Parola d’ordine: riconvertire e riconvertirsi

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Pace e guerra

È ancora in primo piano, purtroppo, l’impegno prioritario contro la guerra, che rischia di estendersi e divenire mondiale. Indubbiamente la somma dei conflitti in corso sul nostro pianeta costituisce da tempo un evento su scala planetaria, ma questa volta l’entrare in campo, in maniera diretta, di uno Stato come la Russia, dotato di armi nucleari, con gli Stati Uniti e la NATO – anch’esse potenze nucleari – che, dal canto loro, forniscono armi all’Ucraina aggredita, fa aumentare notevolmente il rischio di un’escalation alla fine non più controllabile. Il NO alla guerra “senza se e senza ma” deve risuonare estremamente forte: pur convinti che vi sia un Paese aggressore e uno aggredito che si difende, il movimento pacifista deve crescere, mobilitarsi, riuscire a incidere sull’opinione pubblica e sui decisori politici portando avanti l’obiettivo del “cessate il fuoco” e dello sviluppo delle trattative diplomatiche. La guerra significa solo morti e distruzioni, che colpiscono più che altro la popolazione civile ed ha conseguenze tremende, che durano nel tempo.

Le assimilazioni della situazione ucraina alla Resistenza che ebbe luogo nel periodo dal 1940 al 1945 in molti paesi europei, o con la guerra di Spagna per la difesa della repubblica degli anni ‘30, non sono validi, a mio parere, perché la situazione è profondamente cambiata. Prima di tutto, in quanto oggi esistono le armi nucleari e il loro uso potrebbe portare alla distruzione del pianeta, o comunque ad un ritorno, per i sopravvissuti, all’età delle caverne (è stato detto da Albert Einstein, all’inizio dell’era atomica, che non si sapeva bene quali ordigni sarebbero stati messi in campo in una eventuale terza guerra mondiale, ma si poteva essere certi che quella dopo sarebbe stata combattuta con le lance e con le pietre). In secondo luogo, perché la lotta armata degli anni ‘40 fu di supporto all’azione bellica, già vincente, condotta dalle nazioni alleate contro il nazi-fascismo, un potere e delle idee aberranti che erano un vero e proprio attentato contro l’umanità. Inoltre, perché sempre di più sono le città e le donne, gli uomini, i bambini che le abitano a subire le conseguenze devastanti dei conflitti – le immagini di Hiroshima e Nagasaki colpite dalle bombe atomiche sganciate dagli aerei statunitensi dovremmo sempre averle davanti agli occhi, come pure dovremmo sempre ricordare gli effetti, comunque e dovunque, dei bombardamenti – quello di Guernica di oltre 80 anni fa è stato immortalato dal dipinto di Pablo Picasso – e cioè i morti, le distruzioni, le colonne di profughi (morti, distruzioni, profughi che vediamo oggi nelle immagini della TV relative all’invasione russa dell’Ucraina) –. E ancora, perché la guerra costituisce l’attacco più grave alla natura, all’ambiente, alle più elementari condizioni di vita sul pianeta, già messe a dura prova da molti altri fattori.

È tempo quindi di porre la guerra “fuori dalla storia”, come ha detto con grande efficacia Gino Strada, uno degli “uomini di pace” più significativi di questi ultimi decenni, un “uomo di pace” che alle parole accompagnava i fatti, e cioè la sua attività di cura e di sostegno a chi era vittima delle imprese belliche nei luoghi “più caldi” – per il “fuoco” delle armi – del pianeta. Come in passato è stata posta “fuori dalla storia” la schiavitù (almeno in via di principi, anche se non sempre in concreto), così deve divenire un comandamento a livello mondiale quanto viene affermato nell’articolo 11 della Costituzione italiana, e cioè “il ripudio della guerra”.

Ripudiare la guerra non può essere solo un’affermazione di principio: si deve necessariamente tradurre nel contrasto deciso all’aumento delle spese militari (di cui, anzi, va rivendicata una sostanziosa diminuzione), nella richiesta pressante della riconversione delle fabbriche d’armi, con il contemporaneo sviluppo di un confronto con le organizzazioni sindacali per l’elaborazione di proposte fattibili di produzioni alternative (come si era avviato a fare negli anni ‘70), nel rilancio della campagna per l’adesione dell’Italia al TPAN (Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari) e per la rivalutazione del ruolo di organismi internazionali come l’ONU.

La crisi ambientale e climatica

Il NO alla guerra si intreccia inevitabilmente con le indispensabili azioni per far fronte alla crisi ambientale e climatica. Non si tratta di mettere in atto qualche misura emergenziale, da cui magari tornare indietro non appena vi sono accenni di un temporaneo rallentamento della crisi in corso, quanto piuttosto – naturalmente insieme ai provvedimenti di carattere generale ‒ di abbandonare modi di vita e abitudini consolidate. Ma occorre una svolta profonda sul terreno energetico, tesa a sviluppare le energie rinnovabili e a porre fine in tempi brevissimi all’uso dei combustibili fossili, del gas, del metano, senza, peraltro, tornare al nucleare.

È necessario un forte movimento popolare che riesca ad imporre le scelte necessarie a livello istituzionale e che, nel contempo, costruisca un pensiero nuovo in grado di proporre modalità di vita diverse. Va recuperato e dato il giusto valore al ruolo delle piccole comunità (di paese, di quartiere, di caseggiato), le uniche che possono veramente cercare di far diventare egemone, attraverso un confronto serrato, tale pensiero nuovo. Risulta indispensabile uscire dalla logica che ha portato ai grandi centri commerciali, divenuti dei templi del consumismo verso i quali si va anche durante le gite domenicali, per tornare alla dimensione dei negozi di vicinato, ai prodotti a chilometro zero, ai piccoli cinema rionali, parrocchiali e laici, alla realtà del quartiere. In altre parole, vanno riportate a livello di massa quelle che sono le modalità “di nicchia” di piccolissime minoranze. È una parte, non secondaria, della riconversione ecologica che dobbiamo affrontare se vogliamo che esista un futuro per le prossime generazioni.

A volte ‒ e questo è il caso ‒ per andare avanti occorre fare parecchi passi indietro. Riscoprire, per chi le ha vissute negli anni ‘40 e ‘50, le piccole dimensioni rionali, i rapporti di vicinato, alcuni canali di comunicazione e di aggregazione del tutto dimenticati, sarà indubbiamente piacevole. Ma anche scoprirle per la prima volta, per chi è cresciuto in una realtà del tutto diversa, potrà aprire nuove possibilità. Della riconversione ecologica, accanto a tutto ciò che riguarda l’industria (da trasformare profondamente, chiudendo alcuni settori ed aprendone altri), i trasporti (urgono un drastico ridimensionamento dell’uso dell’auto, anche di quella elettrica, ed un effettivo potenziamento dei mezzi pubblici), le abitazioni (da dotare il più possibile di pannelli solari e di tutto ciò che facilita l’uso delle energie alternative), fanno parte anche questi aspetti ed è indispensabile cominciare ad affrontarli.

Il ruolo dell’associazionismo e delle istituzioni

L’associazionismo con articolazioni territoriali può (deve) avere un ruolo importante in tutto questo, stimolando e favorendo la realizzazione di piccole comunità, offrendo spazi per i necessari incontri, promuovendo dibattiti e confronti che portino a sviluppare nuovi modi di pensare e una nuova cultura, in sintonia con i cambiamenti da portare avanti. E anche le istituzioni dovrebbero riprendere un compito svolto in passato ‒ prima del prevalere dell’aspetto decisionale su quello partecipativo ‒ con l’intento di ampliare la partecipazione dei cittadini e delle cittadine al governo della “cosa pubblica” e dei beni comuni, nell’ottica, appunto, di un coinvolgimento, il più ampio possibile, della popolazione nei processi di riconversione, difficilmente realizzabili se imposti dall’alto o se patrimonio di gruppi ristretti.

In questa prospettiva riacquista senso la politica e può ricomporsi una sinistra visibile ed efficace, che sappia unire ai punti che la qualificano come tale, quelli dell’uguaglianza e dei diritti sociali e civili, l’obiettivo della riconversione ecologica proiettata nei comportamenti individuali e collettivi a livello di territorio. E con tali processi dovranno misurarsi i movimenti delle donne, a cominciare da Non Una di Meno, quelli ambientalisti (Fridays for future, Extincion Rebellion …), quelli partiti da vertenze particolari che poi hanno assunto valenze generali (i lavoratori e le lavoratrici della GKN, i NO TAV …), quelli che si rifanno ai valori dell’antifascismo, dell’antirazzismo, dell’antisessismo), quelli che cercano di far convergere esperienze ed iniziative diverse (come sta facendo la Società della Cura, che ha l’obiettivo di assumere la cura delle altre persone, dell’ambiente, di se stessi – e non più il profitto ‒ come punto di riferimento delle azioni individuali e collettive).

Si ripropone il vecchio motto ambientalista “pensare globalmente e agire localmente”: da un lato, infatti, abbiamo l’utopia di una concezione del mondo che superi i sovranismi e le visioni identitarie delle piccole patrie nazionali, dall’altra l’operare nei vari territori per rendere concreto, passo dopo passo, tale cammino, attuando quanto è necessario per la riconversione ecologica. È un percorso difficile, irto di ostacoli, di sbarramenti posti dalle multinazionali (in primo luogo quelle delle energie fossili), dai potentati che agiscono per gli utili immediati senza pensare alle prospettive future e avendo come principale riferimento l’andamento del mercato e delle borse, dai produttori e dai commercianti di armi, dai “signori della guerra”, dagli ideologi del neo-liberismo e della concorrenza, dal capitalismo che si presenta con volti diversi ma che mantiene il profitto come sua unica bussola e l’elenco potrebbe proseguire. A fronte ci sono le esperienze solidali, i movimenti che cercano di portare avanti le idee e le elaborazioni dei Social Forum della fine del secolo scorso e degli inizi degli anni 2000, coloro che conducono quotidianamente le lotte per i diritti sociali e civili, le iniziative di democrazia partecipativa e diretta, le realtà che tentano di dare voce e protagonismo agli emarginati ed agli esclusi, chi mette la cultura al servizio delle istanze di cambiamento e di progresso.

È, ancora una volta, Davide contro Golia, un Golia assai più forte e gigantesco di quello biblico. Ma per chi ritiene che occorra cercare di assicurare un futuro all’umanità, si tratta di un percorso obbligato, fatto sia di iniziative per cambiare le politiche generali che di scelte individuali. Penso che valga la pena di provarci.

Gli autori

Moreno Biagioni

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