Osservando le pronunce della Corte Suprema statunitense di questo term è davvero difficile non vedere come, in perfetta simbiosi con Trump, essa non stia facendo altro che mettere in atto il così detto Project 2025: quel programma di ultra destra dell’Heritage Foundation, che quest’ultima – fin dai tempi di Ronald Reagan – ha tentato di implementare e da cui l’attuale presidente aveva ipocritamente dichiarato di prendere le distanze durante la campagna elettorale. I legami fra i giudici conservatori della Corte Suprema, Trump e la Heritage Foundation, passano per quei denari – il così detto dark money – attraverso cui le grandi corporation e i miliardari che ne sono (temporanea) espressione finanziano tutti: le campagne elettorali della destra (fra cui ovviamente quella di Trump), le organizzazioni che hanno collaborato al progetto della Heritage Foundation e soprattutto la Federalist Society, che seleziona i candidati conservatori per la carica di giudici della Suprema Corte, grazie al ruolo centrale nella raccolta fondi di quel denaro opaco (sono finanziamenti politici la cui provenienza non è resa pubblica) ricoperto dal suo presidente Leonard Leo (sul punto si veda L. Litman, Lawless, Simon & Schuster, 2025, pp. 143 ss.). Il programma è chiaro, così come è evidente la sua implementazione da parte di Trump e dell’attuale Corte Suprema a super maggioranza conservatrice. Le apparenti deviazioni da esso nelle pronunce di questo term della Corte Suprema sono puro fumo negli occhi affinché sia meno visibile lo stretto legame fra la sua interpretazione della legge -ordinaria e costituzionale – e la politica ultra conservatrice che porta avanti.
Il più importante obiettivo del pensiero di ultra destra, che ha trovato forma nel Project 2025 e che è stato implementato a tambur battente da Trump e dalla Corte Suprema, è lo smantellamento del così detto deep state, ossia dello Stato amministrativo, in nome di un’idea di un esecutivo forte, espressione della così detta unitary executive theory. Secondo questa teoria, che nella sua formulazione più estrema trova radici in pensatori come il filosofo politico Leo Strauss, negli autori legati al Claremont Institute – fra cui l’attuale capo dell’ufficio del bilancio e del management, Russell Vought, considerato uno degli architetti principali del Project 2025 – e negli scritti più recenti del giurista Adrian Vermeule, il potere esecutivo non è mai attribuito “in via propria ai funzionari subordinati o alle agenzie amministrative”. Esiste, piuttosto, un unico potere esecutivo, quello del Presidente, il quale “soltanto incarna e conferisce efficacia giuridica ai poteri di tutti i suoi subordinati”. Ne consegue che nessun appartenente al ramo esecutivo può considerarsi indipendente dal Presidente o opporsi, tanto meno sottrarsi, alla sua volontà. Il governo dell’esecutivo deve disporre del massimo margine di discrezionalità nell’azione e del massimo potere nell’attuazione delle proprie decisioni, senza essere sottoposto al vaglio dei funzionari pubblici o dei consulenti legali né dover riconoscere particolare deferenza al controllo dei giudici. Il presidente in questa prospettiva diventa, insomma, un vero Re! Ridimensionare lo Stato amministrativo e regolatore, nato durante l’epoca progressista e il New Deal e poi riaffermato dal Congresso negli anni ’70 del secolo scorso per reagire agli abusi di potere commessi da Richard Nixon, rappresenta dunque un imperativo del pensiero che vuole la concentrazione del potere esecutivo nelle mani del presidente. Si tratta del programma messo in pratica dall’amministrazione Trump fin dal suo esordio, con l’aiuto di Musk e del suo DOGE, ma soprattutto fin da subito sostenuto – in via interlocutoria prima e in via definitiva oggi – dall’attuale Corte Suprema composta da sei giudici assolutamente allineati. Dopo la pronuncia del 22 maggio dell’anno scorso, Trump v. Wilcox, che aveva consentito a Trump di rimuovere senza motivazione componenti di due agenzie amministrative nonostante il parere contrario delle corti inferiori, la Corte Suprema ha dato oggi il via libera definitivo alla teoria dell’esecutivo unitario. Con la decisione Trump v. Slaughter del 29 giugno, i sei giudici conservatori rovesciano, infatti, un precedente del 1935 (Humphrey’s Executor v. United States, che aveva impedito a F.D. Roosevelt di licenziare un componente repubblicano proprio della Federal Trade Commission, o FTC) e, in nome di un principio costituzionale – contenuto nell’art. II – che vorrebbe tutto l’esecutivo alle sue dipendenze, dichiarano il presidente legittimato a sbarazzarsi a suo piacimento dei vertici delle agenzie amministrative indipendenti – che ora indipendenti non saranno più – se non sono d’accordo con la sua linea politica.
È questo un passo decisivo verso lo smantellamento dello Stato amministrativo e verso il controllo politico totale da parte del presidente in carica di tutti quegli organi che per legge del Congresso – proprio perché slegati nella nomina dei loro vertici dall’esecutivo in carica – dovevano invece garantire, in nome dell’interesse collettivo, un’imparziale applicazione delle regole volte a limitare tanto gli abusi presidenziali quanto quelli del grande business. Si tratta di quelle agenzie poste al controllo delle emissioni inquinanti, come l’EPA (Environmental Protection Agency) o che – come la FTC su cui la Corte è intervenuta – sono deputate a frenare i monopoli o a impedire gli abusi corporate nei confronti del lavoratori, o che tutelano questi ultimi nelle vertenze contro i datori di lavoro, come nel caso del National Labour Relations Board – su cui la Corte si è concentrata in via interlocutoria nel maggio scorso – o che si occupano della sicurezza dei prodotti, e via elencando.
Attraverso il controllo delle agenzie amministrative concessogli dalla Corte Suprema il presidente potrà ora legittimamente favorire – come peraltro sta già facendo – un capitalismo corporate sfrenato, volto all’estrazione senza limiti dal pianeta e dalle donne e dagli uomini che lo abitano. Avrà il potere, insomma, insieme alla sua amministrazione, di produrre la definitiva e totale cattura dello Stato e del diritto da parte delle corporation, che con i loro soldi dirigono il pensiero ultra conservatore vincente e che – senz’anima, né cuore, né prospettive più lunghe della trimestrale di cassa – guadagnano ogni qualvolta l’umanità perde. Nelle parole della commissaria della FTC che ha perso la causa di fronte alla Corte Suprema, Rebecca Slaughter: «Le agenzie indipendenti, come la Federal Trade Commission (FTC), sono state istituite per svolgere un ruolo di vigilanza nei confronti delle grandi imprese, senza interferenze da parte del Presidente […]. La decisione di oggi consente ai presidenti di rimuovere gli organi di controllo che si rifiutano di anteporre la politica ai principi e di sostituirli con funzionari compiacenti. È una ricetta per la corruzione, e saranno le famiglie lavoratrici a pagarne il prezzo».
Certo, si dirà, la Federal Reserve è per ora salva dall’ingerenza del presidente sulle sue scelte di politica monetaria, perché con Trump v. Cook, decisa lo stesso giorno di Trump v. Slaughter, la Corte Suprema (con una risicata maggioranza di 5 a 4) ha preservato i membri del suo Consiglio dei governatori da una rimozione ad nutum, ossia a discrezione del presidente. Si è trattato certamente di un modo per non esagerare nel conferire poteri assoluti a Trump e in ogni caso di un trattamento riservato esplicitamente solo alla Fed e neppure troppo in contrasto con quel che in questo caso il presidente chiedeva. Trump non aveva, infatti, mai asserito il potere di rimuovere ad nutum Lisa Cook, ma aveva indicato come motivo una possibile frode ipotecaria da lei commessa e l’aveva conseguentemente rimossa dall’incarico. Quel che la Corte ha affermato è il diritto della governatrice della Fed di difendersi in Corte dalle accuse, senza peraltro chiarire quali sono i comportamenti scorretti che consentono al presidente di disfarsi di lei. Una questione procedurale, insomma, ha commentato Trump, che lo porterà infine a prevalere.
Il secondo importante obiettivo del Project 2025, è la cacciata dei migranti, anch’essa – com’è noto – implementata nella maniera più feroce dall’amministrazione Trump. Pure in questo caso l’appoggio della super maggioranza conservatrice della Corte Suprema è stato fin dall’inizio incondizionato, laddove già in via interlocutoria essa aveva dimostrato di allinearsi alla politica migratoria fatta di retate condotte in maniera abusiva, con le quali gli agenti dell’ICE hanno terrorizzato la popolazione, macchiandosi di crimini (tra cui i noti omicidi di Renee Good o Alex Pretti) per cui è stata garantita loro l’immunità da parte dell’amministrazione Trump. Già il 19 e il 30 maggio 2025 la Corte aveva dato il via libera, nonostante decisioni di Corti federali inferiori di segno opposto, alla revoca da parte dell’amministrazione Trump rispettivamente della protezione temporanea (TPS) nei confronti di 350.000 venezuelani, nonché di un programma umanitario introdotto durante la presidenza Biden, concepito per concedere un permesso di soggiorno temporaneo a oltre 500.000 immigrati provenienti da Paesi colpiti da guerre o gravi crisi politiche. D’altra parte nel settembre del 2025, con Noem v. Vasquez Perdomo, la Corte Suprema aveva acconsentito alla profilazione razziale messa in atto dall’ICE, che durante le sue retate in California indirizzava la sua ferocia nei confronti di chi appariva straniero per il colore della pelle o per il suo accento nella parlata inglese. Per non dire della pronuncia, DHS v. DVD, del giugno dell’anno scorso, con cui la Corte aveva autorizzato l’atroce pratica, messa in atto dall’amministrazione Trump, di inviare in paesi terzi (dilaniati magari da guerre o martoriati da virus come la Repubblica Democratica del Congo) i migranti che non possono essere deportati a casa propria, perché rischierebbero di esservi perseguitati per ragioni politiche o altro.
Con le decisioni Mullin v. Doe e Mullin v. Al Otro Lado del 25 giugno di quest’anno, la Corte ha confermato – con i soliti 6 voti della maggioranza conservatrice – il suo definitivo appoggio alla politica anti-migranti dell’amministrazione Trump e dato il colpo di grazia ai richiedenti asilo negli States. Con la prima pronuncia, essa ha autorizzato la cessazione da parte dell’amministrazione Trump del programma di protezione temporanea umanitaria di Haitiani e Siriani, nonostante le chiare violazioni di legge occorse nel processo decisionale. Si tratta di una decisione le cui conseguenze vanno ben oltre i 350.000 Haitiani e i 6.100 Siriani che vivono e lavorano negli Stati Uniti – rispettivamente dal 2010 e dal 2011 – e che ora dovranno rientrare nei paesi di origine dilaniati da violenze e conflitti interni, pena la loro deportazione (senza contare le sanzioni inflitte a chi dia loro ancora lavoro). I suoi effetti ricadono, infatti, altresì su più di un milione di persone – provenienti da 13 paesi – protette da simili permessi umanitari, che Trump ha dichiarato di voler cancellare o ha già cancellato e la cui situazione è oggi in discussione di fronte alle Corti inferiori. Con la seconda decisione, la Corte ha stabilito che è lecito respingere i migranti che chiedono asilo lungo il confine tra Stati Uniti e Messico, impedendo loro fisicamente di entrare nel territorio statunitense per presentare domanda di protezione dalle persecuzioni cui sono esposti nei rispettivi paesi di origine. Nelle parole pronunciate – per la minoranza – ad alta voce dalla giudice dissenziente Sotomayor, ciò significa che la Casa Bianca sarà sempre libera di “aggirare” le procedure previste dalla legge per garantire che ogni domanda di asilo sia esaminata individualmente “anche quando è certo che il richiedente asilo sarà perseguitato o ucciso se verrà respinto”. Gli Stati Uniti sono ormai finalmente “completamente chiusi ai richiedenti asilo” ha dichiarato la mente diabolica della Casa Bianca dietro la politica anti-migranti, Stephen Miller, illustrando così le ricadute concrete di questa decisione della Suprema Corte.
È in un simile quadro di autorizzazione alla deportazione e al respingimento di un sempre maggior numero di migranti che si può leggere la decisione Trump v. Barbara, con la quale il 30 giugno di quest’anno la Corte ha respinto la modifica costituzionale della cittadinanza per nascita – il così detto ius soli – richiesta da Trump. Più che un segnale di indipendenza della Corte – come è stata letta dai più – essa appare in verità come la foglia di fico che, nel nascondere il reale completo appoggio della Corte alle politiche conservatrici di Trump, le consente al contempo di non essere etichettata come politicamente catturata. Grazie alle sue pronunce sulla questione migratoria si assisterà, infatti, a una progressiva diminuzione dei non cittadini in terra statunitense, cui contribuiscono oggi, da un canto, la riforma del sistema di reinsediamento dei rifugiati (che risulta di fatto riservato in larga misura a cittadini sudafricani bianchi) e, dall’altro, l’entrata in vigore (dal primo gennaio 2026) di un travel ban, che impone restrizioni all’ingresso negli Stati Uniti dei cittadini di ben 39 Paesi, oltre a coloro che viaggiano con documenti rilasciati dall’Autorità Palestinese (PA). In un tale contesto è allora chiara l’ipocrisia di fondo di una Corte Suprema che non cancella lo ius soli, ma che al contempo con le sue decisioni alimenta le espulsioni e la chiusura delle frontiere agli stranieri, contribuendo di fatto a eliminare la possibilità stessa che le nascite “sul suolo” da parte di non cittadini avvengano. Così come risulta evidente che il Project 2025 continua a rappresentare il riferimento ideologico di una Corte la cui mancanza di neutralità è fuori discussione.
