe lasciargli la piena libertà di esprimerle per giovarsene e giovare anche alla comunità.
    Passando alla seconda frase “I poveri sono un loro problema” non mi voglio discostare dal metodo d’interpretazione precedente:
    Cosa lascia intendere nella frase “I poveri sono un loro problema”? un atteggiamento della persona che pronuncia la frase che sottintenda “uffa!” Con tutti i margini di errore possibili conseguenti dalla conoscenza limitata di chi ha pronunciato la frase, l’interpretazione più probabile, quella sulla quale in molti saranno d’accordo, è che ciascuno vive nella condizione che si è meritata, perciò non mi devo fare alcun problema a vivere nel modo che mi compete. Sono disposto a pagare il necessario allo Stato affinché la condizione di povertà non crei problemi alla società rendendocela meno sicura. Naturalmente l’opinione pubblica accetta facilmente l’assunto che si possa vivere senza problemi nella propria condizione e così rafforza l’interpretazione dei singoli individui.
    Cosa lascia intendere nella frase “I poveri sono un loro problema”? un atteggiamento della persona che pronuncia la frase che sottintenda “soffro a vedere i poveri” Con tutti i margini di errore possibili conseguenti dalla conoscenza limitata di chi ha pronunciato la frase, l’interpretazione più probabile, quella sulla quale in molti saranno d’accordo è che fra i poveri dobbiamo distinguere i bambini da tutti gli altri. Solo i bambini non sono responsabili del proprio stato e perciò è lecito dividerli dalle proprie famiglie per dargli un futuro secondo le nostre regole. Si attribuisce ai poveri oltre alla disgrazia della carenza di beni vitali, quella di appartenere ad uno stato di sottocultura dal quale si devono salvare le nuove generazioni. Come nella situazione precedente entra in campo l’opinione pubblica che ascolta il messaggio e commisura il proprio intervento e quello della comunità alla propria disponibilità.
    La frase “I poveri sono un loro problema” può essere comunque sempre intesa come conclusione di un discorso articolato. Il pronome possessivo “loro” agisce in modo perentorio a dividere la comunità umana in due parti e impone una scelta di campo precisa. La frase può ancora essere intesa come la divisione della responsabilità fra noi e loro. Dalla frase mi pare impossibile poter esprimere il concetto di condivisione delle responsabilità. Il povero, se ha capacità sue proprie, è libero di usarle per se stesso e prenda esempio dal nostro buon comportamento; ciascuno pensi a sé stesso che questa è l’unica società esistente sulla terra.
    Forse la frase “i poveri sono un problema” omettendo qualsiasi aggettivo possessivo darebbe alla stessa un significato più vicino alle necessità non solo dei poveri ma della società.

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