Dieci anni fa, l’elettorato britannico, compiva una scelta che stupì il pubblico internazionale, quando, al referendum che decideva sulla permanenza del Regno Unito all’interno dell’Unione Europea, i leavers, ovvero quelli che volevano uscire, prevalsero sui remainers, seppure di stretta misura (51,7% contro il 48,3%). Si trattò di un vero e proprio spartiacque per la politica europea, sia perché contraddiceva 70 anni di processi, seppure faticosi e non sempre equi, di integrazione, sia perché rinforzò il populismo sovranista continentale. Un decennio dopo, dalle parti di Londra, sono sempre di più quelli convinti di avere compiuto la scelta sbagliata. Dall’altro lato, Nigel Farage, vero e proprio vincitore morale del referendum sulla Brexit, malgrado sia affiorata l’infondatezza e la manipolazione delle informazioni fornite, continua a crescere, candidandosi seriamente ad entrare a Downing Street.
Come si è arrivati alla Brexit? Come è possibile che, malgrado le ripercussioni negative, la Brexit continui a fare presa dentro e fuori il Regno Unito? Per rispondere a queste due domande, è necessario sviluppare due interpretazioni. La prima, a corto raggio, riguarda il contesto politico e sociale del Regno Unito. La seconda, di portata più ampia, va messa in relazione con due fenomeni: la convinzione che l’ordine liberaldemocratico post-1989 fosse immutabile e solido e la manipolazione della realtà operata dai populisti.
Relativamente al primo versante, va delineata più nettamente la cornice all’interno della quale il referendum prese piede. Alle elezioni europee del 2014, si registrò un’ascesa notevole dei consensi dell’UKIP (United Kingdom Independence Party), guidato da Nigel Farage. Un partito che attingeva (e attinge, nella versione attuale di Reform UK), ai malesseri di un blocco sociale composito. Una classe media alle prese con la precarietà economica e sociale, alle quali risponde facendo leva sulle nostalgie imperiali. Una classe operaia che ancora non ha rimarginato le ferite del thatcherismo, e che vede nella manodopera affluita dall’Europa dell’Est (per esempio, gli 800 mila polacchi) una componente minacciosa per la collocazione nel mercato del lavoro. Infine, i cittadini britannici provenienti dalle ex-colonie, per i quali la britishness rappresenta un valore aggiunto, una spinta all’integrazione, mentre l’Europa non viene percepita come un interlocutore primario. Queste turbolenze che attraversavano, e attraversano, il corpo sociale inglese, si incrociarono, nel 2016, con le conflittualità e le ambiguità della sfera politica. I Tories, allora al governo, si connotano storicamente per una forte conflittualità intestina. Eden fece fuori Churchill, Heseltine fece fuori la Thatcher. L’esito delle elezioni europee del 2014 fornì a Boris Johnson, Liz Truss, Theresa May, Michale Gove, che aspiravano a succedere a David Cameron alla carica di primo ministro, l’occasione per lanciare i loro strali contro il premier. Che rispose assecondando la richiesta del referendum, convinto, come era già successo col referendum sull’indipendenza scozzese, di riuscire, in un colpo solo, di liberarsi sia degli oppositori interni che di Farage. Non a caso, tutta l’opinione pubblica britannica, anche gli stessi leavers, erano convinti che i remainers avrebbero prevalso, pensando che il referendum sarebbe servito soltanto ad indebolire Cameron. La convinzione era ancora più forte anche tra chi sosteneva la necessità di restare nella UE, tanto che il comitato pro-Remain si costituì soltanto un mese prima del referendum, quando i primi sondaggi del Financial Times cominciarono a mostrare che i leavers erano in testa. Da parte sua, il partito laburista, allora sotto la fresca leadership di Jeremy Corbyn, scelse di lasciare libertà di voto ai suoi elettori, contribuendo a complicare il quadro. Il nuovo segretario sapeva che i blairiani erano remainers, e puntava a consolidare la propria guida del partito ammiccando alle frange laburiste più euroscettiche. La notte del risultato, nessun leaver, né Farage né la fronda Tory, avevano un discorso pronto da pronunciare in pubblico, tanto erano spiazzati dal risultato. Quattro anni dopo, la Brexit, divenne operativa, sconvolgendo l’economia e la società di un paese che, dell’immigrazione, ha sempre fatto storicamente uno dei suoi punti di forza. I giovani italiani, greci, spagnoli, che si recavano a Londra per imparare la lingua e poi avviavano attività proprie, la forza-lavoro intellettuale europea collocata negli atenei di Oltremanica, la manodopera polacca, rumena e bulgara tradizionalmente impiegata nell’edilizia, per non parlare dei finanzieri, hanno smesso di affluire nel Regno Unito. Creando una crisi economica e sociale senza precedenti, aggravata dal Covid, che ha finito per alimentare i risentimenti di chi aveva votato la Brexit. Le manifestazioni fasciste, i pogrom contro i rifugiati di questi giorni, ne sono la manifestazione tangibile.
La Brexit, tuttavia, fornisce delle importanti chiavi di lettura ad ampio raggio, relativamente a due aspetti.
Primo. 10 anni fa – oggi lo possiamo dire – a Londra morì l’ordine liberal-democratico insediatosi a partire dalla caduta del muro di Berlino. La convinzione che si vivesse nel migliore dei mondi possibili, che i processi di integrazione economica e culturali fossero irreversibili, è andata in frantumi. Un esito che dobbiamo all’insipienza politica di chi ha portato avanti questi processi. Sia nella versione conservatrice, sia sotto le spoglie della terza via blairian-clintoniana, le politiche economiche e militari, dal 1989 in poi, sono avvenute sotto l’egida del neoliberismo. La centralità del mercato, l’imprescindibilità dell’alleanza atlantica, non sono mai state messe in discussione. Sulla base di questi due capisaldi, la tecnocrazia che governa tra Bruxelles e Strasburgo, è andata avanti a testa bassa, tralasciando gli aspetti relativi alla necessità di creare una nuova coesione sociale, di rafforzare il welfare, di elaborare un significato di comunità a misura della nuova Europa multiculturale. Soprattutto, accettando come ineluttabili e rimuovendo le conseguenze delle loro riforme, anche se distruggevano comunità, identità, professionalità consolidate da secoli, e generavano malessere sociale. Si tratta di un atteggiamento che le élites europee ed europeiste non hanno ancora dismesso, liquidando come anomalie le proteste sociali e politiche diffuse.
Secondo. L’insipienza tecnocratica ha prodotto vuoti progettuali che sfibrano e frammentano ulteriormente il tessuto sociale, creando lo spazio per l’affermarsi di personaggi come Farage, Vannacci, Le Pen, Abascal, Weidel. Personaggi che fanno leva sui risentimenti in modo spudorato e spregiudicato, non disdegnando di mentire. Per esempio, Farage ha ammesso che i suoi proclami relativi ai vantaggi che il sistema sanitario britannico avrebbe ottenuto dalla Brexit erano totalmente infondati. Eppure la gente continua a votarli. In parte perché ritiene le bugie populiste meno gravi di quelle di chi, in nome del mercato e delle opportunità, ha portato disoccupazione, precarietà, guerra. In parte perché nessuno è in grado, o ha voglia, di sviluppare una contro-narrazione convinta, capace allo stesso tempo di smascherare le mistificazioni dei populisti e di produrre un progetto alternativo di società e di economia. In poche parole, nessuno ha voglia di abbandonare la centralità del mercato e quella della NATO. Tanto che l’economia di guerra, oggi, viene considerata una necessità. Fino alla prossima Brexit. Speriamo di no.
