Il voto nelle “terre ballerine”

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Non so se si può dire – come intitolava a caldo il Manifesto – che quella del 20 e 21 settembre è stata una “vittoria per due” (Zingaretti e Di Maio, che infatti hanno esultato). Credo di no. Ma sicuramente è stata una sconfitta per uno (Matteo Salvini).

I Cinquestelle possono, è vero, accreditarsi l’ampio consenso referendario al taglio dei parlamentari (l’ultimo brandello di bandiera che gli restasse, dopo aver ammainato malamente tutte le altre, e il più rozzo per le motivazioni addotte). Ma nelle Regioni in cui si è votato nelle amministrative sono praticamente spariti dai territori. Il Pd ha respinto, è vero, il tentativo di spallata della destra nelle Regioni simbolo, in particolare la Toscana. Ma si è perso, al referendum, buona parte dell’unico insediamento sociale omogeneo che gli era rimasto: la “fascia protetta” dei quartieri residenziali delle città e delle aree metropolitane, quelli dei Municipii I e II a Roma, della Crocetta e di Borgo Po a Torino, di Brera e Magenta a Milano, il “ceto medio riflessivo” e i winner della globalizzazione che non votano “con la pancia” e hanno scelto massicciamente il NO seguendo gli appelli di Repubblica e Huffington Post.

Lui, Salvini, invece, non può rivendicare niente. Ha perso su tutto il fronte. Al sud, naturalmente, in particolare in Puglia dove la sconfitta di Fitto porta il segno del default della “Lega con Salvini”, crollata di 15 punti rispetto alle Europee (dal 25,2% al 9,7%). E al Nord, nel “suo” Veneto, dove il suo antagonista interno Zaja lo doppia due volte, con un secco 45,2 contro 16,7. Oltre naturalmente alla Toscana – la “madre di tutte le battaglie” – dove evidentemente gli elettori si sono turati montanellianamente il naso di fronte all’impresentabile Giani in nome del proprio nobile passato di “regione rossa” (qui l’affluenza è stata di 15 punti percentuali superiore alla precedente tornata amministrativa). Aveva preconizzato, smargiasso, un 7 a 0, ed è stato l’ennesimo autogoal di una serie ininterrotta iniziata al Papeete lo scorso agosto e proseguita senza soluzione di continuità. Doveva essere l’occasione per la definitiva delegittimazione del governo giallo-rosa di Conte II. E’ stata invece una sua insperata riconferma.

 

Dal combinato disposto di questa tornata elettorale il governo sembrerebbe uscire, almeno in teoria, se non “blindato”, come titolano molti giornali, in qualche misura rafforzato. Non le sue due principali componenti, come si è visto entrambe – e in diversa misura – acciaccate. Ma il Governo nel suo insieme, che può sperare di sopravvivere senza gravi scossoni (per lo meno di origine esterna) fino al “semestre bianco” (tra meno di un anno, alla fine di luglio del ’21) e all’elezione del nuovo Presidente, tanto più che i “guastatori” renziani di Italia Viva sono stati ridicolizzati nelle urne (l’1,4% di Scalfarotto in Puglia contro Emiliano è esilarante, ma anche lo stentato 6,7% nella “sua” Firenze è un bello scorno per il bullo di Rignano, dove peraltro Italia Viva non è andato oltre il 10% contro il 36% del Pd…).

Se dovesse andar giù – ipotesi tutt’altro che improbabile -, venendo meno alla ragione fondamentale della sua esistenza, quella di durare fino al rinnovo della Presidenza della repubblica, questo Governo lo farà esclusivamente motu proprio, per responsabilità e colpa delle sue due principali componenti: per le convulsioni del Movimento 5 stelle, dove la sensazione di evaporazione dai territori (in nessuna delle sei regioni sono andati al di sopra del 10%, in Veneto stanno addirittura al 2,7!) sta già scatenando un inizio di bellum omnium contra omnes di cui il troglodita politico Di Battista si è fatto avanguardia e in cui l’impressionante incapacità non solo “strategica” ma anche “tattica” di tutto il quadro dirigente e militante fa da combustibile. E insieme per le opposte e simmetriche tentazioni egemoniche del Pd, inebriato dai risultati (sono inaspettatamente il primo partito in cinque regioni su sei, solo in Veneto sono secondi, all’11,9% dietro la Lega che sta al 16,9%) e spinto da molti a forzare, per hybris, non tanto sul sacrosanto terreno dei punti programmatici irrinunciabili per qualunque forza politica rispettabile (la cancellazione dei “decreti Salvini”, una legge elettorale di “salute democratica” e dunque rigorosamente proporzionale) ma su quello fangoso delle poltrone ministeriali, magari chiedendo un rimpasto che, nel castello di carte che è oggi il Governo Conte II, potrebbe innescare a cascata un effetto domino dall’esito poco controllabile. Tanto più che il fondamento (anzi, potremmo dire “il fondo”) su cui la costruzione politica e istituzionale si appoggia – la “base sociale”, il “comune pensare”, i “sentimenti della nazione”, chiamiamolo come vogliamo -, è liquido, instabile e basculante come le “terre ballerine” delle aree paludose. E l’onda di piena che da quasi un decennio sta destabilizzando il quadro politico di mezzo Occidente, e che per semplicità continuiamo a chiamare “populismo”, nonostante le apparenze, non sembra essersi riassorbita ma piuttosto pare di volta in volta cambiare forma e linguaggio senza perdere slancio. Ce lo dicono, nel linguaggio criptico delle mappe elettorali, gli stessi risultati delle regionali.

E’ vero infatti che le due forze che hanno incarnato “ufficialmente” il populismo italiano – Lega e M5S, quelle che hanno raggiunto l’apice con il Conte I e la maggioranza giallo-verde – sono uscite malconce. O, se si preferisce, sembrano aver perso la propria “forza propulsiva”, bastonata la seconda. Ma anche – ed è il dato più importante – arrestata la prima, quella che sembrava aver raccolto il testimone della viralità populista. Anzi, arrestato il suo “Capitano”, umiliato al Sud, ma anche ridimensionato al Centro e al Nord. La “sua” Lega sta sotto la linea di galleggiamento del 10 per cento in Puglia (9,6%) e in Campania (5,7%). In Liguria, dove Toti stravince col 56% Salvini prende un misero 17% e nel Veneto di Zaja al 70% si ferma al 16,9%. Solo nelle Marche raggiunge il suo picco massimo, che però è il 22%, e il vincitore è in quota Meloni, mentre in Toscana si deve accontentare del 21%, pochino per uno che voleva prendere tutto. Se un dato invece spicca – finora poco considerato dai commentatori, ma rilevante e in qualche misura sintomo di una febbre non ancora spenta – è la dimensione fortemente personalizzata di questo voto, e la natura decisamente “personale” delle vittorie. I vincitori sono quasi ovunque i candidati, non i rispettivi partiti, e spesso le loro liste individualizzate: così per il Veneto di Zaja (premiato dal virus), ma anche per la Liguria di Toti (lanciato in alto dall’uso del ponte come trampolino), naturalmente per De Luca in Campania (beneficiato anche lui dal Covid e dalla sua crozziana visibilità) e per Emiliano in Puglia. E la personalizzazione è, come è noto, un tratto distintivo della “sindrome populista”, che si alimenta della inevitabile disintermediazione tra elettori e potere quando si estenua il ruolo dei partiti.

Caso a sé, per certi versi, la Toscana dove il basso profilo del candidato Presidente tende ad escludere il fattore “carisma”. Qui, dall’analisi territoriale dei risultati emerge con molta chiarezza l’esistenza non di una ma di due Toscane: una Toscana dell’hard core, vogliamo chiamarla una “Toscana classica”, distesa lungo la linea della Firenze-mare dove il rosso stravince con distacchi abissali come a Firenze 1 (il comune di Firenze, dove tra Giani e Ceccardi ci stanno più di 30 punti di distacco: 60,3 contro 29,7) o nella Pisa-città riconquistata (52,8 a 36,5) e a Livorno (48,4 a 32,7), oltre naturalmente nella Siena orfana di Montepaschi (51 a 40); e una Toscana dei margini (Lucca, Grosseto) dove prevale il blu e Ceccardi arriva prima, anche con un certo distacco, col caso deprecabile di Massa-Carrara, collegio tradizionalmente rosso, con forti venature anarchiche, dove tuttavia Ceccardi vince sia pur di misura (un punto e mezzo di distacco). Sono i segni di come, anche qui, lavori la legge dei margini che già aveva operato in Emilia-Romagna, e che vuole la torsione populista come punizione di una sinistra migrata altrove, nei luoghi dell’economia fast, a danno delle aree slow…

Non è finita, dunque. Siamo ancora a metà del guado. E probabilmente l’esito di questo – su quale sponda si resterà o si approderà – dipenderà più dagli errori che ognuno dei giocatori farà nei prossimi mesi che dai meriti di ognuno di essi. Più dalle rispettive “assenze” che dalle possibili virtù (che non esistono, su nessun versante). E da quanto le parti più sofferenti di società si sentiranno, vicini o lontani, i rispettivi giocatori di una partita la cui posta era e resta altissima.

Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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3 Comments on “Il voto nelle “terre ballerine””

  1. Francamente sono molto stupito che un analista preciso e puntuale quale è Marco Revelli, come dimostrato in buona parte dell’articolo, non trovi di meglio che attribuire il 30% del NO agli appelli di Repubblica e dell’Huffingtonpost, come se non ci fossero stati i comitati per il No con la loro modesta ma ancora presente articolazione territoriale che hanno condotto una battaglia in condizioni di partenza disperate ottenendo un risultato importante malgrado abbiano incontrato persino il distacco di alcuni costituzionalisti che per motivi per me incomprensibili hanno scelto l’astensione, ovvero il nulla in una competizione dove il quorum non è previsto. Sottovalutare la resilienza di questo tessuto democratico, niente affatto concentrato nei bar di Brera a Milano o negli equivalenti che non conosco di Torino, significa privarsi di una visione più completa e credo più esatta di quanto è successo e della realtà che abbiamo di fronte.

    1. Personalmente al referendum ho votato NO, e non perché mi sia lasciato convincere da Repubblica (che non leggo più da tempo), né da Huffington. Questo sito – VOLERE LA LUNA – ha condotto una forte campagna per respingere la pessima riforma costituzionale di stampo populista, esattamente come i compagni di cui parli. Ma ciò non mi impedisce di vedere che il nostro peso (al di là del valore soggettivo dell’impegno) è stato molto limitato. La nostra battaglia appartiene alla microstoria della nostra sinistra, che rispetto alla Storia della nazione è sempre più periferica. Il grosso di quel 30% – e in particolare la parte di elettorato Pd che non ha seguito le indicazioni di Zingaretti – l’ha fatto con motivazioni più vicine a quelle di Molinari che non a quelle di Azzariti. Sono il “ceto medio riflessivo” delle ZTL urbane a cui mi riferisco nell’articolo nel passaggio dedicato – vorrei sottolinearlo – non in generale al voto per il NO ma alla parte di elettorato storico del Pd che non l’ha seguito nella scelta tutta tattica per il SI (se rileggi con più attenzione l’articolo te ne renderai conto, e mi spiace, caro Alfonso, che anche tu sia caduto in quel vizio dell’autoreferenzialità che impedisce troppo spesso di leggere le cose per quello che vogliono dire e non in base alle proprie priorità e passioni soggettive). Se poi vogliamo ragionare sul modo con cui la sinistra-sinistra è stata dentro questa scadenza elettorale (referendum e regionali) con i suoi (pochi) punti di nobiltà e le sue (tante) cadute rovinose, facciamolo, ma sapendo che parliamo di scampoli e che se si vuole uno sguardo generale sul campo politico oggi non è lì che l’occhio deve puntarsi.

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