Perché, nel referendum, voterò No (e sul PD…)

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A 40 giorni dall’election day per alcuni Consigli regionali e per un referendum costituzionale che il Movimento 5Stelle considera una “svolta storica”, continua il silenzio dei media su una prova da cui potrebbe dipendere il futuro della nostra democrazia. Tuttavia chi si attendeva un Sì plebiscitario al “taglio dei parlamentari”, ha voluto abbinare il voto per il referendum a quello per le Regioni, nel timore di una clamorosa astensione (anche se in questo caso la validità del voto non dipende dalla percentuale degli elettori). E ora cerca di evitare un dibattito che potrebbe favorire il No.

Sui quotidiani si discute più delle presidenziali americane che di una riforma che potrebbe stravolgere la rappresentanza parlamentare in Italia. Il PD, che per tutto l’iter parlamentare della riforma aveva votato No, a difesa della centralità del Parlamento, quando si è trattato di varare la “svolta”, dalla maggioranza giallo-verde a quella giallo-rossa, ha subìto il diktat dei 5Stelle, sperando di condizionare il voto al referendum con l’impegno ad approvare «prima di quel voto» una legge elettorale “proporzionale”.

Quando, pochi giorni fa, sugli schermi televisivi compare l’annuncio di Palazzo Chigi sulle elezioni del 20 settembre, sulle pagine dei giornali dominano ancora altri argomenti. Il 5 agosto è sembrato che la Repubblica, avesse infranto la congiura del silenzio, pubblicando in prima pagina questo titolo: Zingaretti lancia un ultimatum sulla legge elettorale. Con scetticismo, ho commentato: «Questo ultimatum cadrà nel vuoto; stiamo ormai precipitando verso il referendum e il paracadute del proporzionale potrebbe non aprirsi». Quel giorno il Corriere della Sera è stato a guardare, e La Stampa ha dedicato all’ultimatum un corsivo avvelenato: anche Zingaretti si era detto favorevole al maggioritario. Il giorno dopo i quotidiani hanno registrato le reazioni dei 5Stellati: «Ci sono problemi più importanti per il Parlamento»; «Della legge elettorale si discuterà dopo il referendum». E il 7 agosto, Di Maio ha risposto a Zingaretti con parole che ricordano lo «stai sereno» di Renzi a Letta: «Discutete pure del taglio dei parlamentari, la storia non si ferma». E cresce lo sconcerto per la fragilità della strategia del PD, quando Maria Elena Boschi dichiara che «la priorità di questo momento è la crisi economica e sociale, non la legge elettorale». E il “governatore” Bonaccini, dichiara al Corriere: «La politica non discuta di regole, anche se importanti, mentre le aziende chiudono».

Con l’incipit di questa intervista Bonaccini si è smarcato dal segretario del PD anche sulla questione referendaria: «Io che i populisti li ho battuti, dico sì al taglio dei parlamentari». In realtà ci sarebbe da discutere su questa affermazione: quando abbiamo commentato l’esito delle elezioni regionali, gli abbiamo riconosciuto di avere amministrato bene l’Emilia Romagna, e di “averci messo la faccia” nella polemica elettorale… Tuttavia non si può ignorare il contributo dato dalle “sardine” all’esito di quel “braccio di ferro” tra democratici e populisti. E non si può dimenticare che nei comuni rurali e di montagna dell’Emilia-Romagna la candidata di Salvini aveva conquistato la maggioranza dei voti. Il fatto è che la “personalizzazione” è dilagata, non ha confini politici…

Continua il silenzio dei media, mentre sui social si registra una qualche presenza di quanti sono contrari al referendum: “IoVotoNo”. E io twitto: «Il maggioritario fa rima con potere e con presidenzialismo; il proporzionale con pluralismo, anima della democrazia e della centralità del Parlamento. Tuttavia, chi, anche a sinistra, non è stato tentato… alzi la mano. Dal giacobinismo è fatale che si scivoli nel bonapartismo». E ho aggiunto: «La proporzionale allo statu nascendi comportava che gli elettori scegliessero tra i candidati chi votare. Contro le preferenze, considerate responsabili della degenerazione della politica e infine della partitocrazia, si è accanito nel ’90 il referendum Segni. Conclusione: la partitocrazia senza partiti, i nominati». E ho precisato: «Non a caso i nemici del Parlamento e della democrazia, vorrebbero cancellare dalla Costituzione la norma “senza vincolo di mandato”, per avere un’assemblea di sudditi… e un Capo con pieni poteri, eletto dalla piazza».

Anche per queste ragioni, per difendere la centralità del Parlamento, il 20 settembre voterò No, poiché il taglio dei parlamentari è una minaccia per il pluralismo, garanzia di democrazia; è una minaccia per la democrazia liberale.

Penso, tuttavia, che sia necessaria una riflessione sull’importanza del “contesto” nel quale si sono affermate la tendenza alla personalizzazione della politica e una riforma di stampo sovranista che apre le porte alla “democratura”. Su queste questioni manca una riflessione politica del Partito democratico, manca una visione che dovrebbe riguardare, in primis, l’identità del partito. Qual è “il contesto” nel quale si colloca la linea politica del PD, quale il suo rapporto con il sistema elettorale?

Finalmente sabato 8 agosto ho letto su Avvenire che alcuni cattolici democratici del PD hanno deciso di votare No, contro una scelta populista che rischia di colpire al cuore la Costituzione; e domenica ho letto sull’Espresso un articolo di Gianni Cuperlo che motiva la sua scelta per il No. A conclusione del suo intervento Cuperlo indica finalmente per quale motivo il PD ha sopportato un silenzio, un rinvio, che lo ha seriamente indebolito: «Dicono gli esponenti di punta dei 5Stelle che la scelta del No romperebbe gli accordi, sancirebbe la fine dell’esperienza di governo e forse della legislatura. Quanto al governo – dice Cuperlo – sono dell’idea che non accadrebbe…».

E allora il 20 settembre voterò No “per difendere la Costituzione”. Se la politica è rischio e coraggio, e i “democratici” non dimostrano di avere coraggio in questa circostanza, quando mai lo dimostreranno?

 

L’articolo è tratto da “Rinascita popolare” del 14 agosto

4 Comments on “Perché, nel referendum, voterò No (e sul PD…)”

  1. Caro Guido,
    questa volta dissento da te e da tanti altri amici e compagni che, insieme con me, giustamente si opposero alla riforma Renzi. Voto e m’impegno per il SI al taglio del numero dei parlamentari perchè:
    – il lavoro parlamentare è più efficace e più dignitoso se non è pletorico;
    – la riduzione del numero dei parlamentari obbliga finalmente governo e parlamento a mettere mano alla legge elettorale vigente, vergognosa perchè produce “nominati” a centinaia;
    – la riduzione ci allinea con i numeri degli altri paesi occidentali,
    a dispetto di quanto affermano molti propagandisti del NO, mettendo sullo stesso piano camere di eletti direttamente dal popolo e con pari poteri – come in Italia e Stati Uniti – e camere di nominati o indirettamente eletti, con poteri minori o inesistenti!
    Con sempre viva stima ed amicizia,
    Gian Giacomo Migone
    giangiacomo.migone@gmail.com

    1. La colpa è della Costituzione o del Parlamento che ritiene di far da scendiletto al governo rinunciando alle sue garanzie costituzionali?

  2. Mi aspettavo delle risposte più concrete alla domanda posta dal titolo “Perché voterò NO…”, ma sono rimasto deluso; niente, nessuna risposta.
    Certo, il problema principale è la legge elettorale, ma cosa c’entra questo con la riduzione dei parlamentari? Cosicché i toni allarmistici e apocalittici, “minaccia per il pluralismo…per la democrazia liberale…un colpo al cuore la Costituzione” ecc. servono solo a riempire il vuoto di argomenti a sostegno del NO.
    In realtà questo referendum non cambierà niente nella politica italiana sia che vinca il SI che il NO.
    Sono d’accordo con Gian Giacomo Migone, è la legge elettorale il problema e va cambiata in senso proporzionale.
    E se votare SI può contribuire a cancellare l’obbrobrio della legge elettorale maggioritaria, ben venga.

    1. Non capisco in che modo votare Si possa contribuire a ritornare al proporzionale. Al contrario, una vittoria del Si verrebbe letta come una legittimazione popolare del percorso di accentramento dei poteri in corso da trent’anni, al di là del merito giuridico del quesito, e quindi faciliterebbe ulteriori passi in quella direzione.

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