Lo sport e i “nuovi” italiani

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Spesso la società civile precede la politica e le dà una spinta a legiferare. Le leggi sul divorzio e sull’aborto hanno ribadito questa tendenza. Ma in tema di pressione e di anticipazione del futuro lo sport offre talora lezioni sia alla società civile che alla politica.

Un esempio per tutti.

Nell’agenda del Governo la doverosa previsione dello ius soli è stata non solo rinviata ma addirittura cassata dal contratto bipartitico. Ma su piste, pedane, campi di gioco, impianti agonistici, la perequazione tra italiani di diversa provenienza è già avvenuta nei fatti e messa a regime in modo pacifico. Senza sconquassi, clamori e rigurgiti di razzismo. Così la foto che ritraeva in black le quattro azzurre della 4 x 400 trionfante ai Giochi del Mediterraneo del 2018 di Tarragona è diventata una bella cartolina del Paese. Ludoko, Grenot, Chigbolu, Folorunso. Quattro ragazze che per motivi eterogenei hanno scelto l’Italia provenendo da continenti diversi, in massima parte dall’Africa. Con un genitore italiano, connazionali per adozione, per matrimonio o per scelta. Non ci doveva essere meraviglia nel guardare la foto perché quelle ragazze erano tout court italiane e il colore della pelle nell’atletica non rappresenta un’eccezione ma la regola. Anche altri tra i pochi medagliati azzurri agli europei di Berlino (Crippa, Chiappinelli) vengono dall’Africa (Etiopia) ma hanno scelto o sono stati scelti dall’Italia.

Il regime di riconoscimento della cittadinanza, in generale, porta vantaggi a tutti, anche al PIL e persino al ramo spesso giudicato rinsecchito della previdenza, come è pronto a testimoniare il presidente dell’INPS Boeri. Nello sport esso abbraccia casi e problematiche diverse. Non si pasce di una giurisprudenza rigorosa e scientifica.

Lo sport ha, in questo caso, un vantaggio perché prevede una corsia preferenziale di cui altri stranieri, specie se extra-comunitari, non godono. La naturalizzazione, il riconoscimento di nazionalità, l’emissione di un passaporto, spesso vengono concessi a tempo record per il traguardo di una medaglia, la beatificazione del presidente federale che ha condotto l’operazione, la gratificazione del CONI e del sottosegretario governativo che si occupa di sport. È, comunque un esempio, la traccia da seguire perché diventi bene e patrimonio di tutti. Senza demagogia, ma pronti ad abbracciarlo come una fonte di progresso.

Un capolinea di questa emancipazione c’è stato quando il portabandiera azzurro in un’Olimpiade fu Carlton Myers, cestista di origini caraibiche ma italiano a tutti gli effetti. Non sono meno italiani Juantorena e Zsaytev, insostituibili pilastri della nazionale di pallavolo che con loro è approdata alla medaglia d’argento ai Giochi di Rio e senza di loro è miseramente affondata nella stagione 2017. E sarebbe ancora più piccola senza questi arruolamenti l’Italia del basket, quella capace di schiantarsi contro l’Olanda, ma ora rafforzata dagli innesti di Brooks e Burns, italiani per matrimoni e non di comodo (come quello verso cui fu indirizzato Stonerook a Siena, per liberare un posto in squadra a un ulteriore straniero).

Ci chiediamo spesso se siamo un popolo di razzisti, magari parafrasando il motto utilizzato all’epoca del Berlusconi trionfante (“Non sono berlusconiano ma temo il Berlusconi che è in me”). Giustamente. Ma lo sport è già avanti. Ci precede metaforicamente di un secondo o di un centimetro.

Dei rigurgiti di inciviltà si continuano, peraltro, a respirare. A cominciare dalle tribune del calcio. Dove un tifoso qualunque mormora il suo “buh” all’indirizzo del calciatore di colore della squadra avversaria, dimenticando che anche la sua ne ha mandato in campo uno o più con quel colore della pelle. Cecità dello sport più popolare. E non solo.

Abbiamo tirato un sospiro di sollievo quando abbiamo scoperto che la discobola Daisy Osakue, colpita all’occhio da un lancio di uova, non era stata vittima di un agguato razzista bensì bersaglio di demenziali derive teppistiche. Ma non bisogna abbassare la guardia. E non ricorrere alla demagogia, che è un razzismo alla rovescia. Il “buonismo” è una tentazione pregiudiziale che va scartata a priori. Se giudico Balotelli, il mio metro deve essere lo stesso riservato a un altro qualunque titolare convocato in azzurro da Mancini.  

About Daniele Poto

Daniele Poto, giornalista sportivo e scrittore, ha collaborato con “Tuttosport” e con diverse altre testate nazionali. Attualmente collabora con l’associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Ha pubblicato, tra l’altro, Le mafie nel pallone (2011) e Azzardopoli 2.0. (2012).

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