Contro la cultura del maggioritario

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La legge elettorale costituisce la cinghia di trasmissione fra società, politica e istituzioni, fra sistema politico e forma di governo, connota la rappresentanza e, di conseguenza, la democrazia. Riflette l’opzione per un modello di rappresentanza e di democrazia: la formula proporzionale rinvia alla democrazia pluralista e conflittuale, un sistema nettamente sbilanciato in senso maggioritario e incentrato intorno alla figura di un capo, alla democrazia identitaria e decisionista, all’ossimorica democrazia del capo.

Se più sistemi possono essere coerenti con la forma di governo e di Stato delineata nella Costituzione, non si può produrre «una eccessiva divaricazione tra la composizione dell’organo della rappresentanza politica, che è al centro del sistema di democrazia rappresentativa e della forma di governo parlamentare prefigurati dalla Costituzione, e la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto, che costituisce il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare» (Corte costituzionale, sent. n. 1 del 2014). La legge elettorale assicura la partecipazione attraverso il medium della rappresentanza, che tale deve restare e non scadere in finzione e occultare meccanismi di decisione elitari. Questo è il terreno sul quale ragionare di sistema elettorale, non proiezioni sugli esiti delle prossime elezioni, pareggi, equilibri delle coalizioni, calcoli ingegneristici per assicurarsi la vittoria (fra l’altro, pure con scarsa memoria degli insuccessi di tali tentativi).

La questione non è 42% piuttosto che 40%, per attribuire 70 seggi alla Camera e 35 al Senato; non è il calcolo per non sforare in modo troppo evidente la soglia che assicura alla maggioranza il controllo degli organi di garanzia (Presidente della Repubblica e giudici della Corte costituzionale); e non è nemmeno sbloccare qualche preferenza o rispettare una parità di genere meramente numerica. Il premio di maggioranza esprime una logica che contraddice la qualifica come proporzionale del sistema e distorce la rappresentanza oltre quel limite che la Corte costituzionale ritiene «una eccessiva divaricazione», che altera il «circuito democratico definito dalla Costituzione, basato sul principio fondamentale di eguaglianza del voto» (sentenza 1 del 2014). L’indicazione del candidato premier palesa come attraverso la legge elettorale si voglia introdurre il premierato, acclarando quel premierato di fatto che già svuota la democrazia. Partecipazione e eguaglianza sono due cardini di una legge elettorale coerente con una democrazia pluralista e conflittuale. Il Melonellum bis emendato magari correggerà la diseguaglianza dei voti di Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta (esclusi dalla determinazione del premio di maggioranza), ma non è sanandola che si risolve la diseguaglianza strutturale del voto in un sistema maggioritario. Sia chiaro, nessuna formula assicura che non si “perdano” dei voti e, quindi, l’uguaglianza, ma questo non significa che non si debba garantirla nella maggior misura possibile: dunque, proporzionale (puro). «La democrazia esige che il diritto elettorale sia non soltanto il più universale, ma anche il più eguale possibile. Ciò significa che l’influenza esercitata da ciascun votante sul risultato dell’elezione deve essere la medesima, ossia, in altri termini, che il peso di ogni votante deve essere eguale a quello di ogni altro votante» (Kelsen).

I sistemi maggioritari di per sé producono un effetto distorsivo sulla reale consistenza dei vari gruppi politici: «Ogni sistema elettorale maggioritario, a parità di altre condizioni, è meno democratico dei sistemi proporzionali per la essenziale e dirimente ragione che mediante essi la maggioranza politica che governa può essere inferiore, e anche molto inferiore, alla metà + 1 dei votanti…, e pertanto tanto più un sistema è maggioritario (e cioè accresce il divario tra seggi e voti), tanto più esso si allontana dal principio democratico» (Rescigno). Questo non significa che ogni sistema maggioritario sia incostituzionale; la Consulta si limita ad affermare che l’eguaglianza non può essere troppo sacrificata, ovvero che la disuguaglianza del sistema elettorale non è in sé incostituzionale, lo è se è eccessivamente diseguale. Tuttavia, nella consapevolezza della democrazia come tensione fra reale e ideale, fra diverse opzioni, non occorre privilegiare quella che più realizza l’ideale democratico?

Entra in gioco qui il mantra della stabilità o governabilità: un mito da sfatare. È sempre la Corte costituzionale a chiarire che la governabilità può costituire un obiettivo (costituzionalmente legittimo), ma se comprime eccessivamente la rappresentatività, diviene «incompatibile con i principi costituzionali» (sent. n. 1 del 2014); ammesso – e non concesso – che si introduca un bilanciamento fra le esigenze della rappresentanza e quelle della governabilità, il perseguimento della seconda deve condurre a limitazioni il più possibile contenute della prima. Ammesso e non concesso ché la ricerca di un governo stabile ed efficiente facilmente introduce una omogeneità – e, dunque, una rappresentanza – artificiale. Il governo è stabile, coeso ed efficiente grazie all’esclusione (dalla sfera della rappresentanza) di una parte dei cittadini, che, fra l’altro, in presenza di meccanismi elettorali premiali, può non essere minoritaria, ovvero può, complice anche l’astensionismo, rendere maggioranza una minoranza (il governo Meloni insegna). È la logica schmittiana dell’amico/nemico, opposta a quella della discussione, integrazione e mediazione politica propria della democrazia pluralista e conflittuale.

E poi stabilità – e lo stesso dicasi per la governabilità – per chi, per che cosa e come? Un governo stabile, in presenza di un pluralismo partitico adeguatamente rappresentato in un Parlamento forte, il cui indirizzo politico si rifà all’attuazione della Costituzione, è molto diverso da un governo stabile a scapito del pluralismo e della rappresentanza, e che persegue una politica autoritaria, che cristallizza o incrementa le diseguaglianze e il profitto economico di pochi e criminalizza la divergenza politica e l’eccedenza sociale. Quando il fine è la verticalizzazione del potere essa si riduce a una mistificazione, che sotto le vesti di una neutralità apparente veicola una democrazia senza conflitto, in un orizzonte autoritario.

Si aggiunga che nemmeno sul fronte della tanto declamata “efficienza” si registrano buoni risultati: «i governi del maggioritario hanno dimostrato una grande difficoltà a governare […[, anche quando potevano contare su un’ampia maggioranza parlamentare» (Volpi). La storia – si pensi al decennio del disgelo costituzionale (1969-1978) – mostra come non sia il numero e la durata dei governi a frenare le attività politiche e normative, ma, come, invece, la vitalità della democrazia stia nel pluralismo e nel conflitto, nella loro espressione sociale e nella loro declinazione partitica. E, quanto ai partiti, occorre ricordare che quando si discute di sistema elettorale non è solo questione del rispetto dei criteri della Commissione di Venezia che delineano il quadro minimo in tema di procedure democratiche (in primis, sull’immodificabilità del sistema elettorale nell’anno precedente l’elezione), ma la considerazione che solo abbandonando l’autoreferenzialità insita in ragionamenti di corto respiro appiattiti sulle elezioni imminenti è possibile una politica capace di progetti, di offrire alternative, di immaginare futuri. E invertire così la spirale dell’astensionismo.

Lo schiacciamento sul presente è coerente con una politica arruolata nella logica neoliberista dell’accaparramento del profitto, senza limiti e senza visione, al servizio del potere patrimoniale-privatistico che colonizza lo spazio del pubblico. Si dirà: c’è l’esigenza di sconfiggere le destre, impedire il proseguimento della costruzione di un regime. Assolutamente d’accordo, il fascismo va fermato, con determinazione, ma non inseguendolo sulla sua via; occorre il coraggio di un’opposizione – vera –, anche sulla legge elettorale. Non aggiustamenti allora e neanche cedimenti alle sirene della governabilità, ma l’assunzione dei fondamentali della democrazia come orizzonte: partecipazione, conflitto, uguaglianza. È questione di uguaglianza ma anche di partecipazione, due cardini della democrazia. Il referendum sulla giustizia e le piazze per la Palestina, contro la guerra e no Kings, hanno mostrato una voglia di politica, di principi, di visioni: il sistema proporzionale può favorire l’incontro fra istanze sociali e proposte partitiche. Certo, la formula elettorale non è una panacea; si inserisce in un circolo tra società, partiti politici, istituzioni, che può essere virtuoso come vizioso.

Ciascuno deve fare la sua parte: dal basso, convergenza e trasversalità; i partiti, capacità di raccordo tra società e istituzioni e radicamento territoriale; le istituzioni, ricordare il loro essere strumento per l’attuazione della Costituzione, non strumenti di controllo sociale in chiave autoritaria. Votare e poi unirsi, non per convenienze elettorali autoreferenziali in una dinamica amico-nemico, ma per perseguire, nell’orizzonte pluralista della discussione e della mediazione politica, il progetto concreto della Costituzione, capace di mantenere unità nelle differenze, di essere radicale, alternativo e insieme realistico. Non ci sono i numeri per opporsi a quello che il governo (non è un errore, è il vero soggetto), vorrà decidere, ma almeno costruiamo le condizioni culturali per un cambiamento effettivo. Non si tratta di aggiustare le tare del Melonellum, ma di ragionare su un altro modello, che disarticoli la sua ratio: governabilità, autoritarismo, dittatura del presente, diseguaglianza; una logica che tracima nel campo sociale ed economico.

Gli autori

Alessandra Algostino

Alessandra Algostino è docente di Diritto costituzionale presso l’Università di Torino. Fra i suoi temi di ricerca: diritti, migranti, lavoro, democrazia, partecipazione e movimenti, rapporto fra diritto ed economia, pace. Fra i suoi libri e saggi: "L’ambigua universalità dei diritti. Diritti occidentali o diritti della persona umana?", Napoli, 2005; Democrazia, rappresentanza, partecipazione. Il caso del movimento No Tav, Napoli, 2011; "Diritto proteiforme e conflitto sul diritto", Torino, 2018; "La partecipazione dal basso: movimenti sociali e conflitto", in Quaderni di Teoria Sociale, n. 1/2021; "Genere ed emancipazione fra intersezionalità e dominio: una riflessione nella prospettiva del costituzionalismo", in Uguaglianza o differenza di genere? Prospettive a confronto, Napoli, 2022; "Pacifismo e movimenti fra militarizzazione della democrazia e Costituzione", in Il costituzionalismo democratico moderno può sopravvivere alla guerra?, Napoli, 2022.

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One Comment on “Contro la cultura del maggioritario”

  1. Va detto esplicitamente che il maggioritario è stato imposto da tutti i partiti perché assicura loro di governare con una minoranza di aventi diritto al voto così hanno meno clientele da coltivare… È la truffa reazionaria che trionfa dappertutto cioè il dispotismo

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